La polifonia come risorsa. Voci che abitano la cura
Autori
Per questo numero abbiamo scelto la polifonia come chiave di lettura e come metodo. L’obiettivo è dare spazio a voci differenti che, pur partendo da posizioni e prospettive non sovrapponibili, contribuiscono a costruire una comprensione più ampia e complessa dei temi trattati.
In questo contesto trovano posto le riflessioni di differenti saperi e figure professionali, unitamente alla voce di utenti e familiari, e alle prospettive dei cittadini. Ne emerge un intreccio di sguardi che non mira all’uniformità, ma valorizza la pluralità come risorsa conoscitiva ed etica.
La polifonia, in questo senso, non è soltanto una scelta editoriale, ma un invito a riconoscere che la conoscenza nei contesti di cura e salute mentale si costruisce nell’incontro tra differenze, nella possibilità di ascolto reciproco e nella coesistenza di narrazioni multiple.
Roberto Cafiso, psicoterapeuta e componente del Tavolo Tecnico Salute Mentale presso il Ministero della Salute, affronta il tema delle buone prassi in psicoterapia, sottolineando la necessità di garantire maggiore trasparenza, appropriatezza clinica e tutela del paziente nei servizi pubblici e nella libera professione e di integrare evidenze scientifiche, etica professionale e centralità della relazione terapeutica nella costruzione dei percorsi di cura.
L’autore evidenzia come la psicoterapia abbia assunto negli ultimi decenni un ruolo sempre più centrale nella cura del disagio psichico, trovando applicazione in numerosi contesti assistenziali, quali centri di salute mentale, servizi per le dipendenze, servizi di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza.
Particolare attenzione viene dedicata al consenso informato, considerato uno strumento essenziale per garantire consapevolezza e partecipazione attiva del paziente al percorso terapeutico. Il paziente deve poter conoscere diagnosi, obiettivi, durata, costi, approccio terapeutico e prove di efficacia del trattamento, all’interno di una relazione fondata su rispetto, riservatezza e autonomia decisionale.
L’autore affronta inoltre il tema della psicoterapia online, la cui diffusione dopo la pandemia rende necessario definire criteri rigorosi per garantire qualità del setting, sicurezza e continuità delle cure.
Salvatore Inglese riflette sulla necessità di ripensare la pratica clinica alla luce delle trasformazioni sociali e migratorie contemporanee, sottolineando come i servizi pubblici di salute mentale debbano evolvere verso modelli etnoclinici, multidisciplinari e culturalmente sensibili, capaci di integrare competenze sanitarie, antropologiche e sociali all’interno di un approccio realmente democratico e inclusivo.
L’autore identifica nel migrante straniero la nuova figura paradigmatica del “paziente difficile”, caratterizzato da vulnerabilità traumatiche, sociali, culturali e giuridiche che rendono insufficiente una clinica tradizionale standardizzata. Particolare attenzione viene dedicata al ruolo della lingua e della mediazione culturale, considerati strumenti essenziali per costruire relazione terapeutica, comprensione reciproca e possibilità di cura. La lingua favorisce la comunicazione e la comprensione reciproca all’interno di una stessa comunità sociale, ma può trasformarsi in un elemento di distanza e separazione tra persone appartenenti a contesti linguistici differenti; in salute mentale occorre quindi necessariamente implementare unità interattive di mediazione linguistico-culturale e socio-clinica.
L’autore sottolinea infine come fenomeni di esclusione, xenofobia e “xenopatia” possano amplificare il disagio psichico del migrante e ostacolare i percorsi di cura e integrazione.
La Carta dei Diritti degli Utenti dei Servizi di Salute Mentale, presentata a Torino il 24 aprile 2026 al XVI Congresso Nazionale della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica, come sostengono gli autori (Federica Mangione, Vercelli, ESP e Familiare; Silvana Hvalič, Trieste, ESP; Eros Cosatto, Gorizia, ESP/Peer e Familiare; Luca Negrogno, Bologna, Sociologo e Ricercatore; Giuseppe Tibaldi, Carpi, Medico Psichiatra, Direttivo SIEP) nasce come uno spazio di incontro e di alleanza, non come documento conclusivo, ma bensì come cantiere aperto, come bussola per orientare il nostro agire quotidiano.
La Carta dei Diritti derive dal dialogo tra persone con esperienza di disagio psichico e professionisti appartenenti alla società scientifica SIEP ed ha il valore di un documento aperto e generativo.
L’idea centrale è che la “cura” in salute mentale è necessariamente un processo che si costruisce insieme, nel rispetto della dignità di ogni persona, dove di fatto ciascuno condivide la stessa fragilità umana e la stessa speranza.
Pone al centro i temi dell’autodeterminazione, del consenso informato e del superamento delle pratiche coercitive nei servizi psichiatrici. Richiama il tema del superamento della contenzione meccanica e delle logiche custodialistiche, evidenziando come le più recenti indicazioni normative e giurisprudenziali orientino i servizi verso pratiche “no restraint”, percorsi territoriali personalizzati e modelli basati sulla recovery, sull’inclusione sociale e sul rispetto della dignità della persona.
Particolare attenzione è dedicata al consenso libero e informato come fondamento etico e giuridico di ogni intervento sanitario, anche in salute mentale, valorizzando le capacità decisionali residue della persona e promuovendo modelli di cura partecipati e condivisi.
Viene inoltre sottolineata la valorizzazione del “Sapere Esperienziale” e del “Supporto tra Pari”, l'importanza del Dialogo e delle Pratiche Dialogiche, della ricerca partecipativa (progettata e realizzata con la partecipazione attiva di utenti e familiari), del Budget di Salute, della coprogettazione e dei progetti di vita individualizzati come strumenti capaci di promuovere cittadinanza, autonomia e partecipazione attiva della persona ai percorsi di cura.
Si sottolinea infine la centralità del Servizio Pubblico e la necessità di risorse dedicate per permettere tra l’altro il diritto al tempo (il tempo necessario della cura), ma anche la necessità di un contesto dove siano possibili responsabilità, fiducia e diritto al rischio, ovvero un sistema che tuteli sia chi riceve la cura che chi la offre, superando la “medicina difensiva” e l'uso improprio della responsabilità penale.
Giuseppe Cardamone e Francesco Casamassima riflettono sul rapporto tra Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze (DSMD) e Case di Comunità nella Regione Toscana, evidenziando le criticità dell’attuale assetto organizzativo e la necessità di superare modelli frammentati di assistenza.
Gli autori sottolineano come il DM 77/2022 raccomandi la presenza dei servizi di salute mentale nelle Case di Comunità senza però definirne chiaramente modalità e funzioni, favorendo una forte variabilità territoriale e il rischio di dispersione dei percorsi di cura. In questa prospettiva, il recente Piano di Azioni Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 richiama l’importanza di modelli integrati, multidisciplinari e centrati sulla persona, fondati su presa in carico proattiva, prossimità territoriale e collaborazione strutturata con i Medici di Medicina Generale.
Gli autori sottolineano la necessità di integrare stabilmente i servizi di salute mentale all’interno delle Case di Comunità, superando modelli separati e ambulatoriali, per favorire continuità delle cure, multidisciplinarietà, collaborazione con i Medici di Medicina Generale e maggiore accessibilità alle cure, consentendo una risposta più efficace ai bisogni complessi della popolazione.
Gli autori evidenziano inoltre come i Dipartimenti di Salute Mentale possano rappresentare un modello organizzativo di riferimento per le Case di Comunità grazie alla consolidata esperienza nell’integrazione multiprofessionale, nel lavoro territoriale e nella costruzione di reti con servizi sociali, enti locali e terzo settore.
In questa prospettiva, le Case di Comunità rappresentano un’opportunità strategica per sviluppare un modello di “salute globale” capace di integrare salute fisica, mentale e dimensione sociale, riducendo stigma, dispersione organizzativa e frammentazione della presa in carico.
Caterina Nuzzo, Oriana Scicolone, Teresa Perretta e Fedele Maurano descrivono l’esperienza del Centro di Salute Mentale del Rione Sanità di Napoli relativa alla trasformazione di un Gruppo Aperto di Psicoterapia (GAP) in un Gruppo Aperto di Mutuo Aiuto (GAMA), interpretata non come conclusione di un percorso terapeutico, ma come sua evoluzione.
Gli autori utilizzano il termine “gap” nel significato etimologico inglese di frattura, distanza o interruzione del legame, mentre “gama” è inteso come apertura verso nuove possibilità relazionali ed evolutive, configurandosi non come esperienza di perdita, ma come trasformazione generativa.
Attraverso un processo graduale, il gruppo ha sviluppato autonomie relazionali, sostegno reciproco e senso di appartenenza, favorendo empowerment, recovery e inclusione sociale.
L’esperienza evidenzia il valore del supporto tra pari nei servizi territoriali di salute mentale e permette di riflettere sui cambiamenti del ruolo degli operatori, sempre più orientati a funzioni di facilitazione e supervisione piuttosto che di conduzione direttiva. In particolare nel GAMA, l’operatore del CSM assume una funzione di supervisione e contenimento simbolico, dove il gruppo svolge un ruolo terapeutico autonomo, mentre l’operatore agisce come contenitore di pensiero e risorsa relazionale.
In questo contesto la funzione dell’operatore evolve all’interno di un percorso già di per sé terapeutico, orientandosi sempre più a sostenere l’autonomia dei partecipanti ed a valorizzarne il ruolo attivo nei processi di salute della comunità.
Il passaggio simbolico da “GAP” a “GAMA” rappresenta il superamento della dimensione della perdita e della dipendenza dal setting verso una prospettiva generativa, comunitaria e partecipativa della cura, coerente con i principi della salute mentale di comunità e della recovery.
Giuseppe Cardamone e Francesco Casamassima affrontano una delle trasformazioni più rilevanti degli ultimi anni nel campo della salute mentale italiana: l’impatto della sentenza n. 76/2025 della Corte Costituzionale sul Trattamento Sanitario Obbligatorio. A quasi cinquant’anni dalla Legge 833/1978, il TSO si colloca oggi in un contesto clinico, sociale e istituzionale profondamente mutato, segnato da nuove fragilità, dalla crescente complessità dei servizi e dalla necessità di rafforzare le garanzie dei diritti della persona.
Gli autori analizzano le principali novità introdotte dalla Corte — comunicazione dell’ordinanza, audizione obbligatoria e maggiore tutela difensiva — mettendo in luce le ricadute operative per sanità, magistratura e polizia locale. Il testo propone una riflessione equilibrata tra esigenze di cura, tutela della libertà personale e tempestività dell’intervento clinico, interrogandosi sul futuro processo di “giurisdizionalizzazione” del TSO.
Ne emerge un quadro in cui il TSO non appare soltanto come atto sanitario o procedura giuridica, ma come luogo delicato di confronto tra diritti, responsabilità istituzionali e dignità della persona che verte in un momento di massima vulnerabilità. Giulio D’Anna, Ilenia Giunti, Gloria Vazzano, Lorenzo Moroni e Stefano Lucarelli propongono una lettura innovativa dei Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione, soffermandosi sul ruolo della rabbia e della disregolazione emotiva come dimensioni centrali, spesso poco riconosciute, nella Bulimia Nervosa e nel Binge Eating Disorder. Gli autori mostrano come i vissuti di frustrazione, minaccia, vergogna e rabbia possano tradursi in comportamenti alimentari disfunzionali, configurandosi non soltanto come sintomi, ma come modalità di regolazione della sofferenza psichica.
Il lavoro intreccia neuroscienze, psicopatologia evolutiva e teoria dell’attaccamento, evidenziando il valore clinico dell’esplorazione della rabbia nei percorsi terapeutici. In questa prospettiva, il binge eating appare come un possibile esito di strategie maladattive di coping, sostenute da difficoltà nell’elaborazione e nell’espressione delle emozioni.
Particolare attenzione viene dedicata agli approcci terapeutici trans-diagnostici ispirati alla Dialectical Behaviour Therapy (DBT), considerati utili non solo per la riduzione del sintomo alimentare, ma anche per promuovere regolazione emotiva, consapevolezza affettiva e relazioni di cura più autentiche. Ne emerge una visione integrata della sofferenza alimentare, che restituisce centralità alla dimensione relazionale ed emotiva della persona.
Maria Platter propone una riflessione originale e profondamente umana sul valore terapeutico e sociale dei gruppi di psicoanalisi multifamiliare all’interno dei servizi di salute mentale. A partire dall’esperienza della “Compagnia del tè”, nata quasi spontaneamente attorno al gruppo multifamiliare del Servizio di Salute Mentale di Grosseto, il contributo mostra come luoghi informali di incontro, ascolto e creatività possano trasformarsi in spazi di cura, sostegno reciproco e ricostruzione dei legami sociali.
Attraverso testimonianze dirette di utenti, volontari e partecipanti, emerge il ruolo del gruppo come dispositivo capace di contrastare isolamento, sofferenza e stigma, favorendo invece appartenenza, autenticità e benessere condiviso. Il lavoro evidenzia inoltre il valore innovativo dell’apertura dei percorsi multifamiliari anche a cittadini e volontari, sottolineando la necessità di un approccio alla salute mentale sempre più comunitario e partecipato.
L’articolo assume infine il tono di un appello rivolto alle istituzioni sanitarie affinché riconoscano e sostengano maggiormente queste esperienze, promuovendo programmi divulgativi e formativi accessibili a tutti, in grado di valorizzare il contributo delle reti sociali, delle associazioni e della cittadinanza nella costruzione di pratiche di cura più inclusive, centrate anche sul valore umano.
Daniele Puccini propone una riflessione originale sul ruolo dell’infermiere nella salute mentale, rileggendo il case management attraverso il paradigma della “base sicura” di John Bowlby. L’infermiere viene descritto non soltanto come erogatore di prestazioni assistenziali, ma come figura relazionale capace di offrire continuità, fiducia, contenimento e accompagnamento nei percorsi di cura delle persone con disturbo mentale grave.
Attraverso il richiamo alla teoria dell’attaccamento, il lavoro mette al centro la qualità della relazione terapeutica, l’ascolto empatico, la comunicazione e la costruzione di un ambiente accogliente e non giudicante, capace di favorire autonomia, competenza autobiografica e inclusione sociale. La presa in carico infermieristica viene così interpretata come processo dinamico e condiviso, orientato non solo alla riduzione del sintomo, ma alla promozione della qualità della vita e delle risorse personali, familiari e comunitarie.
Ne emerge una visione profondamente umana e relazionale della cura, in cui il gruppo multidisciplinare, la famiglia e la rete sociale diventano parte integrante di una “base sicura” capace di sostenere il cambiamento, restituendo alla persona dignità, appartenenza e possibilità di futuro.
Nadia Masi e Elisa Vatti propongono una riflessione sul rapporto tra salute mentale e inclusione lavorativa, mettendo al centro la medicina narrativa come pratica clinica, riabilitativa e trasformativa. Attraverso la raccolta di scritture autobiografiche di utenti del Centro di Salute Mentale di Grosseto, il progetto mostra come il lavoro non rappresenti soltanto un obiettivo occupazionale, ma un dispositivo terapeutico capace di promuovere identità, autonomia, autostima e appartenenza sociale.
Le narrazioni raccolte restituiscono la complessità del vivere e lavorare con un disturbo psichico: la paura dello stigma, la fatica legata ai sintomi e agli effetti collaterali delle terapie, ma anche il desiderio profondo di normalità, riconoscimento e dignità. Emergono il valore delle relazioni supportive, del tempo dedicato, della gentilezza e sensibilità nell’ascolto, della mediazione educativa e dei percorsi di inserimento socio-riabilitativo come strumenti concreti di recovery e contrasto all’isolamento.
Il lavoro evidenzia inoltre come la scrittura autobiografica e l’ascolto ermeneutico possano integrare la medicina clinica, offrendo ai professionisti una comprensione più autentica dei vissuti soggettivi e dei bisogni reali delle persone. In questa prospettiva, la narrazione diventa non solo mezzo espressivo, ma spazio di cura condivisa, capace di generare consapevolezza, speranza e nuove possibilità progettuali.
Il progetto si inserisce in un’ottica di salute mentale di comunità, sottolineando la necessità di costruire contesti lavorativi più inclusivi e sensibili alla vulnerabilità psichica, in cui il lavoro possa essere riconosciuto come fondamentale fattore di salute, recovery e cittadinanza sociale.
Giuseppe Errico propone una riflessione fenomenologica e psicopatologica sul “tempo patico”, inteso come tempo vissuto interiormente dal soggetto e profondamente intrecciato all’esperienza della sofferenza psichica. Attraverso un dialogo teorico con autori come Edmund Husserl, Martin Heidegger, Eugène Minkowski, Maurice Merleau-Ponty e Seneca, l’autore evidenzia come il tempo non sia soltanto una dimensione cronologica misurabile, ma una struttura fondamentale della coscienza e dell’identità personale.
Nel testo viene mostrato come, durante la crisi psichica, il rapporto tra passato, presente e futuro possa deformarsi fino a produrre una “rottura della trama temporale”: il tempo si sospende, si irrigidisce o perde continuità, come avviene nelle depressioni, nelle esperienze traumatiche o nelle condizioni psicotiche. In questa prospettiva, la cura psicoterapeutica non coincide semplicemente con l’applicazione di tecniche, ma con la capacità di entrare in relazione con il tempo vissuto del paziente, accompagnandone lentamente le trasformazioni interiori.
L’articolo restituisce così centralità clinica ed esistenziale alla temporalità soggettiva, proponendo il “tempo patico” come chiave interpretativa della sofferenza oscura e come possibile fondamento di una pratica terapeutica più umana, fenomenologica e relazionale.
Riccardo Dalle Luche propone una rilettura psicopatologica del concetto di camouflaging, inteso come insieme di strategie — spesso inconsapevoli — attraverso cui il soggetto maschera sintomi, fragilità e disfunzioni per apparire “normale” e socialmente adattato. Pur nato nell’ambito dei disturbi dello spettro autistico, il fenomeno viene qui esteso a molte altre condizioni psichiatriche, dai disturbi depressivi ai disturbi di personalità fino alle psicosi, mostrando come il “fare finta di essere sani” rappresenti una dimensione trasversale della sofferenza mentale contemporanea.
Attraverso riferimenti che spaziano dalla fenomenologia classica alla psicoanalisi — da Bleuler e Minkowski fino a Winnicott, Laing e Helene Deutsch — l’autore ricostruisce le radici storiche del camouflaging, evidenziando come esso sia stato descritto in passato con altri nomi: falso Sé, personalità “come se”, perdita del contatto naturale con la realtà. Il lavoro mette in luce il paradosso clinico per cui la gravità di alcuni pazienti non emerge dai sintomi manifesti, ma proprio dalle sofisticate modalità con cui essi riescono a renderli invisibili agli altri, ai familiari e persino ai professionisti della salute mentale.
Ne emerge una riflessione critica sulla clinica psichiatrica contemporanea: la valutazione del paziente non può limitarsi al riconoscimento dei sintomi evidenti, ma deve includere l’analisi delle strategie difensive e adattative che ne occultano la presenza. Il camouflaging, conclude l’autore, può rappresentare al tempo stesso un punto di equilibrio e un ostacolo radicale al cambiamento terapeutico, configurandosi come uno dei nodi più complessi e sfuggenti della psicopatologia contemporanea.
Francesca Borselli propone una recensione critica del libro “Psicoanalisi per la Medicina Tecnologica. Cura e supervisione per umani e postumani” di Augusto Iossa Fasano, riflettendo sulle trasformazioni della cura nell’epoca della medicina tecnologica. In un sistema sanitario sempre più orientato alla performance, alla misurazione e agli algoritmi, emerge il rischio che il paziente venga ridotto a dato biologico e a parametro quantitativo, con una progressiva marginalizzazione della dimensione soggettiva dell’esperienza di malattia.
L’autrice sottolinea come questa tensione attraversi in modo particolare la psichiatria territoriale contemporanea, dove strumenti digitali, telemedicina e indicatori di efficienza convivono con una crescente domanda di ascolto, relazione e presa in carico integrata. Attraverso riferimenti a Michel Foucault, Sigmund Freud, ma anche ad opere letterarie come Frankenstein di Mary Shelley e Ulisse di James Joyce, il contributo ricostruisce la trasformazione storica dello sguardo medico, interrogandosi sul destino dell’umano in una medicina dominata dalla tecnica.
La proposta di Iossa Fasano, ripresa dall’autrice, non consiste in un rifiuto della tecnologia, bensì nella sua integrazione entro una concezione più ampia della cura, capace di tenere insieme corpo, protesi, apparato psichico e relazioni. In questa prospettiva, la psicoanalisi assume una funzione non solo terapeutica ma anche di formazione e supervisione per le équipe dei servizi di salute mentale, contribuendo a “umanizzare” numeri, protocolli e procedure e a restituire centralità all’incontro con la persona.