La psicopatologia del tempo patico: il passato non è più, il futuro non è ancora
Autore
Psicologo, psicoterapeuta, ricercatore. Presidente dell’IPERS – Istituto di psicologia e ricerche socio sanitarie
Ricevuto il 01 gennaio 2026; accettato il 15 gennaio 2026
Il tempo è il nostro supplizio
Simone Weil
Riassunto
Questo saggio (nota 1) si interroga su come la mutazione interiore (la crisi psichica) accoglie e modifica la coscienza del tempo e la sofferenza oscura (nota 2). Il tempo, di cui qui si discute, appartiene alla stessa natura della cura e della vita. Ogni cosa si lega al tempo interiore della persona e al tempo-durata del mondo: le sensazioni di un prima e un dopo di un accadimento, le percezioni quotidiane legate all’alternarsi delle stagioni, agli addii, alle speranze e attese di guarigione durante una cura, l’arresto dell’agire (tempo fermo o sospeso) sono aspetti di un’unica dimensione del vivere. Anche l’ambiente umano è impregnato di temporalità, che si complica poi, durante una sofferenza, nella vita delle persone.
L’esperienza del tempo, quindi, non è solo di tipo percettivo-emotivo ma anche storico-epocale, rappresenta la risorsa naturale preziosa per un paziente, per chi vive e deve fronteggiare una condizione di sofferenza oscura. Tale risorsa si presenta come la fonte vitale, ineliminabile, di cui disponiamo e il nostro rapporto con esso ha conseguenze dirette sulla percezione di noi stessi, sull’azione quotidiana, sul mondo dell’intersoggettività.
Summary
This essay examines how inner change (psychological crisis) influences and alters our awareness of time and dark suffering. The time discussed here belongs to the very nature of healing and life. Everything is linked to a person's inner time and the duration of the world: the sensations of before and after an event, daily perceptions linked to the changing seasons, farewells, hopes and expectations of recovery during treatment, the cessation of action (time standing still or suspended) are aspects of a single dimension of life. The human environment is also imbued with temporality, which then becomes more complicated during suffering in people's lives.
The experience of time, therefore, is not only perceptual-emotional but also historical-epochal, representing a precious natural resource for a patient, for those who live with and must face a condition of obscure suffering. This resource is a vital, unavoidable source that we have at our disposal, and our relationship with it has direct consequences on our perception of ourselves, our daily actions and the world of intersubjectivity.
La psicopatologia del tempo patico
Crediamo che il tempo, così come lo viviamo e rappresentiamo nel campo psicologico-psichiatrico, condiziona la qualità di vita del paziente e le nostre relazioni umane. Rispetto a tale questione le risposte a questi problemi e dubbi sono numerose e controverse e l’individuazione di punti di raccordo scientifico, in grado di raccoglierle in un orizzonte operazionale comune, è ostacolata dal fatto che i vari paradigmi nascono in settori d’indagine differenti (psicopatologia, filosofia della mente, psicologia, psicoterapia, scienze cognitive, neuroscienze), che spesso tendono ad escludere un’analisi del problema ad ampio raggio. «Il tempo è lo spettacolo del divenire. Infatti, in qualsiasi modo lo si consideri, esso ha sempre a che fare con ciò che muta. E quand’anche nulla divenisse, l’esperienza del tempo sarebbe ugualmente esperienza del divenire sia pure inteso come fede nel divenire medesimo…L’esperienza del tempo, come modo d’esperienza del divenire, è, come il divenire, esperienza complessa…L’esperienza del tempo, in quanto esperienza, dà luogo, dunque, a modalità espressive variate e altrettanto complesse di temporalità: genera forme del tempo» (nota 3).
Questo sostanzialmente significa che la psicologia parla poco di tempo mentre Husserl, già nel secolo scorso, scriveva che «tutti gli individui percepiti e mai percepibili hanno in comune la forma del tempo. Questa è la forma fondamentale, la forma di tutte le forme, il presupposto di tutte le connessioni che costituiscono un’unità. Forma significa qui però fin dapprincipio il carattere che necessariamente precede ogni altro nella possibilità di un’unità intuitiva» (nota 4). Introduciamo, pertanto, il tempo psicologico in campo clinico, in quanto, non si può trattare la cura senza trattare il tempo durata e il tempo interiore dei pazienti (nota 5). Bisogna, innanzitutto, ricomprendere la metafora del tempo che fluisce come un fiume, che da Eraclito fino ai giorni nostri si è consolidata anche nel campo psicologico-psichiatrico. Ma il tempo, contrariamente alla metafora di Eraclito, non scorre come l’acqua sul letto del fiume, poiché così si presuppone che il presente sia conseguenza del passato e l’avvenire la conseguenza del presente. Non è il passato che spinge il presente: il passato e l’avvenire esistono durante ogni accadimento presente, si compenetrano. Il significato che diamo al tempo che viviamo interiormente solitamente riguarda il tempo-durata (il prima e il dopo) ma non il tempo vissuto (nota 6), che richiede uno sforzo maggiore a livello personale. Mentre l’origine-metafora del tempo-durata può essere fatta risalire a Eraclito, l’origine nostro tema (tempo patico) risale a Seneca, filosofo romano che, nel testo La brevità della vita ci narra dell’importanza che ha il tempo nel dare un senso alla vita (o nel negare la vita). «Adesso non è mai questo semplice adesso che c’è, eppure non sarebbe se non fosse adesso, ma vale anche l’inverso: adesso non sarebbe adesso ove mancasse l’adesso che c’è…L’adesso è nel tempo e lo misura. Ne sta fuori e dentro, gli sta innanzi e prima. Lo coglie e manca» (nota 7).
Per il filosofo, che invita anche durante la vita a “coltivare l’umanità”, il tempo personale è la risorsa più preziosa e limitata che la persona possiede: è fugace e non recuperabile, va vissuta. Ai fini della cura, per Seneca, non è importante la quantità del tempo che possiamo misurare (tempo durata), ma la qualità (patire), e sprecarlo in attività futili significa sprecare la vita stessa. Ogni paziente dovrebbe vivere pienamente ogni istante (il presente), dedicandosi agli aspetti fondamentali della vita (autocoscienza e saggezza, riflessione sul senso della propria vita, e la virtù), piuttosto che farsi travolgere dall’uragano temporale della sofferenza oscura, dalla frenesia della vita quotidiana, dall’ansia.
Nella clinica la cura della sofferenza oscura (nevrosi, depressioni, ecc.) è anche pratica della coscienza temporale (che richiede un tempo/durata/setting ed analizza il tempo interiore) ossia una pratica intuitiva-intenzionale sulla percezione interiore. «Perché ricordiamo il passato e non il futuro? Siamo noi a esistere nel tempo o il tempo esiste in noi? Cosa significa davvero che il tempo “scorre”? Cosa lega il tempo alla nostra natura di soggetti? Cosa ascolto, quando ascolto lo scorrere del tempo» (nota 8). Dunque, la «guarigione» non è data né dall’attuazione di procedure ma dall’attenzione al tempo patico, intimo, privato, personale. La coscienza umana è quindi tempo e di converso il tempo si incarna nell’umana consapevolezza d’esserci. Il tempo vissuto nasce dal mio rapporto con le cose, i ricordi, i progetti e le esperienze e non si limita ad essere una successione registrata degli accadimenti ma diviene tempo vissuto, emozione. Merleau-Ponty (1962) (nota 9) afferma che analizzando il tempo accediamo alle strutture concrete della nostra soggettività: il tempo rende possibile la fusione della psiche e del corpo; infatti, l’esperienza percettiva va compresa in connessione a un’individualità corporea, e il tempo fa apparire il soggetto e l’oggetto come due momenti astratti di una struttura unica che è la presenza umana. L’esistenza corporea, in quanto dotata di organi di senso, non riposa mai in sé stessa: quando si cerca di non avere sensazioni, in ogni istante il corpo ne propone di nuove. Non possiamo dire che il tempo è dato alla mia coscienza ma che la coscienza dispiega e costituisce il tempo personale. Dunque, in ogni momento, in ogni istante, la coscienza e il corpo esprimono l’esistenza, il vivere, il destino personale: «il tempo è alla lettera il senso della nostra vita, e come il mondo, non è accessibile se non a colui che vi è situato e che ne sposa la direzione» (nota 10).
Indagando Husserl (nota 11) la coscienza del tempo conclude che la percezione della persistenza di un accadimento (ovvero dell’estensione di un oggetto o pensiero nel tempo), della successione e del cambiamento non sarebbero possibili se la coscienza fosse costituita da punti di esperienza separati e scollegati, se la struttura temporale della coscienza fosse basata sull’istantaneità. «Perché ricordiamo il passato e non il futuro? Siamo noi a esistere nel tempo o il tempo esiste in noi? Cosa significa davvero che il tempo “scorre”? Cosa lega il tempo alla nostra natura di soggetti? Cosa ascolto, quando ascolto lo scorrere del tempo» (nota 12)
Come scrive Husserl quando all’ascolto di una melodia il senso di una prima nota viene mantenuto mentre ascoltiamo la seconda e, contemporaneamente, il senso della terza nota viene anticipato in una sorta di orizzonte gestaltico. Quindi la coscienza non si riduce all’attimo presente, ma è coscienza di ciò che è stato e di ciò che sta per accadere: l’unità di base della presenza vissuta non è un presente senza rimandi, ma un campo temporale che comprende le tre modalità del presente, passato e futuro (nota 13).
Per descrivere tale struttura temporale della coscienza egli utilizza tre termini tecnici: l’impressione originaria (fornisce l’intuizione del senso presente di un oggetto), la ritenzione (fornisce l’intuizione del senso appena trascorso dell’oggetto) e la pretensione (fornisce l’intuizione di ciò che sta per accadere). La ritenzione aggiunge quindi all’impressione originaria un contesto rivolto al passato, che non ha nulla a che vedere con il ricordo (essendo questo una rappresentazione di un evento passato), mentre la protensione vi aggiunge un contesto rivolto al futuro, un’anticipazione temporale più o meno indefinita. Questi tre aspetti sono costrutti utilizzando la percezione del presente, l’immaginazione del futuro e la memoria del passato (ricordi). Il tempo presente è dinamico.
Sulle orme di Husserl (nota 14) si è del parere che il tempo interiore non sia una “cosa” misurabile, esterna alla persona ma la struttura fondamentale della coscienza (nota 15) ("flusso continuo di coscienza") che si costituisce attraverso la ritenzione (il trattenere il passato immediato) e la pretensione (l'anticipazione del futuro). Ogni atto della coscienza interna del tempo non è nient’altro che un tentativo di descrivere come la coscienza, attraverso il vissuto, la ritenzione, trasforma una sequenza di istanti ("punti ora") in un'unità temporale; e come la pretensione riempia le attese e le speranze. Sotto la pressione delle crisi personali il vissuto patico-emotivo del tempo si guasta, si distorce. Come già scritto osservando noi stessi e il mondo esterno possiamo valutare due situazioni diverse rispetto alla percezione (nota 16) della temporalità interiore: un tempo durata (il prima e il dopo, lo scorrere lineare da un punto all’altro) e una enigmatica percezione di un tempo vissuto detto “patico”, colto nella sua dimensione fenomenologica. Si tratta, nel secondo caso di una percezione comune alla coscienza (sia nel caso misuriamo il tempo o che lo viviamo a livello interiore) che si manifesta in modo non omogeneo e discontinuo. Ed è innegabile che ne siamo maggiormente consapevoli soprattutto durante un momento di gioia o di dolore intenso o ad una certa età (nota 17). Quando incontriamo un paziente, la riuscita, o lo scacco, dell'incontro si gioca (anche) sulla decifrazione dei modi con cui il tempo è vissuto (esperito) dal paziente. Non c'è cura senza l’analisi del tempo vissuto. Come ha affermato Agostino (Le confessioni) nel tempo è possibile distinguere il presente, il passato e il futuro che, nelle condizioni di esistenza "normale", si definiscono come dimensioni l'una intrecciata con l'altra; mentre nelle esperienze neurotiche, ma soprattutto in quelle psicotiche, si disaggregano e, infine, si sfilacciano (nota 18).
Il tempo si deforma nella coscienza e subisce una distorsione
Per chi scrive avviene, durante una crisi psichica, la rottura della trama temporale (nota 19) nel paziente. Il tempo interiore del paziente appare “sospeso”, si fa immobile e vuoto, “non passa mai”, non si lega più al futuro e neppure a ciò che accade nel presente (qui e ora). Un terapeuta attento e gentile interviene raramente, deve saper attendere, non impone obiettivi strategici, ma accompagna il passaggio temporale, nella lentezza, da uno stato di rigidità ad uno meno rigido. «La cura della sofferenza oscura (nevrosi, depressioni psicogene e ontiche, tensioni emozionali, etc.) è, almeno inizialmente, una pratica intuitiva, non diversa qualitativamente dalle relazioni della quotidianità e dagli interventi attivi di qualcuno verso altri, successiva e coeva a tutte le forme trasformazionali primitive, tradizionali, popolari, magiche, rituali, incubativi, etc. dalle quali, in modo positivo, direttamente deriva e verso le quali tende oscurantistica mente a ritornare…Al confronto dunque con la caducità, l’improbabilità, l’arbitrarietà, talora con l’infantilismo filosofico delle ermeneutiche e degli apparati teorici delle “psicoterapie” del ventesimo secolo, ciò che escono comunque rafforzate sono le spinte verso nuove esperienze, verso nuovi linguaggi, verso nuovi assetti teoretici, cioè, complessivamente, la spinta a capire» (nota 20).
Durante una crisi psicologica si possono cogliere, con grande evidenza, aspetti legati ad una disarticolazione della percezione del tempo del paziente, notare come la continuità tra passato, presente e futuro viene interrotta, come si oscilli da una dimensione temporale all’altra, tra dolore e mutamento personale. Tale disarticolazione temporale può essere causata da un forte trauma, da. una "frattura psichica" tra il prima e il dopo dell'evento drammatico o catastrofale (nota 21). Non posso non ricordare qui come nella depressione si abbia una modificazione del tempo vissuto così radicale da perdere la dimensione del futuro (tempo fermo/sospeso): non sopravvivendo se non un presente (il presente del presente in senso agostiniano) che viene a mano a mano risucchiato e divorato dal passato (dal presente del passato in senso agostiniano) sempre più inarrestabile. Nella dissolvenza del futuro si inabissa la speranza e l’attesa, e l'orizzonte temporale precipita in uno scenario negativo, pessimistico a cui viene meno ogni slancio di vita, ogni forma di coraggio e di rivoluzione personale. In realtà riguardo alla relazione, cui siamo interessati (tempo interiore e sofferenza psichica) basterebbe tener presente l’ideazione pessimistica di alcuni pazienti dinnanzi ad una crisi, durante un episodio di depressione, dove compare il seguente quadro psichico: a) riguardo al presente: sentimenti di incapacità e fallimento, idee di svalutazione da parte degli altri, autodenigrazione e autosvalutazione; b) riguardo al futuro: il paziente sente che arriverà il peggio, la rovina per le sue finanze e la sua famiglia, disperazione estrema per cui la vita non vale la pena di essere vissuta, la morte è agognata come una liberazione e una giusta punizione (idee e tentativi di suicidio); c) riguardo al passato: preoccupazione eccessiva per piccole mancanze commesse in passito che assume la forma di sensi di colpa irragionevoli e di autorimproveri; tendenza a ricordare gli eventi spiacevoli del passato. Ora, non ha senso, nemmeno terapeutico, confrontarsi con una esistenza depressiva, e del resto anche con una esistenza maniacale, o schizofrenica, senza tenere presenti queste modificazioni profonde e paradigmatiche del tempo patico che, solo, le sonde di una cura attiva e dialettica riescono a cogliere.
Cerchiamo un dialogo costante con il nostro tempo interiore e, a livello inconsapevole, continuamente lo avvertiamo, misuriamo, lo esperiamo, non possiamo vederlo, udire o toccarlo. Soprattutto negli stati di sofferenza psichica il tempo sembra esser colto nella sua importanza. Ognuno vive il tempo personale dal suo punto di vista emotivo. Ma ogni persona possiede i «sorveglianti» del suo tempo vissuto che scorre, a partire dalle sue sensazioni, impressioni e percezioni (nota 22). Ma che cosa è davvero il tempo e in che senso possiamo dire che esiste indipendentemente dalle nostre sensazioni? Nel vivace dibattito su questo tema tra i filosofi e psicologi, fisici, ricercatori, si contrappongono due punti di vista: la misura del tempo (tempo durata) e il tempo patico (il vissuto del tempo). Ma esistono anche altre teorie (nota 23). Secondo la teoria più vicina al senso comune delle persone, il tempo è la differenza tra passato, presente e futuro e conferisce oggettività alla vita mentre per altri teorici nel tempo prendono vita alcune relazioni quali la precedenza e la simultaneità, relazioni che garantiscono l'oggettività del tempo ossia la “verità” del tempo. Gli studi sulla percezione soggettiva del tempo devono un enorme contributo allo psichiatra Eugene Minkowski (1933) (nota 24). Il tempo vissuto differisce dal tempo oggettivo, ovvero il tempo del mondo, nel campo della psicopatologia si incastra nel vissuto di un eterno presente che si allarga a dismisura o si impiglia nel passato come sensazione minacciosa di una sua ripetizione eterna. Viene così persa la possibilità dell'avvenire, come nella depressione, con tutto un derivato di ossessioni e deliri di rovina. Analogamente la fissazione del presente impedisce, nella maniacalità, l'esperienza della continuità del tempo e della profondità dell'esperienza, che si appiattisce in un fatuo qui ed ora.
In genere il tempo patico non si presenta all’osservazione clinica come sequenza cronologica (il prima e il dopo, il tempo dell’orologio) ma come flusso di vissuti, consapevole che «il dolore si conosce per esperienza» (nota 25).
Molte patologie, ossessioni individuali, disagi culturali, hanno in comune il tentativo di negare il tempo. Ma dal tempo non è possibile uscire (non considerarlo) se non cessando di vivere. Vivere significa esattamente cogliere tempo vissuto, tempo consapevole di sé. Per Edmund Husserl la coscienza come una macchina del tempo che crea la temporalità attraverso processi interni. Tali processi interni sono la ritenzione ossia il trattenere il passato recente e la protensione (l’anticipazione del futuro), che danno unità e continuità all'esperienza vivente. Oggi un argomento importante, per tali studi sul tempo patico, è quello legato al presentismo della persona (il qui ed ora) mentre (nota 26) molte ricerche esplorano i meccanismi alla base dell’esperienza temporale, al come l’esperienza soggettiva possa emergere da processi fisici e psichici.
In campo clinico (la cura) le attuali ricerche sul tempo vissuto (per chi scrive tempo patico) sono molto interessanti e si concentrano su come le persone e i pazienti durante la sofferenza oscura (nota 27) percepiscono e sperimentano il tempo interiormente (coscienza). In campo clinico il tempo non può essere inteso solo come durata (il prima e il dopo, il tempo dell’orologio) e dello scorrere degli accadimenti nella loro vita quotidiana. Seguendo le orme di Seneca, Eraclito (nota 28), Bergson e Husserl, si considera il tempo interiore diverso dal tempo dell’orologio come una dimensione esperienziale (patica), profondamente legata ad ogni accadimento e alla coscienza di ogni paziente.
Nota finale
Per chi scrive il tempo vissuto dei pazienti è il punto di partenza da cui prende forma ogni cura terapeutica legata alla singola persona. Il paziente riesce ad afferrare, dentro di sé, tale tempo? Quante volte il passato, il presente e il futuro si intrecciano e si lacerano, si frantumano, senza che sia possibile coglierne le ragioni, che sia possibile distinguerle. Abbiamo visto come molte ricerche ci offrono diversi approcci e prospettive per comprendere il ruolo del tempo interiore nella cura e sono di grande aiuto nell’elaborazione del concetto di tempo patico, sia dal punto di vista operazionale che clinico. Le loro opere forniscono spunti per analizzare come il tempo interiore possa essere percepito in modo alterato (“guasti e distorsioni temporali”) in diverse condizioni psicopatologiche, influenzando la coscienza di sé, l'esperienza soggettiva e il decorso della malattia e della cura.
In campo psicologico possiamo descrivere “tempi sospesi” del paziente, quando ne parliamo, li misuriamo, ci confrontiamo con loro. Non solo solitamente, facciamo di tutto per prevedere (anticipare) il futuro, e per ricostruire il passato. Dunque, futuro e passato esistono nella vita psichica del paziente e durante una sofferenza psichica, vengono sottoposti a guasti e distorsioni. Percepiamo, senza nessun organo reale di senso, un vissuto temporale, misterioso ed enigmatico, e gli intervalli del tempo, li confrontiamo tra loro, cerchiamo di comprendere ogni accadimento ed esperienza, definiamo e misuriamo i tempi più lunghi, quelli più brevi, e tale misurazione durante il passaggio del tempo costituisce la nostra bussola e percezione. Esistono pazienti la paura del tempo futuro (cambiamento personale) o ancorati al tempo passato, tesi costantemente ad agire e a predire il futuro, mentre altri a narrare il passato. E tanto il passato quanto il futuro sono vivi nella coscienza della sofferenza, resistono all’accadere dell’accadere. Se ben indagati e compresi la relazione con il tempo dell’orologio (tempo durata) e con la temporale interna, costituiscono campi di cura, al fine di individuare obiettivi terapeutici importanti, di comprendere i vissuti durante la sofferenza psichica, per pianificare i ritmi temporali di una narrazione umana (la narrazione stagnante dei nevrotici, la narrazione triste dei depressi, la narrazione altalenante degli ossessivi, la narrazione fluttuante dei maniacali), le parole della cura individuale, le principali variabili cliniche, le caratteristiche delle persone e dell’esperienza nella cura, nonché le maggiori categorie di classificazione della personalità e della psicopatologia. «Perché ricordiamo il passato e non il futuro? Siamo noi a esistere nel tempo o il tempo esiste in noi? Cosa significa davvero che il tempo “scorre”? Cosa lega il tempo alla nostra natura di soggetti? Cosa ascolto, quando ascolto lo scorrere del tempo» (nota 29).
Quindi non c’è esperienza psicologica che non si accompagni alla presenza del mutamento del tempo e alla percezione del tempo interiore. Come già scritto non sono pochi coloro che vivono uno stato di nostalgia (il presente del passato) o smarrimento, che soffrono di malinconia ovvero di un “tempo fermo” nel passato, privo di futuro. In alcuni casi assistiamo impotenti alla vittoria del tempo passato sulla persona: è il caso della depressione. Anche il tempo della nostalgia ci mostra come una sofferenza oscura legata ad una malattia sia sempre legata alla storia personale, alla percezione di sé stessi, al mondo delle relazioni intersoggettive. In alcuni casi il legame con la triade passato-presente-futuro appare alternato: la persona non riesce ad abbandonare il pensiero di una unica dimensione del tempo (o presente, o passato o futuro). Nello stato malinconico, ad esempio, viene a mancare un tempo condiviso con il presente, fatto di scambio con l’altro, con il presente. Il tempo nella malinconia cancella la presenza dell’altro e si immerge nei ricordi del passato. «Ora, la forma di esistenza maniacale è incapace di articolarsi in una relazione significativa con gli altri-da-sé e di comportarsi tenendo presenti i fatti del passato e quelli possibile del futuro: si realizza (destorificata) solo in un qui – e - ora slegato e privato di ogni prospettiva temporale. Da essa è possibile dunque risalire alla tesi di matrice fenomenologica-trascendentale…che nella mania la temporalità sia coartata e immersa in una istantaneità inautentica: essendo in essa indebolite e poi annullate sia la protentio sia la retentio. L’esperienza maniacale non riesce più a costituirsi in un tempo comune a ciascuno di noi, non essendo più capace di collegare il passato con il presente, e il presente con il futuro: La praesentatio diviene quasi un’isola sprofondata nella sua solitudine de-finalizzata» (nota 30).
Visto come principio attivo il tempo garantisce il pieno possesso di noi stessi (cosa saremmo senza la dimensione e le figure della temporalità?), consente di costruire la nostra identità, di avere accesso a noi stessi e agli altri, di sviluppare solidi legami d’appartenenza, di costruire identità stabili, coerenti, basate sulla crescita personale lineare e continua, fatta di esperienze reali. Esistono pazienti che tendono a focalizzare, in maniera prevalente, la propria persona verso una o più di queste dimensioni temporali e meno in altre (alcune persone, ad esempio, possiedono uno stile depressivo e sono concentrate su eventi legati al loro passato negativo). «Nell’irrompere del tempo l’eternità viene sentita come un arresto del tempo, come un “nunc stans”. Passato e futuro sono diventati così presenti in una visione chiara…L’universalità dello spazio e del tempo induce a fraintenderli come essere fondamentale; ma è errato assolutizzare spazio e tempo come l’essere stesso e la loro esperienza come l’esperienza fondamentale» (nota 31). Gli aspetti maggiormente evidenti nella pratica terapeutica sono costituiti da una serie di elementi che si legano al tema della sofferenza psichica: la sofferenza psichica è scontro di linee importanti della storia singolare e plurale, è contrasto di nuovi orizzonti ampi dell’accadere antropico, è legame epocale contraddittorio, è scontro tra “essere e tempo”. Gli accadimenti psicologici (intimi, privati, segreti) sono segni legati alla percezione del tempo, intuizioni e anticipazione di un tempo futuro (attesa, speranza), barlumi di «conflitti» tra la persona e il tempo vissuto. Conflitti e contraddizioni che assumono, in alcuni casi, il carattere di uno scontro tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere. Uno scontro che coinvolge la vita, il quotidiano, le relazioni umane, il livello temporale (tempo dell’orologio) e il tempo vissuto. Forse, in un futuro prossimo, sarà possibile, a partire dal tempo vissuto, comprendere fenomenologicamente la sofferenza oscura, attuare una sperimentazione e una prassi della cura basata sulla percezione del tempo. Mi auguro in futuro che i «curanti», possono con gli altri, i «curati», condurre una ricerca lunga e comune sul tempo vissuto per porsi al di là del dolore, una ricerca sugli svolgimenti della vita, sulle trasformazioni e i mutamenti personali (non solo clinici), sui sentimenti, sulle passioni, sulla sofferenza che s’irrigidisce e sulla sofferenza che si fa fluente e così ritorna alla vita.
Nella psicoterapia un punto decisivo è questo: non possiamo intervenire, a tratti direttamente, sulle distorsioni temporali del paziente senza stabilire una relazione tra la percezione soggettiva del tempo vissuto e la capacità del singolo paziente di leggere, interpretare e vivere la sua sofferenza, senza stabilire, dentro di noi, l’essere del tempo basandoci sulla sua formula comune, ritenendola magari attendibile senza alcuna verifica che non sia quella di ricorrere all’orologio. In realtà non possiamo comprendere il tempo vissuto senza creare un legame con il tempo inteso come durata, flusso, “prima e poi”, mutamento, se non osserviamo l’orologio, il cielo, il moto degli astri e delle galassie ed è sempre il tempo interiore che ci offre una cornice per guardare in noi stessi e nel nostro mondo, una nuova percezione del vivere.
Note
Nota 1: Il presente testo è dedicato a Husserl (filosofo) e Piro (psichiatra). Husserl con la coscienza interiore del tempo ha elaborato forse il testo più completo di analisi della coscienza interiore del tempo nel Novecento. Piro offre spunti preziosi sull’accadere dell’accadere in campo psicologico-psichaitrico e la cronodesi (il legame agli orizzonti temporali).
Nota 2: Si ricorda come oggi il mondo contemporaneo si basi sul presentismo e come ciò contrassegni una radicale mutazione delle forme dell’ansia del tempo presente (il qui e ora, l’adesso). Laddove la cifra della temporalità dell’epoca moderna è stata la velocità, il tratto essenziale del mondo contemporaneo è l’istantaneità ossia una nuova forma del tempo-durata che si fonda sull’unità assoluta dell’istante (ciò che accade ora, adesso). Orientarsi nel tempo è orientarsi nell'esistenza. Siamo catturati, solitamente, contemporaneamente in più tempi, e possiamo vivere in più realtà simultanee (virtuali, reali, intelligenza artificiale). Molte forme di disagio psichico sono all'insegna della patologia dell'istantaneità.
Nota 3: Natoli S., Teatro filosofico. Gli scenari del sapere tra linguaggio e storia, Feltrinelli, Milano, 1991, 9.
Nota 4: Husserl, Esperienza e giudizio. Ricerche sulla genealogia della logica redatte e edite da Ludwig Landgrebe, Bompiani, Milano, 2007, 393.
Nota 5: Per comprendere come il tempo patico subisca un cambiamento basterebbe tener presente cosa accade nel lutto, che non è semplicemente un dolore acuto, né un incidente emotivo che si supera con il passare del tempo: è una trasformazione strutturale del modo in cui abitiamo il mondo e viviamo il tempo. Il lutto diventa così un passaggio di confine tra tempo presente e passato e futuro, continuità e rottura, familiarità e spaesamento, appartenenza e sradicamento, e attraversa allo stesso tempo dimensioni psichiche, corporee, biologiche, simboliche ed esistenziali. Quando una persona a noi cara muore, ciò che si spezza non è solo il legame esterno, ma la struttura stessa dell’esperienza: la vita cambia. Il tempo, prima percepito come continuità, si frattura in un “prima” e un “dopo” difficili da ricongiungere; lo spazio abituale si riempie di vuoti che gridano presenza proprio attraverso l’assenza, il corpo alterna stanchezza densa e agitazione incontenibile, insonnia e sfinimento, fame di stimoli e ritiro in sé stessi. In questa frattura non si perde soltanto l’altro, ma un frammento di sé, una porzione della propria identità che viveva dentro la relazione.
Nota 6: Mentre il tempo-durata appare lineare e progressivo e viene quantificato attraverso misurazioni cicliche nel tentativo di domare il suo inesorabile scorrere senza fine (Eraclito, Seneca), il tempo patico (personale) determina mutamenti all’interno di ogni individuo, trasforma i pensieri e gli affetti ed alimenta la memoria dei vissuti e di tutto ciò che si prova ricordando (attesa, speranza, nostalgia, sensi di colpa, rimorsi).
Nota 7: Husserl E., La coscienza interiore del tempo, Filema, Napoli, 2002, 167.
Nota 8: Rovelli C., L’ordine del tempo, Adelphi, Milano, 2017, 14. Il tempo è un argomento che riguarda aspetti come la percezione del tempo che passa, come il tempo può sembrare più lento o più veloce in determinate situazioni psicopatologiche, e come le emozioni, i ricordi e lo stato di coscienza influenzano questa percezione. Non dobbiamo assolutamente identificare, dunque, il tempo interiore della coscienza, o tempo fenomenologico, con il tempo psicologico o psichico.
Nota 9: Merleau-Ponty, M., La fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano, 1970, 526.
Nota 10: Merleau-Ponty M., La fenomenologia della percezione, Giunti Editore, Milano, 549.
Nota 11: Una giusta importanza deve essere data a Husserl e Heidegger sul tema del tempo. Husserl si concentra sulla coscienza e le sue strutture, mentre Heidegger si focalizza sull'essere e sull'esistenza concreta dell'uomo nel mondo. Husserl utilizza l'epochè per ridurre il mondo, mentre Heidegger utilizza la "distruzione" fenomenologica per smantellare le categorie tradizionali e accedere a una comprensione più autentica dell'Essere. Rispetto alla concezione del mondo per Husserl il mondo è un oggetto per la coscienza trascendentale, mentre per Heidegger è la dimensione fondamentale in cui ci troviamo già immersi.
Nota 12: Rovelli C., Op.cit., 2017, 14.
Nota 13: Husserl, E., La filosofia come scienza rigorosa. Torino: Paravia, 1958 p.121. Nella fenomenologia psichiatrica il paziente viene compreso così com'è, nel suo apparire (presentazione personale), e la terapia trova il proprio motore nei “dati immediati” dei suoi gesti, modi di vivere ed essere nel mondo e dei suoi atteggiamenti. La fenomenologia costituisce il tentativo di tornare alle "cose stesse", mettendo tra parentesi le teorie sulle quali abbiamo edificato i nostri saperi.
Nota 14: Le riflessioni sulla coscienza interiore del tempo sono state svolte in diverse lezioni universitarie, le più note sono quelle tenute a Göttingen (1904-1905) e pubblicate postume a cura di Edith Stein e Martin Heidegger. La coscienza interiore del tempo per Husserl è il processo attraverso cui la coscienza costituisce la continuità temporale. Punti fondamentali sono il concetto di ritenzione (il "ricordo primario" che trattiene le impressioni passate, come i suoni di una melodia) e la protensione (l'attesa di ciò che sta per arrivare). Queste due modalità, insieme, formano l'«unità sintetica» e il flusso temporale che permette di percepire il mondo e la nostra esperienza come un continuo senza fine. Per Husserl, il tempo non è un concetto oggettivo esterno, ma un processo interno alla coscienza che costituisce il senso del tempo; la ritenzione è la capacità della coscienza di mantenere vivi gli istanti passati. Non si tratta di un ricordo secondario, ma di una "retention" (conservazione) immediata di ciò che è appena trascorso (esempio l’udire la fine di una melodia dove le note precedenti non scompaiono ma rimangono presenti nella memoria dell'ascoltatore). Altro concetto importante è la protensione ossia l'attesa del futuro. Ogni percezione attuale è infatti già una protensione verso ciò che sta per arrivare, una sorta di anticipazione che la coscienza ha del futuro. Durante la sintesi temporale la coscienza unisce ritenzione e protensione in una sintesi continua, creando il flusso temporale, un processo fondamentale per costituire l'identità e la continuità del nostro mondo interiore e della nostra esperienza. In sintesi, la coscienza "costruisce" il tempo con un'azione continua di ritenzione del passato e protensione verso il futuro, rendendo così possibile l'esperienza di un flusso temporale unitario.
Nota 15: Quando si dice che la coscienza è il vissuto, non si parla di qualcosa che esiste nel campo materico. Non possiamo mettermi alla ricerca della coscienza a partire da un tratto di circuito cerebrale. La coscienza non appartiene, per così dire, a un gruppo di neuroni, appartiene a una persona, a un’azione che si sta vivendo. Quindi la coscienza non è un segmento di circuiti cerebrali, ma appartiene a un organismo incessantemente coinvolto nei differenti cicli e quindi è un fenomeno eminentemente distribuito, che non risiede solo nella testa. Il cervello da parte sua è essenziale perché contiene le condizioni di possibilità perché questo avvenga.
La meraviglia del cervello è che permette per esempio il coordinamento sensorio-motore di tutta l’interazione, la regolazione ormonale che assicura il mantenimento dell’integrità corporea, e così via.
Nota 16: La percezione gioca un ruolo fondamentale nel rapporto con il mondo e il tempo: esiste come sappiamo anche una percezione del tempo vissuto. La percezione si configura come la condizione umana per eccellenza in cui il soggetto dispiega tutte le sue possibilità di interazione con gli oggetti del mondo: il testo del mondo esterno non viene ricopiato, bensì costituito. L’atto costitutivo è sensibile ed è colto con i sensi; essi non vengono intesi solamente a livello strumentale, ma permettono che il mondo esterno abbia senso.
Nota 17: L’Università Ludwig Maximilian di Monaco di Baviera ha invece effettuato una ricerca su quasi 500 persone con l’età compresa tra i 14 e i 94 anni, ed ha rilevato che a mano a mano che si invecchia si percepiscono come trascorsi in modo molto veloce gli ultimi 10 anni della propria vita. E questo accade fino ai 50 anni, dopodiché questa percezione resta costante.
Nota 18: Proprio nelle esperienze neurotiche e psicotiche, avviene, durante una crisi psichica, la “rottura della trama temporale” nel paziente.
Nota 19: Di solito per "rottura della trama temporale" si fa riferimento a due concetti principali: in narrativa, è la destrutturazione dell'ordine cronologico degli eventi per creare tensione o suspence (tramite flashback, flashforward, ecc.); in ambito psicologico, indica una frattura nella percezione del tempo vissuto, spesso causata da un trauma, che impedisce di vivere la propria storia in modo lineare e continuativo.
Per chi scrive invece si intende “il giusto, la distorsione, l’impedimento” del vissuto temporale personale evidente, in molti casi, durante le crisi psichiche.
Nota 20: Piro S., Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale, La città del Sole, 2005, Napoli, 343.
Nota 21: Tra i sintomi, legati al tempo personale, possiamo riscontare la sensazione di essere bloccati in un momento passato (tempo fermo); difficoltà a percepire il flusso del tempo come continuo (rottura del tempo-durata), percezione di un tempo che "fugge" o non si riesce a controllare, sentimenti di incoerenza e disconnessione dalla propria storia di vita.
Nota 22: Alcuni “sorveglianti temporali” costituiscono dei modi di “misurare” il tempo quotidiano nel campo materico e vitale: dal calendario, dal ritmo giorno e notte del nostro corpo, dalla combustione di una candela o di una fune annodata ripetutamente a intervalli regolari, al comune moderno orologio elettrico.
Nota 23: Pensiamo alle sensazioni fisiche legate al tempo passato e ai ricordi (Teoria del “marcatore somatico” del neurologo Damasio). Il marcatore somatico di Damasio è una sensazione fisica (sia piacevole che spiacevole) che si collega alle nostre sensazioni, ad un'emozione vissuta in passato e che viene rievocata (rivive) quando si affronta quotidianamente una decisione simile. Il marcatore agisce come un segnale inconscio, una avvertenza rivissuta basata su esperienze passate. Tale segnale guida il processo decisionale della persona, lo condiziona (come ogni ricordo negativo condiziona il tempo presente) rendendolo più rapido e, nei casi di esperienze positive, efficiente, permettendo di orientarsi verso opzioni vantaggiose.
Nota 24: Minkowski mette in risalto la differenza fra due componenti del tempo "vissuto", il tempo "immanente" e il tempo "transitivo". Il primo è il tempo dell'io, ovvero la percezione soggettiva del tempo. Il secondo è invece il tempo del mondo, ovvero il cammino del tempo che abbiamo in comune con gli altri esseri umani. A volte il tempo dell'io va più in fretta del tempo del mondo, la sensazione è che il tempo scorra velocemente e ci si senta allegri. Altre invece il tempo dell'io sembra ritardare su quello del mondo: il tempo si fa eterno, siamo tristi e annoiati. Minkowski, ad esempio, sostiene che al maniaco manca il dispiegarsi nel tempo: egli vive solo nell'adesso e nell'adesso si limitano tutti i suoi contatti con l'ambiente, le cose e le persone.
Nota 25: Nel campo terapeutico è fondamentale lo studio della sofferenza oscura e il dolore psichico in relazione alla propria epoca, l’osservazione dei processi che facilino o ostacolano il percorso verso il mutamento personale. Natoli S. L’esperienza del dolore, Feltrinelli, Milano, 2016, 7.
Nota 26: Si sa che spazio e tempo sono strettamente collegati. Molte importante è stata la scoperta che alcuni dei neuroni sono sia place cells che time cells dimostrando come lo stesso codice sia utilizzato sia per codificare lo spazio che per codificare il tempo.
Nota 27: La sofferenza oscura in campo psicoterapeutico Piro la definisce come quel tipo di sofferenza psicopatologica (depressione, psicopatologia, disadattamento) che è profondamente radicata nell’esclusione sociale, nelle situazioni di limite e danno umano. Nasce e si aggrava in contesti di guerra, violenza, sfruttamento, disuguaglianza. Viene chiamata “oscura” perché spesso resta nascosta, negata o alienante nella sua dimensione politica e sociale. La sofferenza oscura nasce e si mantiene in contesti di esclusione strutturale. Curarla significa non solo intervenire a livello individuale, ma combattere le forme di esclusione sociale e partecipare a un cambiamento collettivo. Sostiene che cura e liberazione non sono solo terapeutiche, ma politiche e che curare la sofferenza oscura significa attivare pratiche contro l’esclusione stessa. Solo un approccio che unisca cura clinica, pratica sociale e politica può trasformare realmente la vita del paziente. Cfr. Piro S. Esclusione, sofferenza, guerra, La città del Sole, Napoli, 2002.
Nota 28: Nei miti antichi il tempo della natura, ciclico e rassicurante, non era messo a confronto con quello umano, imprevedibile anche se inesorabilmente determinato. Il ritmo scandito dal sole non era sovrapponibile a quelle della vita umana, l'avvicendarsi delle stagioni non misurava la durata della stirpe. Solo in età sapienziale (VII-V secolo a.C.) si comincio a pensare il tempo in modo onnicomprensivo e si avverti l'esigenza di misurarne il flusso. In quell'epoca, Eraclito tratteggio una concezione del tempo assolutamente innovativa, capace di ribaltare la visione del mondo trasmessa dai miti. Penso al tempo delle stagioni in analogia con quello interiore e vide nell'inesauribile creatività dell'anima umana lo specchio dell'infinita potenzialità della natura.
Nota 29: Rovelli C., L’ordine del tempo, Adelphi, Milano, 2017, 14.
Nota 30: Binswanger L, Melanconia e mania, Studi fenomenologici, Boringhieri, Torino, 2015 11.
Nota 31: Jasper K, Op.cit., p. 86.
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