Volume 32 - 16 Giugno 2026

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Transformation: From Gap to Gama – Dalla rottura alla possibilità.
La Trasformazione del Gruppo Aperto di Psicoterapia in Gruppo Aperto di Mutuo Aiuto nel Centro di Salute Mentale del Rione Sanità di Napoli

Autori

Ricevuto il 14 aprile 2026; Accettato il 30 aprile 2026


“Ah changes are taking the pace I'm going through”
David Bowie, Changes (Hunky Dory, 1971)

“All the world’s a stage,
And all the men and women merely players;
They have their exits and their entrances;
And one man in his time plays many parts”
Willam Shakespeare, As You Like It (Act 2, Scene 7)


Riassunto

Il presente contributo intende descrivere e problematizzare il processo di trasformazione di un Gruppo Aperto di Psicoterapia in un Gruppo Aperto di Mutuo Aiuto (GAMA), sviluppatosi all’interno di un Centro di Salute Mentale situato nel Rione Sanità di Napoli. L’esperienza clinica, della durata di circa due anni e mezzo, ha consentito il raggiungimento degli obiettivi terapeutici iniziali e la progressiva emersione di competenze relazionali, dinamiche di appartenenza e forme di sostegno reciproco tra i partecipanti.

La riflessione sull’eventuale conclusione del dispositivo gruppale ha condotto l’équipe a riformulare tale passaggio in termini di trasformazione evolutiva. In tale cornice, il passaggio semantico e simbolico da “GAP” a “GAMA” assume una funzione esplicativa del processo in atto: Intenderemo dunque gap nella sua etimologia inglese di frattura, mancanza o interruzione del legame, e gama come spazio di apertura a una molteplicità di possibilità, come esito generativo piuttosto che come perdita.

Il processo trasformativo, attraversato da resistenze, vissuti di separazione e dinamiche di dipendenza dal setting, è stato sostenuto mediante dispositivi di supervisione e riflessione condivisa. La transizione verso una configurazione autogestita ha implicato una ridefinizione dei confini tra operatori e utenti, promuovendo forme di interdipendenza e responsabilizzazione reciproca. In tale prospettiva, il sostegno tra pari si configura come dispositivo centrale nei processi di recovery, inclusione sociale e continuità della cura nei contesti di salute mentale di comunità.


Summary

This paper aims to describe and critically examine the transformation of an Open Psychotherapy Group into an Open Mutual Aid Group (GAMA), developed within a Community Mental Health Center in the Sanità district of Naples. The clinical experience, lasting approximately two and a half years, led to the achievement of initial therapeutic goals and the progressive surfacing of relational skills, a sense of belonging, and mutual support among participants.

Reflection on the potential conclusion of the group setting prompted the clinical team to reframe this transition as an evolutionary transformation. Within this framework, the semantic and symbolic shift from “GAP” to “GAMA” serves as a conceptual lens: We will therefore use the term gap in its etymological sense of a fracture, a lack or a break in the connection, and gama as a space open to a multitude of possibilities, as a generative outcome rather than a loss.

The transformation process, characterized by resistance, experiences of separation, and dependency dynamics related to the therapeutic setting, was supported through supervision and shared reflective practices. The transition toward a self-managed configuration required a redefinition of boundaries between professionals and users, promoting interdependence and shared responsibility. In this perspective, peer support emerges as a central device in fostering recovery, social inclusion, and continuity of care within community mental health contexts.


Premessa

Negli ultimi anni il Gruppo Aperto di Psicoterapia presso il Centro di Salute Mentale 29 della UOC Salute Mentale 29/30 nel Rione Sanità di Napoli ha rappresentato uno spazio clinico e relazionale significativo per un’utenza eterogenea, rispondendo ai bisogni emotivi di molte persone in un contesto caratterizzato da complessità sociali, limiti strutturali e urgenze cliniche. Nato in risposta alla carenza di personale e alla grande domanda di cura, il gruppo ha adottato un modello integrato, ispirato ai gruppi multifamiliari di Badaracco e alle teorie gruppali di Yalom, Foulkes, Bion e Bowlby, che ha privilegiato la condivisione, il supporto reciproco e la trasformazione dei significati attraverso l’incontro e il confronto fra soggettività diverse.

Il Gruppo Aperto di Psicoterapia, operativo da circa due anni e mezzo, gradualmente si è evoluto e ha maturato una certa autonomia, rendendo clinicamente appropriata una riflessione sulla sua possibile conclusione - trasformazione.

L’esperienza clinica ha dimostrato non solo l’efficacia terapeutica della dimensione gruppale, ma anche la sua potenzialità trasformativa nel favorire un senso di appartenenza, di riconoscimento reciproco e di empowerment individuale e collettivo. Le dinamiche relazionali attivatesi all’interno del gruppo hanno favorito la costruzione di relazioni significative anche al di fuori del setting clinico, contribuendo alla socializzazione e alla lotta contro lo stigma.

Il processo di chiusura-trasformazione è stato tuttavia caratterizzato da significative resistenze, sia da parte dell’utenza, sia all’interno dell’équipe curante. Sono emersi vissuti di perdita e separazione, ansie abbandoniche e regressioni difensive (Yalom, 2006), al contempo il gruppo ha funzionato secondo l’assunto della dipendenza da una base sicura, i membri hanno investito affettivamente i conduttori e il setting, inteso come spazio fisico e simbolico, come fonti di sicurezza e orientamento (Bion, 1961).

Alla luce di quanto emerso ed esposto, l’équipe ha iniziato ad interrogarsi su cosa fosse più appropriato per rispondere ai bisogni di un’utenza che aveva maturato e consolidato consapevolezze e risorse. Da qui sono nati dubbi su come procedere e idee più volte discusse con i diversi operatori del CSM 29. Così, piuttosto che cercare una soluzione definitiva, ci si è messi in discussione e ci si è interrogati su altri versanti: posti tutti i cambiamenti interni ed esterni vissuti dal Gruppo Aperto di Psicoterapia e dal CSM (trasferimenti, pensionamenti, assunzione nuove risorse), ha senso parlare di conclusione? O sarebbe più opportuno parlare di trasformazione?

Riflessioni dell’équipe sul senso ed il significato di “conclusione” e di “trasformazione”

L’idea della trasformazione ha seguito in modo naturale l’idea della conclusione. Ci si è basati sull’idea del costruzionismo sociale e sugli approcci narrativi secondo cui le cose sono condizionate dalla nostra narrazione interna, riconoscendo che la realtà psicologica è sempre mediata da processi interpretativi. Le narrazioni interne funzionano come mappe di significato: orientano le emozioni, guidano i comportamenti e definiscono i confini del possibile. Intervenire su tali narrazioni e quindi renderle più flessibili, complesse e aperte, ha rappresentato uno degli strumenti più potenti del lavoro psicoterapeutico in gruppo.

I nostri interventi hanno avuto degli orientamenti teorici e una prospettiva di lavoro secondo cui la realtà psicologica non è una semplice riproduzione del mondo esterno, ma una costruzione mediata dal linguaggio, dalla memoria e dal contesto culturale, ciò che viviamo è profondamente influenzato dal modo in cui lo raccontiamo a noi stessi (Bruner, 1992). Con gli utenti che hanno beneficiato della terapia di gruppo è stato messo in luce che il problema non è la persona, ma la storia dominante che la persona racconta su di sé (White & Epston, 1990), è stato fatto un lavoro di messa in luce dei propri costrutti personali e di come questi ci condizionano nell’interpretare l’esperienza (Kelly, 1955), è stato affrontato il senso di appartenenza ad una realtà relazionale e come questa non finisce con un cambiamento, ma si trasforma.

È stato toccato con mano quanto gli utenti e i membri dell’équipe fossero individui intrinsecamente situati in una “matrice gruppale” e di come si fosse formato un senso di appartenenza (Foulkes, 1948) all’interno di una rete multilivello di contesti (Bronfenbrenner, 1979). Il Gruppo Aperto di Psicoterapia ha rappresentato un contenitore psichico in cui le persone hanno cercato appartenenza e significato (Bion, 1961).

Le motivazioni della trasformazione del gruppo

Il gruppo è qualcosa di più e di diverso della somma delle persone: quel che ne costituisce l’essenza… è la loro interdipendenza, ciò significa che un cambiamento di una parte interessa lo stato di tutte le altre
Kurt Lewin (1972).

Dopo un lungo periodo di lavoro clinico, caratterizzato da uno spazio sicuro di ascolto e di elaborazione emotiva, sono emerse considerazioni che hanno reso opportuno ripensare alla formula del gruppo:

  1. Il progressivo consolidarsi di risorse interne al gruppo stesso: molti partecipanti hanno sviluppato relazioni significative, competenze relazionali reciprocamente rinforzate e la capacità di sostenersi a vicenda nei momenti di difficoltà. Questa dinamica ha suggerito che il gruppo non era più unicamente dipendente dalla conduzione professionale, ma disponeva di potenzialità autonome di supporto e di scambio.
  2. La necessità di riconoscere e valorizzare la dimensione comunitaria della salute mentale: l’esperienza del gruppo ha dimostrato quanto sia terapeutico portare la cura oltre le mura istituzionali, coinvolgendo spazi territoriali, realtà associative e contesti comunitari locali. In quest’ottica, l’autonomia del gruppo ha potuto favorire una psicoterapia di comunità che non si esaurisce nel setting sanitario, ma che si declina come esperienza condivisa e trasformativa all’interno del tessuto sociale.
  3. Cambiamenti dell’organizzazione delle attività del Centro di Salute Mentale e del personale coinvolto, nuove assunzioni, pensionamenti, trasferimenti di una parte delle risorse umane in altri servizi.

A fronte di questi elementi, si è ragionato sulla possibilità di modificare la formula del gruppo di psicoterapia – inteso come spazio professionale di clinica strutturata – e di trasformarlo in un Gruppo di Auto-Mutuo Aiuto, con la finalità di consolidare l’autonomia relazionale dei partecipanti, sostenere la continuità dei processi di mutuo supporto, favorire l’ incorporazione della salute mentale nella vita quotidiana e comunitaria, promuovere la recovery e prendere atto con trasparenza e consapevolezza dei processi di cambiamento e di come vi sia un reciproco condizionamento circolare tra i vari sistemi di appartenenza (Bronferbrenner 1979, 2002).

Le difese e le resistenze messe in atto dall’utenza e dagli operatori

Opinione condivisa nel nostro Centro di Salute Mentale 29 è che non si possa “lavorare bene” senza mettersi in discussione e senza fare i conti con le proprie consapevolezze e difese. Quando è in atto un processo, si vive un cambiamento o un momento di passaggio, non riguarda come in questo caso il singolo utente, e si è quindi ritenuto importante tener conto delle risonanze degli operatori coinvolti nell’équipe di riferimento e dell’eco più ampia nei diversi sistemi d’appartenenza (Bronferbrenner, 1979, 2002).

Il Gruppo Aperto di Psicoterapia multifamiliare è stato avviato circa due anni e mezzo fa, nel dicembre 2023, all’ interno del Centro di Salute Mentale 29. Il progressivo raggiungimento degli obiettivi terapeutici prestabiliti ha indotto l'équipe a riflettere sulla possibile conclusione-evoluzione del gruppo, processo che è stato contraddistinto da notevoli resistenze, sia da parte degli utenti che degli operatori.

Per affrontare tali criticità, l’équipe ha intrapreso un percorso di supervisione offerta dall’ASL Napoli 1 Centro nell’ambito di incontri denominati “Arcipelago dei gruppi”. Questo spazio riflessivo ha consentito di esplicitare vissuti condivisi di fatica, senso di inefficacia e progressivo slittamento del ruolo degli operatori, percepiti sempre più come “arbitri” piuttosto che come terapeuti. Quando il contenitore gruppale perde coesione, il carico contenitivo rischia di ricadere eccessivamente sui conduttori, generando sovraccarico e disfunzioni (Winnicott, 1965).

Parallelamente, sono emerse dinamiche istituzionali rilevanti. La partecipazione continuativa sotto forma di volontariato autorizzato di operatori già in pensione ha contribuito a consolidare, a livello fantasmatico, l’idea di un “gruppo eterno”, difficilmente pensabile nella sua conclusione. In questo senso, il Gruppo Aperto di Psicoterapia ha assunto una funzione simbolica all’interno del servizio, configurandosi come “fiore all’occhiello” e oggetto di investimenti identitari da parte dell’intera équipe. Ogni individuo e, per estensione, ogni gruppo, è inserito in una rete di sistemi interconnessi (Bronfenbrenner, 1979), il gruppo multifamiliare, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto uno spazio terapeutico, ma anche un nodo relazionale che coinvolge utenti, operatori, istituzione e cultura organizzativa (Schein,2010).

Dal punto di vista organizzativo, la gestione del gruppo è divenuta progressivamente più complessa, inoltre, l’elevato numero di partecipanti (in alcune fasi oltre i 30 utenti), la difficoltà di garantire uno spazio di parola adeguato per tutti, e la necessità di coordinare un’équipe multidisciplinare, hanno contribuito a una percezione diffusa di frustrazione e senso di inefficacia percepita (Bandura 1997, 2000). Così l’équipe ha iniziato ad interrogarsi sul significato della sua presenza in un gruppo che, nei fatti, godeva di una sua autonomia.

A partire dall’autunno 2025, l’équipe ha avviato un lavoro graduale di elaborazione della separazione durato circa 4-5 mesi, questa fase ha visto l’emergere di reazioni differenziate da parte degli utenti: alcuni hanno espresso apertamente il proprio disaccordo nel corso degli incontri successivi, altri hanno iniziato progressivamente a disinvestire, riducendo la partecipazione agli incontri. Ad oggi, il gruppo conta circa 15 partecipanti.

Un ulteriore elemento emerso nel corso del processo trasformativo riguarda il tema della dipendenza, intesa non soltanto in senso regressivo, ma anche come dimensione evolutiva e strutturante. Più volte gli utenti hanno esplicitato come la presenza stabile del gruppo – inteso come spazio fisico e simbolico – costituisse per loro un importante punto di riferimento, capace di sostenere un senso di continuità e appartenenza. In questa prospettiva, l’équipe si è trovata di fronte all'impasse del dubbio, chiedendosi se stesse reggendo il gioco delle cronicità, dato che il contenitore può influenzare il contenuto (Bion, 1962, 1972) e quindi anche gli operatori della salute mentale sono condizionati dai loro ruoli e mandati, o se la dipendenza dal setting potesse esser riletta come una forma di “dipendenza matura”, come un passaggio necessario per lo sviluppo dell’autonomia a partire da un’esperienza sufficientemente stabile di affidamento (Winnicott, 1965). Il Gruppo Aperto di Psicoterapia ha assunto nel tempo una funzione di base sicura collettiva (Bowlby, 1989), capace di contenere e organizzare le esperienze emotive dei partecipanti. Piuttosto che negare la dimensione della dipendenza-base sicura, l’équipe ha scelto di riconoscerla e valorizzarla, trasformandola in una risorsa evolutiva. In questa direzione, è stata progressivamente restituita agli utenti una quota di responsabilità nella gestione del setting, in particolare rispetto agli orari e all’organizzazione degli incontri. Questo passaggio ha rappresentato una trasformazione significativa: da una dipendenza centrata sugli operatori a una forma di interdipendenza tra i membri del gruppo, coerente con le prospettive gruppali che sottolineano la funzione terapeutica della rete e della reciprocità (Moreno, 1953).

Un ulteriore passaggio cruciale del processo è stato rappresentato dalla riformulazione del senso e del significato di ciò che stava avvenendo: da interruzione definitiva a trasformazione del dispositivo. In questa prospettiva, si è aperta la possibilità che il gruppo potesse proseguire in forma autogestita, senza la conduzione diretta degli operatori. L’introduzione di una modalità di conduzione a rotazione tra gli utenti ha rappresentato un importante cambiamento di paradigma, coerente con approcci che valorizzano l’empowerment e la responsabilizzazione dei partecipanti (Moreno, 1953).

Tale evoluzione ha consentito di restituire al gruppo una dimensione più autenticamente partecipativa e sostenibile. Al contempo, ha favorito un processo di ridefinizione dei confini tra operatori e utenti, permettendo agli stessi partecipanti di appropriarsi dello spazio gruppale e di proseguirne l’esperienza in modo autonomo.

In conclusione, l’esperienza descritta evidenzia come la conclusione di un processo clinico non rappresenti necessariamente una fine, ma possa configurarsi come una transizione evolutiva. Essa richiede, tuttavia, un attento lavoro di elaborazione, sia sul piano clinico sia su quello istituzionale, e una capacità dell’équipe di tollerare l’incertezza e di ridefinire il proprio ruolo all’interno del sistema, valorizzando anche le forme di interdipendenza come passaggi fondamentali verso l’autonomia.

I numerosi dispositivi di peer support sperimentati negli anni nell’ambito dei servizi territoriali hanno certamente contribuito al rafforzamento del progetto di trasformazione del Gruppo Aperto di Psicoterapia.

Il sostegno tra pari

Le persone con fragilità e con sofferenza psichica hanno storicamente sviluppato forme di sostegno reciproco. In tale ambito, risulta particolarmente significativa la definizione proposta da Mead, Hilton e Curtis (2001), i quali descrivono il supporto tra pari come «una modalità di dare e ricevere aiuto fondata su principi cardine quali il rispetto, la responsabilità condivisa e un accordo reciproco rispetto a ciò che è ritenuto utile» (Peer support: A theoretical perspective, 2001). Tale processo implica una comprensione empatica della condizione altrui, resa possibile dalla condivisione di esperienze di sofferenza emotiva e psicologica.

Indipendentemente dalle modalità con cui si realizza, il sostegno tra pari si fonda su alcuni principi essenziali (Repper, 2013). In primo luogo, esso si configura come “mutuo”, in quanto basato su relazioni non gerarchiche costruite a partire dall’esperienza condivisa dei servizi e dei percorsi di recovery. È inoltre “reciproco”, poiché entrambe le parti coinvolte condividono vissuti e traggono beneficio dalla relazione, senza rivendicazioni di superiorità o competenza unilaterale. Si caratterizza come “non direttivo”, evitando prescrizioni rigide e favorendo, piuttosto, l’autodeterminazione dell’individuo nel riconoscersi come esperto della propria esperienza.

Ulteriori elementi distintivi includono l’orientamento alla “recovery”, che promuove speranza, autodeterminazione e accesso a nuove opportunità; l’approccio “basato sui punti di forza”, che valorizza le risorse individuali e l’esperienza vissuta come fonte di competenza; e la dimensione “inclusiva”, che accoglie la diversità delle esperienze e facilita la connessione con comunità significative, anche attraverso una comprensione condivisa delle identità stigmatizzate. Il sostegno tra pari assume inoltre una natura “evolutiva”, favorendo lo sviluppo progressivo di nuove relazioni e percorsi di crescita, e si fonda su un contesto “sicuro”, costruito mediante la negoziazione dei confini, il rispetto della riservatezza e un atteggiamento non giudicante.

Le evidenze empiriche disponibili supportano in modo consistente l’efficacia del sostegno tra pari. Una revisione Cochrane comprendente 11 trial controllati randomizzati ha evidenziato come tali interventi producano esiti psicosociali, clinici e di soddisfazione comparabili a quelli ottenuti da professionisti della salute mentale (Pitt et al., 2013). Analogamente, una revisione più ampia della letteratura ha documentato miglioramenti in diversi domini, tra cui la riduzione dei ricoveri e della sintomatologia, nonché il potenziamento degli esiti sociali (ad esempio, ampliamento delle reti amicali, inserimento lavorativo e integrazione comunitaria) e degli indicatori soggettivi di benessere, quali speranza, senso di controllo, autostima e fiducia (Repper & Carter, 2011).

I benefici del sostegno tra pari si estendono inoltre agli operatori stessi, contribuendo ai loro percorsi di recovery, ai team multidisciplinari, nei quali favoriscono atteggiamenti di maggiore comprensione reciproca, e alle organizzazioni dei servizi, dove possono ridurre lo stigma e attenuare la dicotomia tra “noi” e “loro”, migliorando al contempo i processi di supporto al personale (Repper, 2013). Infine, l’esperienza vissuta non rappresenta una risorsa esclusivamente per i ruoli formalizzati di peer support, ma può costituire un valore aggiunto per l’intero personale dei servizi di salute mentale. È stato infatti stimato che circa la metà dei professionisti del settore abbia sperimentato direttamente difficoltà psichiche (Roberts et al., 2011). Una revisione della letteratura condotta da Meddings, Morgan e Roberts (Peer Support in Mental Health, 2019) ha evidenziato come, nonostante le possibili criticità, gli utenti tendano ad apprezzare i professionisti che condividono aspetti della propria esperienza, percependoli come più autentici, empatici e vicini. Ciò può favorire un incremento della speranza, della fiducia e del senso di connessione, contribuendo a ridurre la percezione di isolamento e lo stigma.

Nel quadro del modello italiano di salute mentale di comunità, delineato a partire dalla Legge Basaglia (180/78), i gruppi di auto-mutuo-aiuto (AMA) possono essere ulteriormente interpretati alla luce delle principali teorie della psicologia delle organizzazioni come “dispositivi di confine (boundary objects)” e spazi di interazione tra differenti institutional logics. In particolare, gli AMA mettono in relazione la logica clinico-professionale dei servizi – fondata su expertise, gerarchia e responsabilità terapeutica – con una logica esperienziale e comunitaria basata su reciprocità, mutualità e condivisione del vissuto, generando un’area intermedia in cui tali razionalità possono coesistere ma anche entrare in tensione. Questo posizionamento ibrido consente agli AMA di svolgere una funzione trasformativa, facilitando processi di empowerment e ridefinizione dei ruoli, in linea con i principi della recovery (Solomon P., 2004), ma al tempo stesso espone questi dispositivi al rischio di ambivalenze organizzative. La letteratura evidenzia infatti come l’integrazione nei servizi possa tradursi, da un lato, in una maggiore legittimazione e sostenibilità, ma dall’altro in fenomeni di “co-optazione istituzionale”, con una possibile perdita di autonomia e della dimensione orizzontale che caratterizza il supporto tra pari (Repper e Carter, 2011). In questa prospettiva, anche i risultati empirici che mostrano un impatto prevalente degli AMA su dimensioni soggettive – quali speranza ed empowerment – rispetto agli esiti clinici tradizionali (Lloyd-Evans et al., 2014; White et al., 2020) possono essere riletti non come un limite, ma come l’espressione della loro specifica funzione organizzativa: quella di mantenere aperto uno spazio di mediazione tra sistema curante e mondo della vita, la cui efficacia dipende in larga misura dall’equilibrio dinamico tra integrazione istituzionale e autonomia comunitaria.

Obiettivi della fase evolutiva del GAMA

La trasformazione del Gruppo Aperto di Psicoterapia in Gruppo Aperto di Mutuo Aiuto è avvenuta in modo spontaneo, citando Lambert Maguire (1989), i gruppi di Auto Mutuo Aiuto « ... sono piccoli gruppi di persone che si costituiscono volontariamente per l’aiuto reciproco e che decidono in autonomia quali saranno i membri del gruppo e quali obiettivi questo si potrà prefiggere… La funzione principale dei gruppi di auto-aiuto (comune a tutti) è quella di fornire supporto a persone che condividono lo stesso problema»

Pertanto la trasformazione del GAP in GAMA è stata orientata verso i seguenti obiettivi:

  • Mantenere viva la rete relazionale costruita nel percorso clinico precedente;
  • Favorire l’autonomia del gruppo nel sostenersi reciprocamente rispetto a difficoltà emotive e relazionali;
  • Potenziare il senso di appartenenza e di utilità sociale attraverso la pratica di accoglienza e ascolto reciproco;
  • Collegare l’esperienza clinica con la vita sociale e comunitaria, offrendo uno spazio familiare e accogliente nei locali del CSM;
  • Sperimentare trasformazioni e messa in discussione dell’équipe per osservare cambiamenti sul lungo periodo.

Modalità organizzative del GAMA

L’organizzazione del Gruppo Aperto Mutuo Aiuto è stata discussa con gli utenti, proprio per valorizzare la partecipazione attiva ai processi di cura, e si è inoltre concordato di lasciare aperti gli ingressi.

  1. Struttura del gruppo:
    • Gli incontri del gruppo aperto di mutuo aiuto si svolgono nei locali del CSM con cadenza mensile, in un’area accogliente e non medicalizzata.
    • La conduzione è a rotazione tra gli utenti stessi, in modo da valorizzare la responsabilità e la corresponsabilità all’interno del gruppo.
  2. Ruolo dei facilitatori:
    • Gli utenti che assumono la conduzione rotante fungono da facilitatori delle relazioni, promuovendo ascolto, rispetto delle regole di comunicazione e sostegno reciproco.
    • operatore dell’équipe, a rotazione, svolge un’attività di supervisione, non direttiva ma contenitiva, a supporto delle dinamiche del gruppo, intervenendo solo per favorire la sicurezza relazionale e la circolarità delle connessioni tra i partecipanti.
  3. Ruolo dell’operatore della salute mentale:
    In questa nuova modalità del GAMA, l’operatore del CSM assume una funzione di supervisione e contenimento simbolico, finalizzata a:
    • garantire che il gruppo mantenga uno spazio di rispetto e sicurezza;
    • supportare riflessioni di gruppo sulle dinamiche che emergono;
    • favorire l’inclusione di nuovi partecipanti nel rispetto dell’evoluzione del gruppo e facilitare la socializzazione con utenti che risentono di isolamento sociale.
    Tale modalità di supervisione si ispira all’idea secondo cui il gruppo svolga un ruolo terapeutico autonomo, mentre l’operatore agisce come contenitore di pensiero e risorsa relazionale.
  4. Regole operative:
    • Il gruppo può definire insieme alcune regole condivise di funzionamento, affinché la gestione sia il più possibile partecipata.
  5. Collegamento con la comunità:
    • Il gruppo, con l’aiuto di un operatore, se richiesto, organizza occasioni di incontro e collaborazione con realtà territoriali (associazioni, centri aggregativi, eventi culturali), favorendo un’esperienza di salute mentale integrata nella comunità, in continuità con le tappe già esplorate.
    Conclusioni

    La trasformazione del Gruppo Aperto di Psicoterapia in Gruppo Aperto di Mutuo Aiuto rappresenta una fase evolutiva coerente con l’esperienza clinica maturata e con le esigenze relazionali ormai consolidate tra gli utenti. Questo cambiamento è un passaggio di responsabilità relazionale: dal setting guidato professionalmente a un campo di cura condivisa, in cui ogni partecipante è risorsa e agente di mutuo supporto.

    Tale orientamento risponde all’esigenza di promuovere il benessere mentale e psicologico non solo come processo clinico, ma come esperienza comunitaria, in cui l’appartenenza, il riconoscimento e lo scambio reciproco diventano essi stessi strumenti di benessere e di prevenzione del disagio, oltre che un supporto all’implementazione della cultura orientata alla recovery. Il ruolo dell’operatore si trasforma ulteriormente all’interno di un processo che è già intrinsecamente terapeutico, valorizzando l’autonomia dei partecipanti e il loro contributo alla salute collettiva.

    Il senso ed il significato vengono evocati dalle sigle che emergono dai diversi nomi dati alle due fasi di vita del gruppo. Un semplice passaggio come “da gap a gama” può essere letto non solo come un gioco fonetico, ma come un’immagine: da una distanza, una frattura, a qualcosa di più continuo, più unito. Il linguaggio, le narrazioni interne, con una variazione minima, suggeriscono un cambiamento molto più grande. Cogliere più significati nello stesso momento crea una sorta di tensione che può diventare riflessione e GAMA non è solo un acronimo, ma una “ri-narrazione” del cambiamento.

    Nel lavoro presentato, il termine GAP (Gruppo Aperto di Psicoterapia) è stato assunto anche nella sua etimologia inglese di “frattura” o mancanza, a indicare il rischio che la conclusione del percorso fosse vissuta come perdita del contenitore relazionale. La trasformazione in GAMA (Gruppo Aperto di Mutuo Aiuto) introduce invece un cambio di senso: nel passaggio fonetico e simbolico da gap a gama — in assonanza con “gamma” — si esprime il passaggio dalla mancanza a una pluralità di possibilità.

    Questo slittamento linguistico riflette un cambiamento clinico: dalla dipendenza dal setting terapeutico a forme di interdipendenza tra pari. Il gruppo evolve così da spazio condotto a dispositivo partecipato, valorizzando il sostegno reciproco e i processi di recovery in una prospettiva di salute mentale di comunità.

    I significati non sono entità fisse e immutabili, ma si configurano come costruzioni dinamiche che dipendono dal modo in cui osserviamo, ascoltiamo e interpretiamo la realtà. In questa prospettiva, ogni esperienza assume valore in relazione allo sguardo di chi la vive e al contesto in cui si colloca. Coerentemente con il costruzionismo sociale e con gli approcci narrativi, la realtà psicologica non è data una volta per tutte, ma si definisce attraverso processi di attribuzione di senso mediati dal linguaggio e dalla relazione. Il cambiamento diviene pertanto possibile quando muta la narrazione con cui interpretiamo noi stessi e il mondo. Nel lavoro presentato, il passaggio da GAP a GAMA rappresenta emblematicamente questa trasformazione simbolica: da una frattura percepita come perdita a uno spazio generativo di nuove possibilità. Il gruppo diventa così luogo di co-costruzione del significato e di promozione dell’empowerment. Accogliere la pluralità delle prospettive consente di valorizzare la complessità dell’esperienza umana e di favorire processi di recovery. In questa cornice, la conclusione non coincide con una fine, ma con una rinarrazione evolutiva del percorso terapeutico. La realtà, pertanto, può essere interpretata da prospettive diverse, generando nuove possibilità di crescita individuale e comunitaria.


    Bibliografia
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    3. Riferimenti Normativi

    Repubblica Italiana. (1978). Legge 13 maggio 1978, n. 180. Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori (Legge Basaglia).

    4. Opere Letterarie e Teatrali

    Shakespeare, W. (1623). As You Like It. Atto II, Scena VII.

    5. Riferimenti Discografici

    Bowie, D. (1971). Changes. In Hunky Dory. London: RCA Records.