Volume 32 - 16 Giugno 2026

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I vissuti di rabbia come target terapeutico del binge eating

Autori

Ricevuto il 17 aprile 2026; Accettato il 03 maggio 2026



Riassunto

l testo esplora il ruolo della disregolazione emotiva pervasiva, ed in particolare dei vissuti di rabbia, come elemento centrale e potenzialmente sottovalutato nella psicopatologia dei Disturbi Alimentari e della Nutrizione, con particolare riferimento a Bulimia Nervosa e Binge Eating Disorder. Più in dettaglio, si sottolinea il ruolo trans-diagnostico di rabbia ed aggressività nella psicopatologia evolutiva, e se ne mettono in evidenza alcune possibili manifestazioni cliniche. Queste ultime devono essere indagate in fase di assessment ed integrate nel trattamento: 1) allo scopo di ottenere migliori risultati terapeutici e 2) per ridurre la transizione ad altre forme di coping maladattivo strettamente associate. Gli interventi ispirati alla terapia dialettico comportamentale (DBT) possono costituire un approccio di trattamento trans-diagnostico utile a questo scopo.


Abstract

The present communication explores the role of pervasive emotional dysregulation, with a focus on anger as a pivotal and possibly overlooked element in the psychopathology of Eating Disorders, especially in Bulimia Nervosa and Binge Eating Disorder. More in details, the trans-diagnostic role of anger and aggressiveness in developmental psychopathology is discussed, highlighting their possible clinical relevance. These aspects should be explored during clinical assessment and integrated in the treatment process: 1) to obtain better therapeutic outcomes, and 2) to reduce the potential switch to other related maladaptive coping strategies. In this light, interventions inspired by Dialectical Behaviour Therapy (DBT) may represent a useful trans-diagnostic treatment approach.


Rabbia: dall’emozione primaria ai fenotipi clinici

La rabbia è un’emozione primaria frequentemente associata 1) ad una minaccia, reale o percepita (p.e., per vissuti di ingiustizia o senso di violazione dei propri confini), o 2) a frustrazione (p.e., dopo la reiterazione di un’azione con ricompensa attesa, la quale tuttavia non arriva) (Panksepp, 1988; Potegal, 2023). In questo senso, la rabbia ha una funzione adattativa (migliora cioè la capacità di stare nell’ambiente) ed evoluzionisticamente conservata. In particolare, per l’uomo ha un significato informativo sul sé (“Provo rabbia”), ma soprattutto un valore di tipo relazionale, spaziando da manifestazioni prevalentemente agonistiche ma controllate (p.e., volte a ristabilire confini interpersonali o a segnalare l’ingiustizia percepita), fino a comportamenti francamente aggressivi. In una prospettiva di neuroscienze e di etologia, la reactive aggression è però solo una delle possibili manifestazioni comportamentali della rabbia; inoltre i comportamenti aggressivi e distruttivi non scaturiscono necessariamente da un vissuto di rabbia. Nonostante ciò, quest’ultima emozione è spesso confusa – e quindi stigmatizzata a livello sociale e relazionale – come una modalità interpersonale intrinsecamente caratterizzata da violenza e distruttività (Panksepp, 1988; Blair, 2012).

Anche per questi motivi, le manifestazioni comportamentali della rabbia godono spesso di particolare attenzione come motivo di invio a percorsi, e quindi come target terapeutici. In un’ottica di cura, tuttavia, è importante inquadrare queste condotte in una dimensione di funzionamento intrapsichico. In primo luogo, esse possono costituire espressione di comportamenti devianti o criminali, che come tali devono essere valutati a latere della loro possibile pertinenza clinica.In secondo luogo, tuttavia, una larga parte delle condotte secondarie ad una inappropriata espressione della rabbia deve essere ritenuta espressione di una difficoltà, spesso pervasiva, di regolazione emotiva. In particolare, l’emergere di vissuti di rabbia correla da un lato con alti livelli di evitamento o misconoscimento delle proprie emozioni, ruminazione e soppressione emotiva; dall’altro, correla anche con basse capacità di accettazione e di riesame di eventi contingenti (cosiddetto reappraisal), in accordo con la lettura prima proposta di una scarsa tolleranza alla frustrazione(Pop et al., 2025).

Nella nosografia psichiatrica, ed in particolare nell’ultima versione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5 TR) i termini “rabbia” ed “aggressività” sono utilizzati solo in in una minoranza dei criteri diagnostici per le varie condizioni (American Psychiatric Association, APA, 2022). Ciò conferma il fatto che la lettura clinica di questi fenomeni deve essere di tipo idiografico: diversamente, il relativo lessico – compresi gli slittamenti impropri nel mondo della “disforia” e della “irritabilità” – diventano descrittori poveri, aspecifici e quindi fuorvianti. Ad esempio, si parla di “esplosioni di rabbia” nei criteri per il disturbo da stress post-traumatico: in questo caso, la vulnerabilità alla disregolazione emotiva – potenziata anche dal numbing e dall’hyperarousal neurovegetativo tipici di questo disturbo –si intreccia con un senso di minaccia spesso pervasivo legato all’esperienza traumatica (Patel et al., 2025). Ancora, si parla di “rabbia inappropriata, intensa, o difficoltà a controllare la rabbia” nel disturbo borderline di personalità: in questi soggetti i rapporti interpersonali frequentemente deragliano in modalità agonistiche (con modalità sia dominanti, che di sottomissione) dove l’incontro con l’altro spesso evoca frustrazione o minaccia: da qui l’attivazione di vissuti di rabbia disfunzionali, ancorché evoluzionisticamente inquadrabili (Oliva et al., 2023).In altre parole, vi sono condizioni cliniche in cui manifestazioni di aggressività reattiva e di rabbia sono ben descritte ed inquadrabili come espressione di una vulnerabilità biologica e psicologica alla disregolazione emotiva.

Tuttavia, altre condizioni richiedono un’ulteriore esplorazione dei vissuti della persona per meglio definire il significato di questi comportamenti problematici, che non sono di per sé diagnostici. Ad esempio, le manifestazioni aggressive dei soggetti con disturbo narcisistico di personalità, pur non costituendo un criterio del DSM-5, sono spesso espressione di un patologico senso di diritto (“Questa attenzione mi è dovuta”) che determina una scarsa tolleranza alla frustrazione interpersonale (Fjermestad-Noll et al., 2020). Per situazioni come queste, da riferire primariamente all’ambito dei disturbi di personalità, un filo conduttore maggiormente informativo e clinicamente fondante, soprattutto in adolescenza e prima età adulta, viene dalla psicopatologia evolutiva e dalla teoria dell’attaccamento (Paulus et al., 2021). Tali approcci permettono, peraltro, di chiarificare i meccanismi patogeni osservabili in numerose condizioni di maltrattamento trans-generazionale (Wuebken et al., 2023), nonché parte delle manifestazioni di aggressività all’interno di relazioni affettive (Nisenbaum & Lopez, 2015) – un campo estremamente, con frequente di richiesta di aiuto e necessità tempestiva di identificare fattori di rischio per violenza interpersonale.

Nella cornice appena delineata, integrata da un approccio evoluzionista (i.e., legato alla progressiva selezione di repertori di comportamento evolutivamente “vantaggiosi”), una parte significativa delle manifestazioni comportamentali della rabbia possono essere ricondotte a condizioni più o meno concrete di: 1) scarsa tolleranza alla frustrazione (in soggetti con elevata sensibilità alla gratificazione); 2) elevata sensibilità alla minaccia e alla punizione (in forma di atteggiamenti a propria volta aggressivi, o percepiti p.e. come umilianti).

Già in adolescenza, la presenza di ruminazione rabbiosa (i.e., la reiterazione di schemi cognitivi disfunzionali associati a emozioni di rabbia, con vissuti di frustrazione o ingiustizia) è predittiva dello sviluppo di disturbi sia di tipo internalizzante (ansia, depressione e somatizzazione) che di tipo esternalizzante (disturbi della condotta ed associati a impulsività), rappresentando così un target terapeutico di interesse in situazioni cliniche assai eterogenee. Ancora, la soppressione della rabbia sembra mediare il rapporto tra esperienze di abuso emotivo nell’infanzia, ed il successivo sviluppo di depressione e comportamenti problematici in adolescenza (Zhou & Zhen, 2022). Inoltre, bambini le cui manifestazioni di rabbia sono scoraggiate dai genitori, sembrano essere maggiormente proni a sviluppare depressione in adolescenza (O’Neal et al., 2017). Viceversa, interventi psico-educativi sull’alessitimia (i.e., l’incapacità di di leggere gli stati emotivi interni) e sul potenziamento della regolazione emotiva favoriscono un’espressione funzionale della rabbia (Iuso et al., 2022).

In conclusione, le manifestazioni problematiche di rabbia negli adolescenti – spesso caratterizzate da una sottostante ruminazione rabbiosa – possono sorgere da difficoltà precoci nell’attaccamento, rinforzandosi nel tempo tramite modalità distorte di gratificazione o frustrazione con scarsa lettura degli stati interni, fino a conclamarsi in strutture cognitive rigide associate prevalentemente ad elevata sensibilità 1) alla gratificazione (percezione di mancato premio) o 2) alla punizione (percezione di minaccia) (Kreuze et al., 2022). Come tali, esse dovrebbero essere affrontate da psicoterapie evidence-based aventi come target la regolazione emotiva e le relative strategie comportamentali (Lee & DiGiuseppe, 2018; Haktanir et al., 2023).


Disregolazione emotiva e binge eating

I Disturbi Alimentari e della Nutrizione (DAN) sono condizioni spesso associate a difficoltà di regolazione emotiva (Lavender et al., 2015; Abdoli et al., 2025): soprattutto nelle condizioni caratterizzate da perdita ricorrente del controllo sull’alimentazione (abbuffata o binge eating) – Bulimia Nervosa (BN) ed Binge Eating Disorder (BED) – i livelli di disregolazione emotiva correlano con la gravità di psicopatologia alimentare e condotte problematiche (Lavender et al., 2015). In particolare, tra gli adolescenti la disregolazione emotiva sembra principalmente legata agli episodi di abbuffata, più che alle condotte purgative (Trompeter et al., 2021). D’altra parte, vissuti pervasivi di rabbia caratterizzano anche numerosi quadri di Anoressia Nervosa restrittiva (Geller et al., 2000; Miotto et al., 2008), in assenza di abbuffate o condotte compensatore. Tutto ciò ha suggerito la possibile importanza – in particolare per il trattamento di BN e BED – di interventi specifici per la disregolazione emotiva cronica e pervasiva, come la terapia dialettico comportamentale(Dialectical Behaviour Therapy, DBT) (Rozakou-Soumalia et al., 2021; Walenda et al., 2021; Zompa et al., 2025). Benché la DBT nasca come intervento per disturbi di personalità con elevata rappresentazione di condotte autodistruttive ed in primis suicidarie, la sua natura pragmatica, trans-diagnostica ed il focus sulla disregolazione emotiva pervasiva ne hanno permesso una vasta applicazione clinica: inserire la DBT nel trattamento di BN e BED significa postulare che la rappresentazione di sé tipica del nucleo psicopatologico dei DAN ed i comportamenti alimentari problematici costituiscano una specifica strutturazione clinica della disregolazione emotiva pervasiva. Ciò si sposa con alcune osservazioni cliniche, come per esempio: 1) il fatto che vi siano elevati tassi di comorbilità tra DAN disturbi di personalità, soprattutto del cluster B o drammatico; 2) si notano frequenti transizioni longitudinali verso disturbi da uso di sostanze, condizioni anch’esse responsive a forme adattate di DBT e talvolta embricate con quadri di food addiction (Hauck et al., 2020).

Questi riscontri restituiscono un’immagine più unitaria della sofferenza personale, e danno maggiore dignità al vissuto del paziente. Spesso infatti quest’ultimo entra in maggiore risonanza emotiva (e costruisce più fruttuosamente un’alleanza terapeutica) co-individuando vissuti di rabbia, minaccia o frustrazione, piuttosto che ricevendo mere prescrizioni comportamentali contro il sintomo. In effetti, in un’ottica di psicopatologia evolutiva, spesso quest’ultimo ha una funzione di coping maladattivo (p.e., di evitamento emotivo o di ricerca di stati di obnubilamento). In questo senso, non stupisce il fatto che interruzioni repentine del sintomo alimentare (p.e., in condizioni di ricovero o per altra impossibilità a mettere in atto comportamenti problematici) si associno spesso ad esacerbazione delle emozioni negative e a transizione verso coping maladattivi altri, come l’autolesionismo non suicidiario e l’uso di sostanze. Per questo, è importante proporre modelli terapeutici trans-diagnostici, in cui il paziente si senta sufficientemente rappresentato e non meramente sottoposto ad una “cosmesi comportamentale”. Ciò è a maggior ragione fondamentale se il soggetto, per proprie caratteristiche personologiche, trova difficoltà a stabilire una cooperazione con i curanti, ed è anzi portato ad entrare in modalità agonistiche. Queste ultime possono essere: 1) dominanti, in caso di sfida e oppositività alla proposta terapeutica; 2) sottomesse, nel caso della compiacenza verso il curante. In entrambi i casi si ripropone infatti uno schema disfunzionale che rinforza i vissuti di rabbia: 1) nel primo caso, l’altro è vissuto come minaccioso o punitivo; 2) nel secondo caso, la ricerca di gratificazione si scontra facilmente con temi di delusione e frustrazione. Se non debitamente elaborati e affrontati (a causa di un’alessitimia grave, o di perduranti soppressione ed evitamento emotivo), tali vissuti finiscono per rinforzare – sia pure in modo carsico, non esplicito – il nucleo psicopatologico del paziente, soprattutto nella sua componente relazionale e personologica. A questo proposito, si sta facendo largo l’idea che tratti di personalità patologici e DAN con discontrollo comportamentale debbano essere affrontati in modo integrato (Cunningham et al., 2025), in una prospettiva biopsicosociale.

A livello neurobiologico, lo sviluppo di binge eating è associato al sistema della gratificazione immediata, in presenza di elevate impulsività di tratto ed urgenza negativa (Minari et al., 2026): questa predisposizione creerebbe una via a “bassa resistenza” per questo fenotipo comportamentale, in presenza dei cardini psicologico prima esplorati di scarsa tolleranza alla frustrazione. Oltretutto, nel BED è presente un’alterata sensibilità alla gratificazione, con difficoltà precipue nella regolazione di emozioni negative come tristezza, ansia e rabbia – rispetto a cui emerge una tendenza ad evitamento e soppressione, con scarse strategie di coping positive (p.e., scarsa capacità di reappraisal) (Walenda et al., 2021). La manifestazione clinica più lineare è in questo caso la ricerca del cibo come regolatore emotivo (emotional eating). In diverse fasi della vita e del disturbo, la frustrazione può derivare da una percezione di mancato conseguimento di obiettivi di vita, o di intolleranza ad avversità di varia natura nel corso, ma la via finale comune che va consolidandosi in assenza di interventi è l’alimentazione incontrollata. Ciò rende solido l’indirizzo terapeutico di un intervento medico-psichiatrico, psicoterapico e dietetico-nutrizionale integrato.

Altri studi hanno invece evidenziato un legame tra sintomi bulimici e vissuti di rabbia intesa come risposta cognitivamente mediata alla frustrazione (Amianto et al., 2012). Quest’ultima, soprattutto nell’adolescente può prendere la forma di un senso di ingiustizia (p.e., percezione di esclusione sociale, bullismo o altri trattamenti punitivi da parte dei pari o dei familiari) o di risposta a una minaccia (p.e., percezione di violenza non elaborata come tale, con senso di allarme psichico e fisiologico). Già l’abuso emotivo in infanzia (con esperienze sia di neglect che di maltrattamento attivo) è associato ad emotionaleating e binge eating (Pace et al., 2022). Negli adolescenti con BED, invece, sono worry, ruminazione rabbiosa e schemi cognitivi maladattivi ad essere centrali (Guerrini Usubini et al., 2026), combinandosi con la soppressione della rabbia ed una mancanza di assertività nella sua espressione. Benché questa relazione secondo alcuni sia spiegata da un sottostante nevroticismo(Connolly et al., 2003), rimane un nesso di evidente significato terapeutico tra reazione emotiva primaria e comportamento problematico finale in soggetti in cui la risposta emotiva sia inibita. Questo può avvenire: 1) nella rete dei pari, per timore di giudizi o di rinforzo di comportamenti vessatori; 2) in famiglia, dove può essere scoraggiata o sovrastata da ostilità ed ipercriticismo tipici di un’elevata emotività espressa. Dato che i livelli di soppressione della rabbia sono più marcati in DAN con condotte binge-purge(Waller et al., 2003), e che questi correlano anche con lo sviluppo di comportamenti autolesionistici, per questi soggetti è opportuno favorire un’espressione funzionale, più che ad un’estinzione della rabbia stressa (Krug et al., 2008). Ciò riduce, nell’esperienza clinica, il rischio di una successiva transizione ad altre forme di coping maladattivo per la disregolazione emotiva sottostante, tra cui spiccano il ritiro sociale, l’autolesionismo e l’uso di sostanze.


Conclusioni

La rabbia e le sue manifestazioni comportamentali rappresentano un importante pilastro per l’indagine clinica e l’impostazione del lavoro terapeutico. Pur essendo aree di funzionamento spesso stigmatizzate o trascurate, esse sono altamente informative, in quanto permettono di esplorare lo stile di attaccamento ed il funzionamento familiare, affettivo e con i pari, soprattutto in condizioni come i DAN in cui la disregolazione emotiva e le distorsioni comunicative mantengono la sofferenza delle persone coinvolte. Ad esempio, vissuti di rabbia e autocritica sono stati visti mediare in modo completo la relazione tra esperienze abuso emotivo in infanzia e condotte di binge eating, mentre lo stesso non avviene per quadri di ansia e depressione (Feinson & Hornik-Lurie, 2016): ciò suggerisce un’alta specificità dei contenuti terapeutici della DBT (potenziamento di regolazione emotiva, efficacia interpersonale e tolleranza della sofferenza) per il miglioramento clinico dei DAN con sintomi di binge eating. In particolare, questo approccio è altamente compatibile con le evidenze disponibili su attaccamento, psicopatologia evolutiva e neurobiologia non solo di di queste specifiche condizioni, ma anche di numerose possibili “vie parallele” e bivi clinici costituiti dallo strutturarsi di frequenti comorbilità personologiche e psicopatologiche.


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