Volume 32 - 16 Giugno 2026

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Una base sicura in salute mentale: il ruolo dell’infermiere

Autore

Ricevuto il 07 gennaio 2026; accettato il 30 gennaio 2026


Riassunto

Questo elaborato ha lo scopo di proporre un infermiere case manager ispirato al modello teorico di John Bowlby applicando gli elementi chiave del fenomeno base sicura al case managment infermieristico.


Summary

This paper aims to propose a nurse case manager inspired by John Bowlby’s theoretical model, applying the key elements of the secure base concept to nursing case management.


Definizione dell’infermiere come base sicura
Quali caratteristiche, quali competenze

Secondo il mio punto di vista il nuovo modello infermieristico della salute mentale, che si presenta come figura di riferimento nel percorso riabilitativo e di crescita del paziente affetto da disturbi mentali, può in un certo modo seguire il modello teorico di Bowlby, identificandosi e proponendosi come una vera e propria base sicura.

Sulla base dei principi bowlbiani, si può pensare che l’intervento della presa in carico offra l’opportunità al paziente di sviluppare un legame di attaccamento primario con l’operatore di riferimento, tale da permettergli di sfuggire alle impersonalità e alla rigidità delle istituzioni, attraverso l’offerta di un supporto alla persona e alla famiglia, la costruzione di un progetto personalizzato, l’instaurarsi di un legame e l’accompagnamento del paziente affetto da disturbi psichici a riacquistare abilità legate alla vita quotidiana, alla socializzazione e al lavoro.

Proporsi come base sicura e riuscire a stabilire un contatto con il paziente non è cosa semplice, infatti la relazione infermiere paziente è una “relazione terapeutica”, diversa quindi da una relazione sociale quotidiana.

La persona affetta da una patologia psichiatrica grave è disturbata nelle relazioni con gli altri, non riesce a mantenere scambi adeguati con il suo ambiente sociale. Ad un certo grado di disorganizzazione della sua personalità ci diventa estraneo, “alienato”.

Per aiutarlo, per curarlo, per stabilire un legame con lui, occorre penetrare prudentemente nel suo mondo di relazioni alienate o più precisamente farci accettare nel suo mondo, mediante la nuova relazione che gli offriremo.

Se vogliamo promuovere una reintegrazione sociale del paziente, dobbiamo stabilire con lui per tutta la durata del trattamento una relazione molto diversa da quella offerta dal suo ambiente naturale abituale. Le persone con disturbi mentali gravi devono essere accettate così come sono, accettazione che non vuol dire assolutamente approvazione di comportamenti devianti. Occorre utilizzare una tecnica che dia loro l’occasione di prendere coscienza e di accettare ciò che si deve abbandonare prima di poter investire le proprie energie in un nuovo comportamento sociale, in un nuovo tipo di relazione con gli altri. Per questo la persona affetta da disturbi mentali gravi inizialmente deve essere sottoposta a pressioni sociali molto ridotte per poter imparare a vivere di nuovo all’interno di un gruppo, “imparando a nuovamente camminare” e ritrovando lentamente il ritmo dei suoi movimenti (Bernard.B.,1976) in un “ambiente rassicurante che costituisca base sicura”.

Per stabilire una base ed un attaccamento sicuro occorre riuscire a costruire un’alleanza ed una relazione terapeutica. Il modo migliore è quello di esprimere interesse nei confronti della persona, mostrando un atteggiamento che consideri l’interlocutore una persona degna e valida che merita di essere trattata con cortesia e rispetto e di ricevere la nostra attenzione in modo non frettoloso. Bisognerà convincere il paziente che potrà trarre vantaggio dal rapporto con noi e dovremo instaurare con lui dei veri e propri colloqui motivanti.

Il colloquio motivante ha come scopo fondamentale quello di portare una persona a cambiare quando è indecisa se farlo, ad es. quando è incerta se iniziare o meno un trattamento che potrebbe esser utile, o quando è per così dire bloccata nella ripetizione di un comportamento dannoso, anche se comincia a rendersi conto delle sue conseguenze negative.

Il colloquio motivante tende a rendere il paziente consapevole delle ragioni per cui è necessario cambiare, tanto da portarlo gradualmente a fare affermazioni che lo impegnano a modificare il suo comportamento. Gli accorgimenti da utilizzare in questa modalità di intervento corrispondono principalmente: al saper affrontare le resistenze dei pazienti; essere capaci di identificare gli aspetti positivi e meno positivi di un comportamento; esplorare le possibili preoccupazioni del paziente e mettere in luce le differenze tra aspirazioni e realtà guardando al presente ed al futuro; spingere e stimolare all’azione; contrattare le conseguenze del mancato rispetto dell’impegno; rafforzare il cambiamento e ridurre il rischio di recidive. (Andrews.G.,2004)

L’infermiere case manager assume così a mio avviso il ruolo di una vera e propria “FONTE” finalizzata a indurre cambiamenti, che verte alla persuasione del suo interlocutore.

Cenni di comunicazione, azione, interazione e comunicazione verbale interattiva

Se il parlare è anche un fare, come la teoria degli atti linguistici e l’analisi della conversazione ci mostrano, se i concetti sono l’espressione degli interessi dei parlanti e una lingua non serve tanto a comprenderci quanto a influenzare gli altri, allora la comunicazione persuasiva diviene prototipo fondamentale della comunicazione. Le caratteristiche della “fonte” sono analizzate essenzialmente sotto forma di sue qualità reali o percepite, tra cui vengono portate all’attenzione: la credibilità, l’attrattività e il suo potere, cioè la sua possibilità di dare premi o punizioni. La credibilità appare sia come funzione di competenza professionale nel campo specifico, sia come funzione di qualità morali atte a mettere in luce soprattutto la sincerità. A sua volta la sincerità è collegata al fatto che la fonte appaia disinteressata rispetto alla posizione che sostiene e capace di mantenere tale posizione anche se non popolare presso i destinatari.

L’attrattività è stata analizzata da Kelman (1961) soprattutto in funzione di possibili sentimenti di identificazione e da altri in funzione della similarità percepita da parte del destinatario, della simpatia suscitata e così via.

In realtà gli studi sulla “fonte” sono essenzialmente degli studi sul ruolo che assumono le attribuzioni, le percezioni, le rappresentazioni che i destinatari si fanno non solo della sorgente in sé, ma dell’intera situazione persuasiva: ed è quindi giocando su queste rappresentazioni che si è analizzata la maggiore o minore efficacia del messaggio. Questa considerazione ci porta dunque alle caratteristiche del destinatario. Colui che riceve un messaggio non è dunque un bersaglio da colpire con un messaggio diretto ad influenzarlo, ma un esser attivo che elabora l’informazione attraverso una serie di processi cognitivi. Parte da qui la nuova strategia di analisi della persuasione fondamentalmente basata su due ordini di fattori:

  1. risposte cognitive che il soggetto emette alla ricezione del messaggio e che divengono elementi di mediazione tra il messaggio e la sua accettazione
  2. coinvolgimento motivazionale personale nel processo di comunicazione in atto.

Questi fattori funzionano in connessione tra loro e attraverso la loro interrelazione determinano anche il ruolo sia dei fattori connessi alla costruzione del messaggio, (unilaterale, bilaterale, argomenti) sia dei fattori connessi con la fonte (credibilità, attrattività, competenza).

Il modello euristico di Chaiken e Eagly (1983) vede il processo di persuasione passare per due vie: una via che utilizza euristiche cioè scorciatoie, regole semplici che mettono scarsamente in gioco il contenuto del messaggio, ed una via sistematica che implica un elaborato processo di trattamento dell’informazione. Il modello di Petty e Cacioppo (1986) distingue tra un processo centrale di trattamento ed uno periferico. Il trattamento centrale mette in gioco il contenuto del messaggio, le conoscenze già possedute dal soggetto, le sue produzioni cognitive intra discorsive. Il trattamento periferico è informato dal principio di economia cognitiva, si basa su caratteristiche di superficie del messaggio ed utilizza quanto il soggetto conosce (non importa quanto realmente, anzi spesso in base alle percezioni ed attribuzioni) delle caratteristiche della “fonte”.

Tuttavia, occorre considerare che anche nella comunicazione intenzionale c’è spesso molto di più di quanto non sia nelle intenzioni dei soggetti. Infatti ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto ed un aspetto di relazione, la parola non è dunque isolata rispetto alle condizioni relazionali in cui si attua. Comunicare non è solo parlare, ed in ogni caso c’è una competenza comunicativa che va al di là di una isolata competenza linguistica: una competenza in cui alle risorse verbali si associano le regole di interazione e comunicazione. La nozione di contratto comunicazionale è stata ben delineata in chiave specificamente psicosociale da Rommetveit (1974) che l’ha utilizzata anche per delimitare nello spazio e nel tempo, in termini cognitivi e sociali, il contesto di comunicazione: un contesto la cui la realtà è intersoggettivamente definita qui ed ora da ogni fase della comunicazione.

Questo universo fondato su assunzioni comuni e taciti accordi può reggersi grazie: alla complementarietà delle intenzioni, alla capacità che l’essere umano ha di assumere la prospettiva dell’altro e quindi di decentrare categorizzazioni ed attribuzioni.

Questa realtà condivisa serve come base per analizzare il nuovo che lo scambio comunicativo comporta: un nuovo che può entrare nella realtà dell’universo intersoggettivo solo se è connesso con il problema che gli interlocutori hanno identificato come centrale per la loro interazione.

Comunicazione efficace, ascolto attivo ed empatia a mio avviso rappresentano gli elementi essenziali per cementare le fondamenta di una “base ed attaccamento sicuro”.

Un infermiere case manager capace di assumere nel corso di una relazione terapeutica il punto di vista dell’altro e di condividere le emozioni, sarà in grado di mettersi in sintonia con lo stato d’animo del paziente, dispiegando così conseguenti comportamenti progettuali cooperativi ed altruistici centrati e specifici. Tali comportamenti positivi contribuiranno a creare presso l’altro un’immagine di sé come una persona di cui fidarsi, su cui poter contare e a cui potersi rivolgere. Come in un gioco di specchi tale immagine sarà rimandata al soggetto stesso il quale sarà portato a sentirsi gratificato e ben accetto, e a modulare successive interazioni sugli stessi livelli di qualità. La base e l’attaccamento sicuro tra infermiere case manager e paziente si possono definire in questo contesto relazionale e di aiuto permeato da scambio emozionale, e si autofortificano attraverso un doppio rinforzo dove l’operatore rinforza il paziente e viceversa. Io definirei questo processo come: interattivo, dinamico e autopoietico. Grazie a pattern ripetuti di esperienze interattive positive probabilmente si contrasteranno i vecchi preconcetti e assunti di base utilizzati dal paziente per predire il mondo e si promuoverà la formazione di nuovi modelli operativi interni che influiranno su tutte le qualità delle relazioni future. La basa sicura ha come scopo fondamentale quello di fornire una speranza, una base da cui individuare un problema, una spiegazione coerente per le difficoltà del paziente, un metodo per superare i problemi e raggiungere gli obiettivi, con l’unico scopo di promuovere autonomia e non dipendenze. Solo attraverso una grande sintonia si potrà superare il limite delle prestazioni e concepire una vera e propria presa in carico per problema, nella convinzione di dover e poter andare oltre la domanda espressa dal paziente, definendo le cause dei bisogni reali, per poter intervenire in modo appropriato.

Una presa in carico ottimale verte ad individuare: capacità, competenze ed autonomie. L’infermiere case manager così assume un ruolo strumentale nel processo di cambiamento dei comportamenti dei pazienti attraverso la formazione di relazioni terapeutiche finalizzate al raggiungimento di obiettivi comuni che mireranno a favorire lo sviluppo di: autodeterminazione, consapevolezza, libertà di scelta, dignità.

L’infermiere case manager della salute mentale dovrà aver ben chiaro che il difficile ruolo di accompagnatore o di persona prossima al paziente, richiederà attitudini di: autenticità, spontaneità, dinamismo e trasparenza, e solo attraverso grandi doti e disponibilità emotive affettive, si promuoverà la costruzione di una storia condivisa finalizzata a favorire la formazione di un’identità storica del paziente all’interno del suo gruppo di appartenenza e si favorirà il germogliare di nuova memoria e desiderio nell’individuo, ovvero lo “sviluppo di competenza autobiografica che da una parte è il risultato di un attaccamento sicuro e dall’altra contribuisce a crearlo” (Holmes1992). Grazie allo sviluppo di un attaccamento sicuro e all’acquisizione di competenze, abilità esplorative, autonomie e certezze, il paziente si allontanerà gradualmente dalla base sicura rappresentata dall’infermiere e contemporaneamente consoliderà certezze dentro di sé, sino a raggiungere gradi di indipendenza.

Elementi chiave del fenomeno base sicura applicati al case management infermieristico

Possiamo identificare tre componenti fondate sulla teoria dell’attaccamento che determinano il fenomeno della base sicura in terapia (Holmes,1992):

  1. La sintonia
  2. La promozione della competenza autobiografica
  3. L’elaborazione degli affetti

A mio avviso i suddetti principi teorici trovano in parte nel case management infermieristico il loro campo ideale di azione e sono teoricamente sovrapponibili ed esplicabili durante le dinamiche operative della suddetta area. La metodica di lavoro che mi accingo a proporre abbraccia una concezione salutogenica e non patogenica, finalizzata quindi a porre attenzione non su cosa ha provocato la malattia, ma su ciò che permette ai pazienti di vivere al meglio la loro vita qui e ora, nonostante i limiti posti dalla condizione patologica.


Il case management infermieristico comporta le seguenti fasi:
1) Accertamento e presa in carico:

L’accoglienza deve realizzarsi in ambiente calmo, tranquillo, rassicurante ed accettante, privo di giudizio e familiare, un ambiente comprensivo dove si propone di accompagnare il paziente in un percorso definito di cura (“ambiente base sicura”).

Occorre evitare un senso di sufficienza, di precarietà e di disorganizzazione; l’operatore di riferimento deve essere gentile, affidabile, comprensivo e compartecipe (“individuo base sicura”). La presenza fisica rappresenta un elemento di stabilizzazione dell’altro, soddisfacendo altresì il bisogno di sicurezza dell’uomo (Maslow,1954). Occorre normalizzare, decatastrofizzare, destigmatizzare l’esperienza “malattia” affinché il paziente interpreti il Servizio non come il suo persecutore ma come un luogo franco (“ambiente rifugio sicuro”).

2) Diagnosi infermieristica e piano di assistenza infermieristica:

L’infermiere case manager di riferimento dovrà essere dotato di abilità di comunicazione ed empatia.

L’Empatia-Sintonia è l’individuazione dei bisogni reali e della domanda reale del paziente con conseguenti erogazioni di prestazioni centrate e specifiche, vissute dal paziente come ottimali ed ideali rispetto ai propri bisogni. L’infermiere case manager base sicura è una persona di cui ci si può fidare, il processo assistenziale è interattivo, dinamico e autopoietico.

L’obiettivo mira a soddisfare l’ampia gamma dei bisogni che riflettono i diversi aspetti della qualità della vita come percepiti e rilevati dal paziente attraverso azioni concrete legate alla vita vissuta qui e ora.

Per diagnosi infermieristica si intende la valutazione multidimensionale della qualità di vita del paziente come: linea guida strategica; valutazione intermedia; esito della presa in carico.

Può essere utile la somministrazione di strumenti di autovalutazione della qualità della vita, considerando almeno una doppia somministrazione relativa a:

  • paziente (“analisi soggettiva”)
  • infermiere case manager (“analisi oggettiva”)

Si tratta quindi di integrare in una valutazione complessiva una categoria soggettiva (percezione del paziente) con una categoria oggettiva (informazione dell’infermiere case manager), e in questa operazione diventa decisiva la ricerca di un equilibrio di giudizio.

Tra gli strumenti di autovalutazione possiamo considerare il WHOQOL (World Health Organization Quality of Life) e la Q-LES-Q (Quality of Life Enjoyment and Satisfaction Questionnaire), strumenti secondo cui la qualità della vita si delinea come un’entità complessa multidimensionale nell’ambito della quale si riconoscono fondamentalmente varie dimensioni che possono essere definite come assi di valutazione: risorse ambientali, funzionamento soggettivo, sintomi e benessere, soddisfazione della vita, funzionamento affettivo etc.

WHOQOL è uno strumento elaborato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità destinato a diventare uno dei punti di riferimento principali per la misurazione della qualità della vita. Lo strumento ha una prospettiva transculturale e prevede diverse versioni per utilizzazioni nella ricerca e nella valutazione di routine. Lo strumento valorizza la percezione soggettiva dello stato di salute individuale, consentendo di valutare l’impatto della malattia sulle relazioni sociali, l’attività lavorativa e le condizioni socioeconomiche, così come vengono percepite dal paziente.

Q-LESS-Q è una scala di autovalutazione che fornisce una misura sensibile del grado di piacere e soddisfazione che il soggetto sperimenta nella vita quotidiana (Endicott et al 1993). La scala è composta da 58 item che esplorano cinque aree: salute fisica; sensazioni soggettive; tempo libero; rapporti sociali; attività generali. Sono inoltre previste scale riguardanti l’attività lavorativa (lavoro domestico e lavoro retribuito) e le attività scolastiche.

Utilizzare questi strumenti di indagine che valorizzano la percezione soggettiva dello stato di salute mentale e che consentono di valutare l’impatto della malattia sulle relazioni sociali, l’attività lavorativa e le condizioni socio-economiche così come vengono percepite dal paziente (Castrogiovanni P., Martinucci M., Goracci A. 2004) ci consentirà di focalizzare maggiormente l’attenzione su aspetti o sfumature riguardanti l’altro, inavvertitamente sottostimate o ignorate e di fornire risposte più risonanti rispetto alle esigenze ed ai vissuti emozionali altrui.

D’altro lato la parzialità dell’osservatore mette in gioco la sua posizione, l’orizzonte, gli interessi, le emozioni, i pregiudizi che orientano lo sguardo e i suoi errori. Occorre umiltà e modestia ed essere consapevoli della esiguità delle nostre descrizioni e osservazioni.

3) Attivazione di interventi “paziente”:

Sono interventi che mirano ad investire in pattern ripetuti di esperienze interattive positive tra paziente, operatore e servizio. I piccoli successi raggiunti dal paziente grazie alla sensibilità del servizio base sicura aiuteranno a promuovere la formazione di nuovi modelli operativi interni, che contrasteranno i vecchi assunti di base e le rappresentazioni “sé-altro” utilizzati dal paziente per predire il mondo, favorendo la promozione di un attaccamento sicuro. Le esperienze interattive positive acquisteranno una valenza maggiore, tanto più queste avranno come obiettivo generale il miglioramento della qualità della vita come percepito dal paziente e dai familiari, più che una remissione clinica. Il paziente apprenderà i comportamenti correlati con i significati e le interpretazioni date agli avvenimenti della realtà, perchè la teoria dell’attaccamento ci mostra come le minuzie dell’esperienza interpersonale vengono internalizzate come personalità o stile di attaccamento.

La soddisfazione provata nel fare bene una cosa può essere alla base di una nuova motivazione, perché come afferma Allport (1961), alla base del comportamento motivato umano vi è una serie di azioni ripetute legate a risultati positivi conseguiti; la ripetizione ed il consolidamento di questi modelli comportamentali producono delle vere e proprie abitudini che una volta interiorizzate ed inserite in un sistema di valori proprio, danno vita a nuove motivazioni sostanzialmente autonome dagli originari nessi causali (autonomia funzionale).

4) Attivazione di interventi “per la famiglia come risorsa”:

Attraverso la promozione di interventi che coinvolgono la famiglia nel percorso riabilitativo del paziente e attraverso un training psicoeducativo integrato impostato su aspetti relazionali ed affettivi è possibile a mio avviso sfaldare modalità di attaccamento insicuro e promuovere forme di attaccamento sicuro:

  1. aiutando la famiglia a definire ed a raggiungere obiettivi che coinvolgono l’intero nucleo familiare;
  2. migliorando la conoscenza di tutti i componenti familiari circa il disturbo di chi soffre promuovendo comprensione nei suoi confronti;
  3. riducendo le preoccupazioni e l’ansia, che spesso provocano tensione nei rapporti, con conseguente alta emotività espressa “sempre presente nelle famiglie con attaccamento insicuro”;
  4. promuovendo l’apprendimento di abilità comunicative come l’espressione di sentimenti negativi e positivi (Falloon.I.,1992).
5) Attivazione di interventi rivolti alla famiglia e nei gruppi sociali

Bowlby addita i circoli negativi delle nevrosi, nei quali genitori insicuri creano figli insicuri che crescendo creano una società insicura che a sua volta crea altri genitori insicuri. In contrasto a tutto ciò indica i circoli positivi della salute ed il bisogno di ridurre la tensione e promuovere la comprensione e la cooperazione tra gruppi di esseri umani.

Tali circoli promuovono:

  1. interventi che mirano ad aumentare le relazioni interpersonali significative del paziente (lavoro di rete atto ad aumentare i nodi relazionali) (Corlito G., Camici C.,1998);
  2. interventi che promuovono la formazione di gruppi AMA (Corlito G., Camici C.,1998).

Essi rappresentano a mio avviso tentativi che non mirano tanto a modificare la personalità dell’individuo, quanto a promuovere pattern di relazione, cosicché le esperienze buone producano, attraverso circoli positivi, altre buone esperienze e così via.

6) Coordinamento e collaborazione, gruppo multidisciplinare:

Poiché il paziente è degno dell’interesse di tutti, occorre superare la frammentarietà e favorire maggior coerenza di interventi.

Il progetto terapeutico riabilitativo è seguito da tutti gli operatori con scansioni temporali, perché il tempo strutturato favorisce la formazione di una competenza autobiografica, quindi attaccamento sicuro.

Il coordinamento e la collaborazione del gruppo multidisciplinare può andare oltre l’aspetto della “prestazione coerente perché seguita da molti”, perché un gruppo multidisciplinare coeso, organizzato, interdipendente e con fini comuni, può fornire una risposta che va ben oltre la somma delle singole prestazioni per area professionale specifica. Un gruppo interdipendente è qualcosa di più, o per meglio dire qualcosa di diverso dalla somma dei suoi membri: ha una struttura propria, fini peculiari e reazioni particolari. Un gruppo è un fenomeno, non una somma di fenomeni rappresentati dall’agire e dal pensare dei suoi membri; è un’unità, una totalità dinamica capace di dare risposte significativamente e qualitativamente più ricche e creative. In quest’ottica, a parer mio, il gruppo può impersonare la base sicura con altissime potenzialità di risposta e protezione.

7) Monitoraggio e valutazione dei risultati:

È importante l’attenuazione dell’impatto degli insuccessi in un’atmosfera non giudicante.

È necessario:

  1. ridefinire il progetto con il paziente e con il gruppo;
  2. modificare gli obiettivi;
  3. modificare le strategie.

Strategie utilizzabili nel contesto specifico sono:

  • Pianificazione degli obiettivi;
  • Identificazione delle aree problematiche e degli obiettivi generali;
  • Identificazione dei punti di forza e delle risorse disponibili;
  • Ridefinizione di un buon obiettivo: realistico, raggiungibile, sentito come proprio, misurabile, frazionato in sottobiettivi;
  • Problem-solving;
  • Riconoscimento dei segni precoci di crisi;
  • Autogestione dei sintomi ed interventi di coping.

L’insuccesso e un successo parziale, ogni passo anche se piccolo è un’occasione per imparare (ambiente rifugio sicuro).

8) Creare e fare insieme:

Occorre costruire e dare sempre un significato a ciò che si sta facendo (concettualizzare eventi), perché costruire una storia condivisa da tutti, promuove la formazione di un’identità storica del paziente all’interno del suo gruppo di appartenenza, promuove memoria, desiderio e quindi favorisce la formazione di una competenza autobiografica, che da un lato è frutto di un attaccamento sicuro e dall’altro contribuisce a crearlo, perché per lo sviluppo dell’individuo, è necessario che l’uomo abbia una relazione con l’altro (necessità emozionale).

9) Verifichiamo e raccontiamo questa storia insieme

Il concetto di narrazione non è esclusivamente riferito alla storia clinica del paziente ma si estende anche alla relazione terapeutica (Balint 1968); nel nostro caso tra paziente e infermiere case manager. Narrare significa organizzare due dimensioni logica e temporale, significa descrivere gli eventi e stabilirne le connessioni, comprendere la realtà e comunicarla. Ciò implica comprensione degli avvenimenti interpretandoli come una storia di se stesso, favorendo quindi lo sviluppo della competenza autobiografica.

L’enfasi posta da Bowlby sulla sicurezza ci fornisce probabilmente un obiettivo realizzabile, la sua visione sulla reciprocità armoniosa fra la madre sensibile e il proprio bambino offre una metafora per una relazione bilanciata tra l’uomo ed il suo ambiente. Tutti noi condividiamo un bisogno di sicurezza comune e probabilmente ci siamo evoluti e siamo sopravvissuti sulla base di reciproci legami e sulla base del sostegno reciproco.


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