Lavoro mentale
Un progetto di medicina narrativa
Autrici
Educatrici professionali UF Salute Mentale Adulti Grosseto, USL Toscana sud est
Ricevuto il 30 aprile 2026; accettato il 15 maggio 2026
Riassunto
Lavorare con un disturbo psichiatrico, a volte si rivela più problematico per alcune categorie di lavoratori. Il disagio che si crea può essere caratterizzato dall’alternarsi di periodi di stabilità e di crisi, rendendo più difficile trovare e mantenere una collocazione in quanto non si riesce a garantire livelli di produttività costanti, finendo con l’adattarsi a ruoli diversi da quelli cui si è aspirato, talvolta meno riconosciuti socialmente, eppure altrettanto densi di significati e speranza.
Come altri aspetti della propria vita, quello lavorativo non è slegato dal percorso di cura: può interferire con le scelte terapeutiche e pone i curanti e i professionisti sanitari di fronte a nuove valutazioni verso chi chiede aiuto per gestire un ambito così importante della quotidianità.
In questa cornice, il progetto LAVORO MENTALE ha scelto di utilizzare la medicina narrativa come strumento di indagine dell’esperienza lavorativa di alcuni utenti in carico al Centro di Salute Mentale di Grosseto, attraverso la raccolta di storie. L’intento è quello di arrivare ad un approdo naturale dove contestualizzare dati clinici, lasciando alla scrittura autobiografica la possibilità di raccogliere indizi con una modalità olistica e intrinsecamente terapeutica per chi scrive, ma anche per la rilettura e l’interpretazione delle storie, per i professionisti della cura, dunque dell’esperienza di malattia, in modo altrettanto disciplinato della medicina clinica.
Summary
Working with a psychiatric disorder can sometimes prove more problematic for certain categories of workers. The distress that arises may be characterized by alternating periods of stability and crisis, making it more difficult to find and maintain employment, as it becomes hard to guarantee consistent levels of productivity. This often leads individuals to adapt to roles different from those they originally aspired to, sometimes less socially recognized, yet equally rich in meaning and hope.
Like other aspects of one’s life, the work dimension is not separate from the course of treatment: it can interfere with therapeutic choices and places caregivers and healthcare professionals in front of new evaluations regarding those who seek help in managing such an important area of daily life.
Within this framework, the LAVORO MENTALE project has chosen to use narrative medicine as a tool to explore the work experiences of our users through the collection of stories. The aim is to reach a natural point where clinical data can be contextualized, leaving autobiographical writing the opportunity to gather clues in a holistic and intrinsically therapeutic way for those who write, but also for the rereading and interpretation of the stories by care professionals, thus of the illness experience, in a manner that is just as structured as clinical medicine.
Introduzione
LAVORO MENTALE nasce dal bisogno di “normalità” dei nostri utenti e ci offre uno spaccato intimo della loro quotidianità utilizzando la narrazione come pratica di cura e come strumento per conoscere in modo più approfondito la convivenza con la malattia durante l’esperienza lavorativa, calandosi nei contenuti più vivi e complessi della vita di ogni giorno. Lo fa attraverso la raccolta delle storie e l’apertura di un duplice spazio di ascolto individuale e di gruppo dove la rappresentazione personale del lavoro assume un significato riabilitativo lungo tutta una vita.
“Non sempre racconto davvero come mi sento al mio medico perché ho paura che mi cambi terapia”. In certi periodi della propria malattia, per alcuni, accettare di fronteggiare una sintomatologia che sembrava essersi acquietata, può risultare più faticoso che adattarsi alla “meno peggio”. Eppure alla fine è semplice: quando ascolti davvero la storia di una persona, prima ancora che del paziente e di questi tempi è altrettanto appropriato dire, quando hai tempo per farlo, e la integri nel percorso di cura, la medicina funziona meglio. I pazienti aderiscono di più ai trattamenti, vivono meglio la malattia, la qualità della vita migliora. I sintomi si riducono.
Non c’è niente di astratto.
L’obiettivo di questa iniziativa è quello di raccogliere le narrazioni di chi può testimoniare sul campo, per comprendere il vissuto e le possibili aree di miglioramento nella presa in cura, preservando la fiducia nelle terapie e nel percorso riabilitativo, documentando le esperienze di buone pratiche e gli elementi di criticità nelle fasi di ingresso e di mantenimento, allo scopo di sensibilizzare il mondo occupazionale e prepararci tutti sempre meglio ad affrontare questa realtà.
Sintesi dell’analisi ermeneutica delle scritture autobiografiche prodotte nell’ambito del progetto lavoro mentale
In questo breve testo riportiamo la sintesi delle scritture autobiografiche prodotte dagli utenti del Centro di Salute Mentale della ASL Toscana Sud Est, Area Provinciale Grosseto, dove si è scelto di utilizzare come tecnica narrativa della propria storia quella della scrittura Autobiografica.
Il progetto si è svolto da ottobre a dicembre 2025 ed è stato inserito all’interno delle attività del Centro di Salute Mentale Adulti di Grosseto facente parte del Dipartimento di Salute Mentale, coinvolgendo due educatori professionali che hanno elaborato il progetto con richiesta di collaborazione per la raccolta di adesioni alle diverse figure professionali impiegate nel Centro: infermieri, assistente sociale, psicologi, psichiatri e dirigenti. Il progetto è stato ideato con due differenti modalità di partecipazione: una in presenza con un laboratorio dedicato di 4 incontri per dare spazio al lavoro di gruppo con approccio dinamico e creativo mediato dagli educatori e, l’altra, producendo un elaborato scritto da consegnare in forma anonima o di persona presso i nostri uffici.
In entrambi i casi sono state date indicazioni per la stesura degli elaborati ossia delle sollecitazioni di scrittura con l’intento di focalizzare la narrazione sul tema lavorativo e contenere l’esperienza in un racconto coerente che ne valorizzasse il vissuto.
I partecipanti che hanno risposto in presenza sono stati 6 (2 maschi, 4 femmine età 30-65) mentre gli elaborati degli altri partecipanti sono stati 19 di cui, però ,non è possibile sapere con certezza genere o età per via dell’anonimato. Tutti sono residenti a Grosseto e in carico al Servizio di Salute mentale Adulti da almeno 10 anni.
Gli utenti iscritti al Laboratorio, per ognuna delle sollecitazioni, hanno prodotto una breve scrittura, in un tempo scandito dagli educatori e, successivamente, è stata condivisa nel gruppo. A seguito della condivisione sono state evidenziate le emozioni, le risonanze, le dissonanze ed assonanze delle varie scritture, alzando la qualità non solo dei contenuti in esse espresse, ma anche dei vissuti personali e interpersonali.
Tutti gli scrittori hanno potuto accedere all’analisi ermeneutica dei testi, ritrovando significati e valori comuni espressi. L’interpretazione ermeneutica permette, infatti, di non esaurire il significato delle parole con la semplice lettura, ma di coglierne la complessità, la volontà e la libertà nel senso profondo che le parole hanno per chi le usa, a prescindere se queste corrispondano alla realtà.
Le sollecitazioni di scrittura sono state circoscritte ai vissuti di persone con un disturbo psichico di fronte all’esperienza del lavoro e del rapporto con quest’ultimo, quali la motivazione a svolgerlo e a cercarlo, il rapporto con i soldi, i limiti o i benefici dei farmaci per l’espletamento dell’attività lavorativa, i punti di forza e le aree migliorabili scoperte e/o messe in gioco, le relazioni con i colleghi e il supporto ricevuto dalle persone rese partecipi dell’esperienza, la scoperta di nuovi interessi e abilità, le aspettative.
Gli utenti che hanno aderito al progetto sono attualmente impegnati in varie tipologie di esperienze lavorative. Nella riabilitazione psichiatrica, infatti, il lavoro non è solo visto come un obiettivo finale, ma come un vero e proprio strumento terapeutico, che parte da forme molto protette e con orario ridotto, come l’Inserimento Socio-Riabilitativo a forme ugualmente protette, perché mediate dai Centri per l’Impiego e da tutor, ma con orario più lungo e con impegno maggiore, fino ad una graduale transizione al collocamento mirato con la L. 68 o, nella migliore delle ipotesi, ad un lavoro senza tutele specifiche.
Dall’analisi ermeneutica delle scritture emerge un generale vissuto positivo rispetto alle esperienze di lavoro e di inserimento socio-riabilitativo, in quanto esso è visto come “una porta di ingresso per gli esclusi” e rappresenta un’opportunità per sviluppare il senso di auto efficacia ed empowerment personale. Più persone hanno scritto che il lavoro favorisce il ritrovamento della fiducia in se stessi perché, soprattutto quando risponde ad interessi personali, rappresenta un detonatore di potenzialità individuali, permettendo che talenti e capacità siano trasformati in risultati visibili ed apprezzabili da se stessi e dagli altri arrivando a pensare, ma anche a concretizzare una formazione specialistica negli ambiti scelti per incrementare le conoscenze.
In generale, il lavoro è considerato un’opportunità che permette di uscire dall’anonimato e di ampliare la propria rete relazionale, perché favorisce la conoscenza di persone nuove che, spesso, contraddicono l’aspettativa di essere giudicati negativamente e rifiutati. Infatti può aiutare a prendere consapevolezza che ci sono anche “persone che comprendono ed aiutano”. Inoltre, l’aspettativa di essere rifiutati sfuma, sia perché le persone acquistano una maggiore fiducia in se stesse, sia perché i contesti relazionali sono mediati e monitorati da operatori che costituiscono un “esempio di gentilezza”, incoraggiamento ed attenzione verso i bisogni di ciascuno. In molte scritture emerge un sentimento di gratitudine verso questi ultimi, considerati anche come dei veri e propri motivatori esistenziali. Anzi, c’è chi scrive che la gentilezza e la cordialità, oltre che il supporto educativo, sono i “fattori protettivi” che permettono di mantenere continuità nell’esperienza lavorativa.
Quest’ultima è vista, inoltre, come un’importante occasione di socializzazione ed una finestra sulla vita, che permette di uscire di casa e dalla propria zona di comfort, di apprendere l’uso di mezzi pubblici, di camminare, magari imparando a “tollerare lo sguardo delle persone” e a gestire le ansie sociali.
Oltre a tutte le precedenti considerazioni, l’occupazione lavorativa è considerata molto utile perché fa emergere le fragilità personali, come difficoltà di autoregolazione o pensieri persecutori, che gli operatori possono aiutare a gestire; anzi, come scrive una ragazza, conoscere i propri limiti fa comprendere che alcune tipologie di lavoro, magari desiderate per tanti anni, in realtà non corrispondono alle proprie caratteristiche personologiche e, quindi, “viene meno il rimpianto di non averli potuti svolgere”. Anche qualora l’esperienza lavorativa sia un Inserimento Socio-Riabilitativo è per tutti molto motivante per i motivi sopra esposti, purché corrisponda agli interessi personali e alle proprie abilità, cosa che aiuta a sentirsi “bravi” e allenta il timore di non soddisfare le aspettative personali ed altrui.
Tale timore è, comunque, un elemento sempre presente, soprattutto all’inizio dell’esperienza lavorativa, che porta con sè dubbi, paure “di non essere all’altezza, di non reggere i ritmi o di deludere” chi aveva creduto in loro.
La paura è anche quella dell’essere visti come diversi e, quindi, non accettati: diversi nel modo in cui affrontano la vita, per il fatto che assumono dei farmaci o che sono seguiti da uno Psichiatra o da uno Psicologo. Il tempo li aiuta a capire che in realtà, seppur con tempi e modalità diverse, ce la possono fare, in particolare quando “l’impegno si unisce alla volontà”. In ogni caso, anche le esperienze di lavoro più semplici, aiutano a fare “un salto di qualità esistenziale” perché stimolano l’autonomia, ampliano la rete relazionale e allenano le abilità sociali necessarie all’instaurazione di relazioni con i dipendenti e i titolari dell’azienda ospitante; inoltre le esperienze incrementano le abilità manuali e personali attraverso lo svolgimento di semplici compiti ed attività e l’utilizzo costruttivo del proprio tempo, costituendo “un’alternativa allo stare da soli in casa e senza fare niente”.
In alcune narrazioni viene messo l’accento su come il poter avere un lavoro aiuti a recuperare una speranza legata al personale progetto di vita, perché permette di recuperare “una dignità ed una autonomia” che a seguito della “malattia” era stata inficiata. Anche se le entrate economiche non sono molte, cosa che alcuni, tra i partecipanti al Laboratorio, evidenziano, per la maggior parte di loro trovare un lavoro è tra gli obiettivi più ambiti, perché il sostegno economico rende possibile una progettualità esistenziale ed un’assunzione di responsabilità che è benefica, in quanto restituisce “un’immagine di sè più attiva” e protagonista della propria vita.
Il percorso riabilitativo nell’ambito di quello più ampio di cura globale della persona consiste nel migliorare la Qualità di Vita, e anche un contributo contenuto rappresenta una forma di autonomia per gestire piccole spese in modo indipendente e, qualche volta, anche di essere di aiuto alla famiglia. ”La mia economia è migliorata, posso mantenere le spese mensili senza fatica o paura di non arrivare a fine mese, senza temere di chiedere aiuto alle persone di famiglia ai servizi sociali integrati agli enti; diciamo che mi sento meglio e mi stimo di più; sogno che tutto ciò che ho raggiunto che resti così un lungo periodo incantato”.
In quasi tutte le scritture viene evidenziato che il disturbo psichiatrico condiziona la capacità di trovare e mantenere un lavoro o ne causa la perdita. Per contrastare queste due situazioni, viene considerato molto utile il supporto con gli operatori sanitari e la mediazione degli educatori, i quali, lavorando in sinergia con i Centri per l’Impiego, si attivano per individuare esperienze lavorative alternative, quali progetti di inclusione con tirocini o Inserimenti Socio-Riabilitativi (per la maggior parte dei casi) non più in laboratori occupazionali protetti, ma in ambiti più esposti nella rete territoriale, dunque aziende, enti del terzo settore, come cooperative e associazioni, comunque parte integrante di un programma terapeutico di socializzazione e riabilitazione formulato all’interno del Centro di Salute Mentale.
La malattia riamane per gli utenti partecipanti la causa principale della perdita del lavoro e/o della sua assenza; la tendenza diffusa è quella di attribuire il proprio “fallimento in questa area”, a cause esterne da sè, quali, oltre alla patologia, le azioni altrui e il loro modo di fare o, in alcune casi, la fortuna.
Quello dei farmaci in particolare diventa tema di confronto almeno per una fase della loro vita ed è un tema affrontato anche dal vivo, durante il laboratorio, ossia la responsabilità attribuita al malessere pervasivo ricondotto ai possibili effetti collaterali delle terapie per la mancata realizzazione personale, per la difficoltà a portare a termine le attività come il lavoro appunto e, per l’assenza di forze e capacità di concentrazione necessarie a svolgerle, diventando quello delle terapie un alibi per la propria immobilità. “Non ce la faccio ad ultimare il periodo lavorativo di 10 mesi per via ripeto della stanchezza, debolezza, mancanza di forze, tutti effetti collaterali delle medicine che stavo prendendo”. Dai racconti, questo si riscontra soprattutto nei soggetti che hanno una caratteristica di cronicità dove il disturbo è spesso gravato da una compromissione con altre patologie organiche, già esistenti o insorte successivamente alla malattia psichica. Non manca, tuttavia, il loro riconoscimento nelle fasi di maggiore stabilità e di mantenimento della propria funzionalità quotidiana dove i farmaci sono considerati un grande aiuto per il reinserimento sociale e lavorativo e per il benessere personale, in quanto facilitano la stabilizzazione della malattia, nonostante possano insorgere ulteriori problematiche di salute. “Riesco a staccarmi dal male solo con la medicina, i terapeuti e la comprensione da parte degli altri che mi aiutano, mi vengono incontro. Ho poche risorse personali da mettere in atto. L’emozione che provo è rabbia”.
Talvolta, la malattia rappresenta l’interruzione di progetti già avviati e delle aspirazioni in giovane età, per cui l’inserimento nel mondo del lavoro viene vissuto come un iniziale riscatto della normalità.
Tutti i partecipanti al progetto hanno potuto sperimentare una “normale” esperienza di lavoro durante l’arco della propria vita in giovane età. Solo un paio stanno continuando a sperimentarla dopo varie interruzioni. La tipologia di lavoro di questi utenti verte maggiormente sull’ ambito dei servizi e attività di artigianato, dove si assiste ad una maggiore disponibilità di offerte. Solo un paio di persone sono riuscite a fare una breve esperienza per quello per cui avevano studiato utilizzando il titolo di una laurea specialistica, ma senza riuscire a dare continuità all’impegno.
L’aspetto interessante da sottolineare è che molti dei partecipanti considerano l’Inserimento Socio-Riabilitativo come un lavoro vero e proprio e, talvolta mancano di consapevolezza di ciò che un vero rapporto di lavoro potrebbe comportare a livello di assunzione di impegni e responsabilità, ma tutti riconoscono il lavoro come un potenziatore cognitivo, in quanto allena la mente a risolvere problemi, organizzare, pianificare, trovare il giusto modo di rapportarsi ai colleghi, gestire i conflitti… “Da Settembre svolgo un reinserimento lavorativo presso una veterinaria. Sono contenta e gioisco sul serio quando sono in ambulatorio, tanto che vorrei fare più ore (…) finalmente ho trovato la mia strada e, sempre destino volendo… sono disposta a cambiare e stravolgere le mie “radicatissime ed intoccabili abitudini” pur di ottenere altri reinserimenti presso ambulatori veterinari”.
Il lavoro “costringe ad apprendere cose nuove, a tenere vivi gli interessi e ad aggiornarsi”., Inoltre conferisce uno status sociale, un ruolo che è riconosciuto dalla società e che conferisce sicuramente un grande valore personale. Non ci deve meravigliare, quindi, l’affermazione, forse un pò idealista ma sicuramente efficace, di un partecipante, quando scrive che i portatori di disagio psichico “possono essere utili a questa società… utili a questo mondo...” anche se devono “solo capire dove”. Laddove dopo ripetuti tentativi di riabilitazione al lavoro non ci sono stati successi, c’è chi subisce l’ingiustizia di una società che sembra ostile, una società che non vede perché “..qualcuno chiude gli occhi”. Quel qualcuno rappresenta una speranza di cambiamento perché non comprende la totalità della comunità, ma una sua parte, cosicché c’è chi può ancora autenticamente affermare un bel “..grazie a voi educatrici e operatori..” per mantenere vivo in me il “sogno di continuare a credere in me stesso”.
“Quando ho iniziato a lavorare alla Fredditalia, avevo dubbi e paure. Avevo timore di non essere all’altezza, di non riuscire a reggere I ritmi o di deludere chi aveva creduto in me. Mi sentivo un po’ fuori posto, come se tutti potessero vedere subito che ero “diverso”. Diverso nel modo in cui affronto la vita, nel fatto che assumo dei farmaci e che seguo le mie sedute dallo psicologo e dallo psichiatra. A volte avevo la sensazione che tutto questo fosse scritto in faccia, che gli altri potessero leggerlo negli occhi. Le prime settimane sono state davvero difficili. Ogni mattina mi alzavo con la testa piena di pensieri, stanco ancor prima di cominciare la giornata. Mi domandavo spesso se ce l’avrei fatta, se valesse la pena continuare. C’erano momenti in cui la voglia di mollare tutto era forte, perché sentivo il peso della fatica, del dover dimostrare qualcosa anche a me stesso. Piano piano, ho scoperto che anche io potevo dare qualcosa agli altri. Magari non ero il più veloce o il piu’ esperto, ma cercavo sempre di impegnarmi, di dare una mano, di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno. E quando mi accorgevo che il mio contributo contava, anche solo un piccolo gesto, provavo una soddisfazione enorme. Il lavoro alla Fredditalia mi ha aiutato a credere di nuovo in me stesso. Mi ha insegnato che, nonostante le difficoltà, posso stare in un ambiente di lavoro, posso relazionarmi con gli altri e posso sentirmi utile. Oggi guardo a quell’esperienza con gratitudine: mi ha fatto crescere, mi ha dato sicurezza e un po’ fiducia nel futuro. Sogno ancora di trovare un lavoro fisso, qualcosa che mi dia stabilità e che mi permetta di continuare a migliorare. Ma, soprattutto, sogno di continuare a credere in me stesso, come ho imparato a fare in quei mesi alla Fredditalia”.
Conclusioni
Abbiamo voluto rendere merito a questo progetto “sperimentale” per l’impegno profuso e la qualità dei contributi raccolti in termini di significato e valore delle singole esperienze. Pensiamo che sia stato utile porre attenzione sulle singole realtà, ma anche sulla realtà territoriale cui queste storie appartengono per indagare proprio a scopo preventivo quanto l’isolamento e gli stereotipi legati alla vulnerabilità psichiatrica possano impattare nella quotidianità. D’altra parte l’occupazione ed il mantenimento di un lavoro possono essere considerati fattori protettivi di salute durante l’intero processo riabilitativo, e contribuiscono in modo significativo al recupero e quando possibile, verso la guarigione.
Per contro i periodi di disoccupazione possono essere fortemente destabilizzanti, e portare a peggiorare tratti anche non gravi di patologia, con notevoli costi per il Sistema Sanitario Nazionale e per la Società in generale. Il raccontarsi con un ritmo diverso, quello della narrazione libera da vincoli grammaticali e strutturali prediligendo il flusso di coscienza ha permesso ai partecipanti di ripercorrere le proprie storie segnando e riscrivendo i vissuti personali con maggiore consapevolezza e accettazione.
Mossi da queste riflessioni profonde ci auspichiamo come professionisti sanitari che possano nascere nuove idee per ampliare la rete di proposte esistenti e migliorare la visione dell’inclusività all’interno della panoramica lavorativa attuale.
Nadia Masi, Educatrice professionale, Dipartimento delle Professioni Tecnico Sanitarie della Riabilitazione e della Prevenzione, del Centro di Salute Mentale Adulti di Grosseto dell'Azienda USL Toscana Sud-Est.
Ha un master in Medicina narrativa applicata ed è ideatrice del progetto Lavoro Mentale.
Elisa Vatti, Educatrice professionale, Dipartimento delle Professioni Tecnico Sanitarie della Riabilitazione e della Prevenzione del Centro di Salute Mentale Adulti di Grosseto dell'Azienda USL Toscana Sud-Est.
Ha collaborato come co-conduttrice del Laboratorio in qualità di Esperta di Metodologie Autobiografiche e Consulente in Scrittura Autobiografica.
Alcuni spunti di approfondimento:
Carozza, Paola. "Contrastare lo stigma della malattia mentale: obiettivo dei servizi di salute mentale di comunità." Journal of Health Care Education in Practice 3.2 (2021). https://jhce.padovauniversitypress.it/2021/2/3
Venturi G. et al. “Politiche del lavoro e salute mentale: L'integrazione socio-assistenziale come strumento per favorire percorsi di recovery”. Giornale Italiano di medicina del lavoro ed ergonomia, 2021, 43.1: 34-39. https://iris.unimore.it/handle/11380/1248684
Portale ISTUD sulla Medicina narrativa medicinanarrativa.eu
SIMeN-Società italiana di Medicina Narrativa www.simenitalia.it
R. Charon, Medicina Narrativa. Onorare le storie dei pazienti, Edizione Italiana Raffaello Cortina, 2019
D. Demetrio, L'autobiografia come cura di sè, Raffaello Cortina, 2022
D. Demetrio, La scrittura clinica. Consulenza autobiografica e fragilità esistenziali, Raffaello cortina, 2008
D. Demetrio, Educare è narrare. Le teorie, la pratica, la cura, Mimesis, 2013
Quick, J. C., Murphy, L. R., Hurrell Jr, J. J., & Orman, D. , The value of work, the risk of distress, and the power of prevention, 1992
Falloon, Ian. Intervento psicoeducativo integrato in psichiatria. Edizioni Erickson, 1993