Fare finta di essere sani. Una nota psicopatologica sul camouflaging
Autore
Direttore UFCSMA Pistoia, Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze ASL Toscana Centro
Ricevuto il 30 novembre 2025; accettato il 15 dicembre 2025
Riassunto
Negli ultimi anni il concetto di “camuflaging”, vale a dire di mascheramento di sintomi e comportamenti abnormi, è stato messo in risalto soprattutto nei pazienti che presentano disturbi e tratti di spettro autistico, tuttavia è un fenomeno molto più diffuso in ambito psichiatrico, e riconosce varie motivazioni, dall’evitamento dell’stigma e della vergogna sociale, all’evitare il riconoscimento del disturbo da parte dei familiari ed amici, al miglioramento dell’autostima, al tentativo di giungere ad avere un’identità sociale e adattiva. L’autore propone una revisione psicopatologica del Camouflaging facendo riferimento ai numerosi antecedenti storici che, da prospettive diverse e sotto altri nomi, lo descrivevano.
Nelle varie categorie diagnostiche nelle quali può essere individuato, il camouflaging diviene una modalità abituale di comportamento involontaria e non consapevole che spesso va rispettata perché fonte di equilibrio per l’assetto globale del paziente. In un certo numero di casi, tuttavia, i comportamenti di camouflaging divengono ipertrofici e inscalfibili, prevalendo perfino sul disturbo che l’ha posto in essere: la malattia diviene così “invisibile” al contesto e perfino agli specialisti.
L’analisi del Camouflaging richiede una sensibilità clinica ed un’esperienza di lunga data per il suo riconoscimento ed insegna che la clinica psichiatrica non può essere basata sul riconoscimento dei sintomi ma talora, paradossalmente, dalle modalità comportamentale che consentono di mascherarli, attenuarne l’entità, renderli invisibili.
Summary
In the last years the “Camouflaging”, that is to say the masking of symptoms or behaviours, has been enlightened especially inside the so-called Autism Spectrum Disorder. In clinical practice “Camouflaging” is much more widespread, with specific features, in different nosographic entities such as depressive, personality and even psychotic disorders. It aims to avoid the acknowledgementof the disorders and abnormal behaviours by parents and friends and even professionals of mental health services, to evade social stigma, to look like normal people and to improve self-esteem. Camouflaging is a phenomenon widespread in different disorders such as depressive disorders, personality disorders and even attenuated psychoses. The attempt of the paper is to review the psychopathology of camouflaging that is well known in twentieth-century classic literature.
Sometimes camouflaging becomes a long-lasting habit that allows the patient to hide his symptoms and abnormal behaviours: so the disorder becomes “invisible” even for the people closer to the patient.
The assessment of camouflaging needs a long-standing experience of psychiatric patients because sometimes it escapes the help of standardized instruments. The clinical paradox is that the acknowledgement of the camouflaging manoeuvres is even more relevant than the assessment of the symptoms to establish the severity of the illness.
Una breve osservazioni clinica
M. è un uomo minuto, di circa 40 anni, riferisce spontaneamente e fluidamente di essere depresso, di aver perso il lavoro di commesso in un negozio di elettronica e tutti gli amici, di vivere ancora con la famiglia di origine benché se ne voglia emancipare, di nascondere in ogni modo ai suoi familiari il suo malessere. Ad esempio “mette in scena” di uscire con gli amici o di andare a fare trekking, come quando stava bene, ma in realtà non fa niente di tutto questo e rientra in casa come se l’avesse fatto. Ultimamente il disagio depressivo, che non si associa a sintomi quali rallentamento, ansia, insonnia importante, sintomi vitali e altri sintomi maggiori, ma solo ad un pervasivo disturbo della concentrazione che gli impedisce di essere produttivo, è sfociato in due bizzarre messe in scena di tentativi di suicidio: nella prima ha creato un cordone di abiti cospargendoli di benzina per dare loro fuoco e bruciarsi insieme alla casa (avendo poi desistito all’ultimo momento), in un secondo si è messo allo specchio totalmente nudo mettendo i suoi amati DVD di videogiochi sull’addome e tagliandoli con un trincetto, pensando di ferirsi anche all’addome, cosa che non è avvenuta. Nessuno sa di questi comportamenti e dell’intenzione suicida. Benché soffra ormai di questa condizione da più di un anno, il paziente non ha chiesto aiuto a nessuno, né familiari né specialisti. Quando si è deciso a farlo lo psichiatra che l’ha valutato la prima volta non l’ha preso troppo sul serio e gli ha prescritto una minima cura con SSRI. Il paziente però cercava un professionista più comprensivo ed anche, esplicitamente, una presa in carico del servizio, essendosi documentato approfonditamente su Chat GPT sui trattamenti multiprofessionali e mutlidisciplinari e sugli inserimenti in comunità che si effettuano nei servizi (in effetti parla come un libro stampato). Per questo ha chiesto di parlare con me in qualità di Direttore. Vorrebbe o essere ricoverato, oppure andare in una casa famiglia, ma senza che i suoi familiari lo sapessero, fossero informati o chiamati a dare il consenso.
Introduzione
La breve osservazione, una tra le molte possibili, ci pone di fronte a realtà di grave psicopatologia “invisibile”, che elude i confini dei singoli disturbi categoriali: qui, ad esempio, in prima battuta, sia la diagnosi di spettro autistico che di disturbo depressivo, oppure forse di personalità istrionica, paranoide e schizoide se non di psicosi marginale possono essere clinicamente e fenomenologicamente ipotizzate. Quello che colpisce in questo caso, più dei disturbi e perfino della profonda sofferenza espressa dal paziente, è il “camuffamento” che il paziente opera rispetto al suo star male, che non deve essere conosciuto da nessuno, e difesa dall’intrusione di chiunque. Il caso ricorda un po’ quello del protagonista de “L’avversario”, romanzo di Emmanuel Carrére (2000), portato sugli schermi da Nicole Garcia, con l’intepretazione eccelsa di Danniel Auteil nei panni di un falso medico, che usciva tutti i giorni “per lavoro” bighellonando per la città, che quando viene scoperto dai familairi li stermina.
Da qualche tempo il termine “camouflage” è divenuto di moda nella letteratura clinica psichiatrica in riferimento ai disturbi dello spettro autistico (Dell’Osso et al., in stampa): renderebbe conto soprattutto del mancato riconoscimento di questi nel genere femminile. Ovviamente il camouflage può essere messo in atto solo dai pazienti con disturbi “autistici” meno gravi, con un funzionamento compatibile con una vita sociale: il paziente che “maschera” alcuni aspetti deficitari della sua costituzione vulnerabile fino a renderli invisibili nei contesti sociali ed apparentemente ben compensati in modo da saldare la distanza esistente tra la neuroatipia e la normalità adattiva attraverso l’adozione di una “maschera neurotipica” (Dell’Osso e altri, in stampa).
Nello spettro autistico è stata rilevata una maggiore presenza di comportamenti di Camouflaging rispetto ai disturbi psichici dei neurotipici, con una particolare predominanza nelle femmine (Cook et al. 2021, McQuaid et al, 2022; Carpita et al, 2023), tanto da ridurre la possibilità di una corretta diagnosi. Vi sono ragazze e donne con spettro autistico di alto funzionamento, elevata intelligenza e linguaggio fluente, anche se talora con peculiarità formali, che sviluppano elevate tecniche di camouflaging e masquerading (Rynkiewicz et al., 2019), ad esempio un controllo minuzioso dell’abbigliamento, del make up, che le rendono assolutamente indistinguibili dalle pari neurotipiche. Tra i comportamenti più noti si hanno quelli volti a contrastare l’evitamento dello sguardo, evitare pubblicamente le stereotipie e le ritualità, semplicemente tacere in determinati contesti, oppure evitarli, eseguire copioni sociali appresi rigidamente per gestire le interazioni e per comprendere il comportamento non verbale altrui e rispondere in modo adeguato. Predominano cioè comportamenti imitativi rispetto a quelli introiettivi dei soggetti neurotipici. Il camouflage è in questi casi un comportamento che può avere un impatto significativo sul loro benessere mentale ed include tecniche come la soppressione di stereotipie, la simulazione del contatto visivo e l'adozione di copioni sociali per gestire le interazioni. Questo sforzo, sebbene possa aumentare le opportunità sociali ed evitare il pregiudizio, comporta un costo elevato in termini di stress e può portare a problemi di salute mentale come ansia e depressione.
La letteratura sul camouflaging è quantitavamente copiosa, ma molto scarna dal punto di vista descrittivo e psicopatologico, il principale strumento utilizzato per il camouflaging autistico è quello di Hull et al. (2019), “Camouflaging autism test (CAT)”, che prevede 25 items divisi in tre domini, “compensation”, “masking” e “assimilation”. Compensation si riferisce al fatto di imitare, copiare gli atteggiamenti altrui, apprendere dai social e dai media, imitare atteggiamenti ed espressioni, allenarsi a ripeterle, utilizzare frasi fatte sui social. Masking invece descrive comportamenti quali truccarsi, avere una particolare attenzione al vestirsi, forzarsi per tenere il contatto oculare, fare attenzione ai propri atteggiamenti, catturare l’interesse degli altri, essere consapevoli delle loro attenzioni. Assimilation si riferisce alla mancanza di naturalezza nella conversazione con gli altri, all’evitamento sociale, al recitare e non essere se stessi in contesti sociali, doversi sforzare per interagire, far finta di essere normali, avere necessità di supporti di altri per le situazioni sociali, non sentirsi se stessi nelle situazioni sociali. Molti di questi comportamenti, certamente molto diffusi ed evidenti già in età scolare, semplicemente, un tempo, facevano riferimento a tratti del carattere quali la timidezza, la insicurezza interpersonale, la difficoltà di aprirsi e relazionarsi.
Ciò che oggi si intende per camouflaging non è sfuggito allo guardo descrittivo raffinato degli psichiatri del passato, benché con altri nomi e riferimenti ad altre “categorie diagnostiche” oggi in dismissione. Clinici, fenomenologi e psicoanalisti hanno dato contributi fondamentali in questo campo. Pensiamo ai costrutti di “perdita del contatto naturale con la realtà“ (Minkowski, 1927-1952), e di “perdita dell’evidenza naturale” (Blankenburg, 1971): una letteratura classica, quest’ultima, ormai praticamente dimenticata e certamente ignota al mondo anglosassone della psichiatria degli adulti, figuriamoci a quella dell’infanzia/adolescenza.
Giravolte semantiche del termine “autismo”
In generale le ultime generazioni dei colleghi ignorano anche la genesi e le giravolte semantiche del termine “autismo”, che abbiamo già riassunto in un contributo di qualche anno fa (Dell’Osso, Dalle Luche e Maj, 2015), e non sono per questo in grado di situare la letteratura sullo “spettro autistico” in una sensata prospettiva storica.
“Autismo” fu coniato da Eugen Bleuler (1911), che aveva convissuto per anni nella sua formazione con i pazienti schizofrenici, dal termine freudiano “autoerotismo”, come stadio precoce della libido nella primissima infanzia, per indicare uno dei “sintomi fondamentali” del “Gruppo delle schizofrenie”, la nuova etichetta subentrata alla Dementia praecox kraepeliniana (Maggini e Dalle Luche 2018). Il concetto bleuleriano di autismo fu sviluppato in contesti fenomenologici molto articolati da alcuni suoi allievi, quali Minkowski (1917-1953) e da altri autori francesi che lo riferivano sia alle personalità schizoidi che ai quadri schizofrenici cronici, produttivi (“autismo ricco”) e non produttivi ma caratterìzzati da ritiro sociale, impoverimento relazionale e cognitivo (“autismo povero”). Ludwig Binswanger ne face invece una sorta di categoria esistenziale che insieme ad altre (stramberia, esaltazione fissata, manierismo), descrivevano in modo esistenziale e non più soltanto sintomatologico, i destini dei pazienti dello spettro schizofrenico. Il paziente autistico si ritira dal mondo (e talora ne crea uno proprio in contrasto con la realtà) non per scelta ma in conseguenza della ingravescente pressione posta dal mondo sulla sua soggettività (autoriferimento delirante e persecutorio, talora allucinatorio, detta da Binswanger Verweltlichung) (Cargnello, 2010): Questa grande letteratura classica è rimasta appannaggio di poche scuole continentali, ma ricevette un colpo fatale con l’uscita del DSM-III nel 1980 che cassò il termine “autismo” (negli adulti) per la impossibilità di definirlo in modo semplice e operativo. Il termine era nel frattempo passato ad indicare con Kanner (1943), i quadri ascrivibili al neuro sviluppo precoce, quale appunto l’Autismo infantile, e successivamente,i quadri meno gravi di “psicopatia autistica” di Asperger, che includevano bambini schizoidi e con forme autistiche cosiddette di “alto funzionamento”. Quello che è accaduto negli ultimi decenni ha dell’incredibile per gli psichiatri della nostra generazione: l’autismo viene evocato nella patologia adulta come una conseguenza delle forme ad alto funzionamento di autismo infantile e di spettro autistico (broader spectrum) per cui si sente dire dai giovani colleghi appena usciti dalla specializzazione che uno “schizofrenico autistico” sarebbe uno schizofrenico in cui sono presenti “tratti di spettro autistico”, cioè una schizofrenia sorta sul terreno dell’autismo (Maggini e Dalle Luche, 2018; Dell’Osso, Dalle Luche e Maj, 2015).
Si dirà che forse cercare una qualche coerenza nella storia della psichiatria è una pretesa di vecchi psichiatri prossimi al pensionamento e che l’importante è invece non tanto la diagnosi e l’etichetta usata, ma la sostanza della cura e delle pratiche di riabilitazione, inclusione sociale e “recovery,” che possono essere applicate nei servizi. Certamente anche questo argomento potrebbe divenire oggetto di animate discussione visto che l’originario concetto di “autismo schizofrenico” indica un modo di essere-nel-mondo (come si diceva negli anni ’50-’70) che è in netta opposizione con questi concetti della moderna riabilitazione: indica, cioè, un allontanamento strutturale e esistenziale profondo, irreversibile dalle linee indicate dalle esistenze cosiddette normali (normotipiche) in quanto socialmente adattate e produttive per la società.
Il camoufaging nelle altre categorie diagnostiche
Chi sono dunque questi pazienti etichettati oggi negli studi psicometrici “scientifici” come “disturbi dello spettro autistico” che mettono in atto strategie per nascondere o attenuare i propri tratti autistici e conformarsi alle aspettative sociali dei neurotipici? Si ha l’impressione che l’estensione enorme che il concetto di “spettro autistico” ha avuto in questi anni, inglobi negli studi moltissimi pazienti che con l’autismo vero e proprio non hanno niente a che fare, ma piuttosto rientrino nell’area dei disturbi fobico sociali, schizoidi ed altre categorie diagnostiche. Allora, ci si può chiedere quanto sia corretto limitare il “camouflage” allo spettro autistico.
Uno strumento di rilevazione del camouflage è stato ad esempio recentemente sviluppato per i pazienti depressi (Brown, 2025). Lo strumento descrive molto bene i modi con cui i depressi che in qualche modo hanno ancora un controllo sulla loro malattia, possono mettere in atto azioni che “mascherano” la loro condizione assumendo ,sia pure con sforzo, comportamenti normali, ad esempio nella vita sociale (items quali: sforzarsi di parlare e sorridere agli altri, mangiare in compagnia, esprimere pensieri falsamente ottimistici, far finta di prestare attenzione alle conversazioni, mascherare l’inquietudine interna, fare vita sociale nel week end) per mimare una inesistente normalità. Anche noi avevamo descritto fenomeno logicamente questi tentativi del depresso di apparire normale in un libro recente (Dalle Luche e Bargiacchi, 2025).
Il camouflaging potrebbe allora essere nient’altro che uno dei tipi delle più generali “strategie di coping, compenso e superamento” prevista da Huber e Gross (Gross et al., 1979) nel loro modello dei sintomi di base: tutti o quasi i pazienti psichiatrici che percepiscono soggettivamente i loro disturbi vi fanno ricorso per attenuarne gli effetti negativi, per “farcela da soli” o evitare i trattamenti, oppure anche semplicemente per garantirsi una vita meno limitata e faticosa. In questo modello le strategie di compenso sono : F1Comportamenti di evitamento; F2 Sforzi per compensare i SB mediante determinati comportamenti; F3 Abitudine e/o adattamento alla malattia; F4 Sforzi per compensare i propri deficit con la volontà; F5 Potenziamento di determinate funzioni o modalità di comportamento; F6 Autotrattamento con sostanze o farmaci. Molti pazienti psicotici, grazie anche a queste strategie, per lungo tempo possono mimetizzarsi in determinati contesti sociali nei quali non si richiedono funzionalità eccedenti la loro tolleranza allo stress, mostrando soltanto le loro “parti sane”.
Un recente lavoro ha evidenziato una elevata prevalenza di social camouflaging nelle donne che soddisfano i criteri per il disturbo borderline di personalità, soprattutto in comorbidità con disturbi del comportamento alimentare (Carpita et. al, 2025): un risultato questo, non certamente sorprendente vista la forte sovrapposizione di tratti di spettro autistico con i disturbi borderline mediate dall’effetto dei traumi, e le storiche relazioni tra camouflaging e disturbi borderline (v. § successivo). C’è poi un altro grande ambito di comportamenti messi in atto dai pazienti con disturbi di personalità e psicopatia: in quest’ultime il camouflage rappresenta una “maschera sociale tra adattamento e manipolazione” (Dell’Osso et. al 2025) La maschera dell’antisociale/dissociale o semplicemente del “criminale della porta accanto”, che apre le porte dello sterminato, classico capitolo della simulazione nei contesti medico-legali e giudiziari, ci porta diretti alla funzione generale del mascheramento nell’esperienza umana. Se il camouflage dei disturbi psichiatrici è finalizzato a “fingere di essere sani” per evitare lo stigma ed apparire migliori di quello che si è, e la maschera dell’antisociale serve per impedire il riconoscimento dei comportamenti illeciti o manipolativi, bisogna anche riconoscere che tutti gli esseri umani in una certa misura e con diversi gradi di consapevolezza indossano una maschera identitaria in diversi contesti lavorativi, familiari etc. Che l’identità umana sia potenzialmente multipla lo si sa bene almeno dalla fine dell’ottocento, sia in ambito psicologico e psichiatrico (Janet, Freud) sia in ambito letterario (Pirandello,Svevo, Pessoa, Oscar Wilde). Il mimetismo, cioè, non è affatto un meccanismo solo di certi animali che lo utilizzano per predare o sfuggire ai predatori, ma anche degli esseri umani che imparano nel corso della loro maturazione a comportarsi in modo appropriato, vantaggioso e mimetico di fronte alla possibilità di essere “smascherati” nei diversi contesti. Nessuno vuole essere conosciuto fino in fondo in quanto, come radicalmente scrive Maria Ilena Marozzi (2004), “La consapevolezza che nessuno può espugnare i propri contenuti –siano essi pensieri, affetti o sensazioni- è altrettanto rassicurante, e forse ancora più fondamentale, che la sensazione che qualcuno possa comprenderli.” Ce lo mostra in maniera inarrivabile anche Woody Allen in uno dei suoi capolavori degli anni ’80 “Zelig, the chamaleont man”. Esiste quindi un continuum di comportamenti attivi e acquisiti nel corso dello sviluppo, che vanno dalla menzogna, alla simulazione, alla recitazione di una parte, al conformismo mimetico, alla cura perfezionistica del proprio aspetto fisico (che apre ogni porta), al riserbo ambiguo ed al camouflaging dei propri difetti, limiti e disturbi, che coinvolgono praticamente l’intera umanità, almeno quella occidentale. Se il camouflaging può dunque essere messo in atto anche dalle persone “neurotipiche” per apparire socialmente più desiderabili, o per sfuggire alla sanzione sociale in chi compie atti illeciti, nelle persone neuroatipiche è fondamentale per aumentare le possibilità di impiego e istruzione, sviluppare e mantenere le amicizie e le relazioni romantiche ed evitare bullismo e pregiudizi (Cage e Troxell-Whitman, 2019).
Antecedenti psicodinamici del camouflaging
Ma torniamo al camouflaging in senso stretto, per quello che ci interessa sul piano clinico. Innanzitutto, come si fa a capire con certezza che un paziente si camuffa? Paradossalmente l’indicatore principale e il contrasto tra una presentazione normale o comunque priva di sintomi significativi, e l’invio nel contesto clinico da parte dei familiari o altri enti. Anche i metodi utilizzati per misurare il camouflaging nello spettro autistico si basano sulla discrepanza tra l’interno e l’esterno nei self report (Cook et al., 2021). Quante volte ci siamo trovati di fronte a pazienti ricoverati o in ambulatorio che apparivano perfettamente normali, e solo con difficoltà, e spesso facendo ricorso a testimonianze esterne (come il coniuge o i familiari) siamo riusciti a capirne i disturbi sotto la maschera del camouflaging?
L’analisi del Camouflaging è sottile, parte da un sospetto di incongruenza, richiede una importante esperienza clinica e fenomenologica. Gia Helene Deutsch (1942) descrisse le “personalità come se”, la cui particolarità era quella di suscitare nell’osservatore “l’impressione inevitabile che l’intero loro modo di essere di fronte alla vita abbia qualcosa che manca in genuinità”, nel contesto di un’apparenza di “completa normalità”: si ha la sensazione che “manchi qualcosa”, vero calore e veri sentimenti, anche in presenza di relazioni affettive e di amicizia ricche e variegate. I comportamenti “come se” sono, per la Deutsch, “impalpabili”, di fronte a questi pazienti si ha la sensazione dell’aspetto puramente imitativo delle attività ed anche delle relazioni in quanto l’espressione delle emozioni è puramente formale e ogni esperienza interna è completamente preclusa. Si modellano sull’ambiente esterno sulla base delle aspettative che sono rivolte verso di loro, cosicché risultano in un primo momento estremamente gratificanti per l’interlocutore, ma presto deludono per “l’atmosfera emozionale vuota e convenzionale” che instaurano. Il concetto di “personalità come se” è stato uno snodo importante per la nosografia in quanto rappresenta uno dei pilastri dell’evoluzione del concetto di “disturbo borderline di personalità. Grinker e Roy (1968), nel loro classico studio psicometrico, identifica la sindrome di “personalità come se” nei pazienti “borderline” le cui relazioni erano impostate sul mimetismo o l’imitazione degli altri, appresi nell’età dello sviluppo e immodificate nei decenni. Il quadro clinico era associato ad una con scarsa coesione dell’Io, carenze nello sviluppo del Super Io, processi primari di identificazione scarsità di affetto e mancanza di insight in presenza di un test di realtà mantenuto.
Altro concetto affine a quello di camouflaging è quello di “falso sé” di Winnicott, ripreso estesamente da Laing nel suo “The Divided Self” (1955) nell’ambito delle psicosi. Winnicott fa riferimento alla possibilità, nel corso del primo sviluppo, ed in relazione all’ambiente materno e familiare, che il bambino sviluppi una scorza o una corazza protettiva verso gli stimoli emotivi e pulsionali. Si struttura in questo modo un falso Sé adattativo che non corrisponde al mondo interiore autentico. La “barriera” tra presentazione esterna e mondo interiore può essere più o meno accentuata, nelle forme più gravi diviene un vero e proprio esoscheletro che nella vita adulta emergere in forma di psicosi non produttive. Il meccanismo è analizzato approfonditamente da Laing osservando o perfino “convivendo” con soggetti psicotici o prepsicotici. Il falso Sé di Laing descrive uno stato di depersonalizzazione intrapsichica, nel quale confluiscono oltre all’idea di Winnicott, il concetto minkowskiano di perdita di rapporto vitale con la realtà e quello generale, ancora molto popolare in quegli anni, di “di dissociazione” di Eugen Bleuler: “L’individuo non vive le sue azioni come altrettante espressioni di sé […] Di queste azioni non si sente partecipe […] Così l’individuo avverte sia un senso di futilità che di mancanza di spontaneità. […] Invariabilmente, l’individuo in queste condizioni si sente terribilmente imbarazzato e ‘consapevole’ nel senso di un’acuta sensazione di essere osservato dagli altri.” Sulla base di questo vissuto si genera una dialettica tra un sé interno invulnerabile in quanto disincarnato e un sé esterno falsamente adattivo che consente al paziente psicotico di mantenere un certo grado di relazioni sociali senza avere il rischio di esserne travolto.
Va richiamato anche il termine generale di “difese” che, nella teoria psicoanalitica, riguarda una buona parte di pazienti, che non coincide ma può includere elementi di “camouflage”. Il paziente si difende dalla possibilità che, nella relazione analitica, il terapeuta raggiunga gli elementi più critici che lo riguardano (traumi, mancanze, deficit), per il timore di perdere il suo equilibrio “nevrotico”. L’analisi delle difese, tradizionale operazione preliminare in ogni analisi, viene spesso oggi evitata proprio al fine di mantenere integre le strutture camuffanti che consentono a molti pazienti di mantenere un relativo equilibrio psicosociale. Questa operazione di lisciare il paziente per il verso del pelo evitando ogni contrasto con le sue resistenze, ha il pregio di favorirne la stabilità in corso di trattamento farmacologico: il paziente in equilibrio è sempre valutato positivamente, anche se i suoi problemi strutturali restano irrisolti e destinati alla cronicità.
Il camouflaging volontario e involontario
Il vero camouflaging non è un comportamento consapevole e sorretto dalla volontà (altrimenti si chiamerebbe semplicemente “simulazione”, “dissimulazione”, “recitazione” o “istrionismo”) ma piuttosto rinvia ad una incapacità stessa del paziente di distinguere tra l’essere e l’apparire, tra il comportamento esterno e il suo vissuto interno, tra i propositi e le reali capacità: il paziente si presenta “normale” e spesso appare come tale, ma solo per la mancanza di critica verso le contraddizioni che si generano di fronte alla realtà oggettiva. Il camouflage è parte integrante del disturbo e spesso sostiene la mancanza di insight, di vera consapevolezza di avere disturbi. Questi pazienti sono persone la cui identità è non definita, mutevole, diffusa, oppure, paradossalmente, stabile ma cronicamente divergente: che cercano sempre lavoro senza mai trovarlo o senza adattarvisi se per caso lo trovano, che millantano capacità e titoli che non hanno, oppure che si riciclano continuamente con identità lavorative diverse che finiscono sempre inevitabilmente per fallire; che non hanno mai una vera stabilità affettiva perché tutte le relazioni falliscono di fronte alla scoperta dei limiti che nella fase di innamoramento venivano perfettamente camuffate (Dalle Luche e Bertacca, 2007), che finiscono per svolgere una vita del tutto routinaria e inconcludente e spesso impenetrabile all’esterno e ciononostante perseguono del tutto virtualmente ambizioni sproporzionate alle loro reali possibilità. Tutti questi pazienti si presentano bene, appaiono a lungo anche iper-adeguati, ambiziosi, orgogliosi, esigenti, perfino presuntuosi: alcuni si sentono migliori degli altri, sempre un gradino più in su. Nella vita quotidiana possono apparire anche affascinanti, ma inevitabilmente ben presto si scopre, spesso improvvisamente, nell’impatto con le richieste della realtà, che la loro identità non è quella dichiarata, che devono essere supportati per la gestione della quotidianità, che spesso gravano economicamente sulla famiglia e, non da ultimo, sono utenti nel lungo periodo di specialisti o dei servizi della salute mentale.
Questi pazienti ingannano non solo chi li circonda, ma anche i professionisti della salute mentale: ad un primo sguardo vengono presi per sani, come “le personalità come se” o, comunque la loro patologia viene sminuita sulla presenza di qualche sintomo aspecifico, come l’insonnia, l’ansia, la tendenza alla ruminatività e alla ripetitività. In genere la scoperta del camouflage avviene a fronte di impegni lavorativi, relazionali, matrimoniali, genitoriali. La scoperta della loro inadeguatezza, sotto la maschera accattivante, è spesso sorprendente e sconcertante, inattesa, imprevedibile. Questi pazienti non ammettono mai i loro fallimenti, vivono spesso recriminando o giustificando i propri limiti per i comportamenti altrui, il risentimento per i danni procurati loro, fina dalla prima infanzia, dai loro genitori, o dalle situazioni e relazioni in cui si sono trovati. Talora verso i genitori si sviluppa perfino una vera querulomania paranoide per cui questi sono nella situazione impossibile di dover mantenere i rapporti pur essendo sottoposti ad una vittimizzazione quasi delirante, e, spesso di non essere creduti.
Conclusioni
Sulla base di queste considerazioni si può riconoscere alla popolarità del concetto di “camouflage” un merito che va ben oltre gli studi dei comportamenti messi in atto dai pazienti con “disturbo di spettro autistico”. Il camouflage appare una dimensione pressoché ubiquitaria in psicopatologia come del resto nella vita reale. Si può ritrovare in moltissime categorie diagnostiche che vanno da alcuni disturbi di personalità allo spettro dei disturbi schizoidi e schizofrenici, ai disturbi depressivi e d’ansia. L’attenzione ai meccanismi e ai comportamenti di camouflaging richiede una grande capacità e molto “tatto” relazionale. Il loro rilevamento è un processo che si svolge nel tempo e resta spesso non esplicitato né condiviso col paziente per il già citato rispetto delle difese. I vantaggi del “camouflage” sono infatti notevoli dal punto di vista della stabilità e dell’equilibrio dei pazienti, della prevenzione del loro scompenso.
L’esistenza del camouflaging insegna che la valutazione psichiatrica non si può basare solo sulla presenza o meno di determinati sintomi, ma anche sulle strategie che vengono messe in atto affinchè non vengano rilevati. É quindi molto probabile che moltissimi quadri che sono considerati “paucisintomatici” o, più modernamente, “sottosoglia”, lo siano tali in funzione di massicce operazioni di mascheramento da parte dei pazienti.
Tuttavia ci sono alcune aree diagnostiche nelle quali il camouflage diventa, per la sua pervasività, esso stesso patologico; ad esempio quando prende il sopravvento e il paziente vi aderisce senza alcuna consapevolezza creando situazioni paradossali quali quelle in cui, pur in cura, i pazienti non ammettono mai di soffrire di un qualche disturbo, né mettono mai in dubbio la loro apparente e indiscussa normalità a fronte di deficit funzionali ed adattativi anche molto importanti ed evidenti. In questi pazienti, così strutturalmente difesi, sembra impossibile qualsiasi cambiamento mutativo, ed ogni ipotetico passo in avanti finisce per essere sabotato prima ancora di avvenire. Sono quei pazienti che, aldilà delle (spesso varie) etichette diagnostiche che sono loro attribuite, sembrano restare impermeabili a qualsiasi evento o intervento mutativo, consumando negli anni diversi terapeuti e progetti terapeutici senza esserne scalfiti.
Eredi delle personalità come sé di Helene Deutsch, gettati nel grande calderone dei borderline “stabili nella loro instabilità” (Schmideberg, 1969), rappresentano un grossissimo problema concettuale e pratico per i servizi di salute mentale.
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