La cura nei numeri
Riflessioni a partire da “Psicoanalisi per la Medicina Tecnologica. Cura e supervisione per umani e postumani” di Augusto Iossa Fasano
Autrice
Ricevuto il 03 aprile 2026; accettato il 15 aprile 2026
Nel testo Psicoanalisi per la Medicina Tecnologica. Cura e supervisione per umani e postumani (Papyrus, 2025), lo psichiatra e psicoanalista Augusto Iossa Fasano propone una riflessione profonda e innovativa sul rapporto tra tecnologia applicata al corpo umano e pratica clinica. L’autore, fondatore dell’Associazione Metandro e da anni impegnato nel dialogo tra psicoanalisi e medicina ad alta tecnologia, invita a superare il vecchio binomio mente-corpo e a pensare invece alla triade Protesi-Corpo-Apparato Psichico.
In un contesto sempre più orientato alla prestazione, all’efficienza e alla misurabilità, il testo mette in luce le trasformazioni che attraversano la medicina contemporanea e sollecita una psicoterapia capace di sviluppare una riflessione sul tema dell’identità. Oggi siamo tutti soggetti ibridi e cibernetici: il “postumano” è la commissione strutturale e permanente con dispositivi protesici, algoritmi e sistemi digitali.
La crescente integrazione della tecnologia nei contesti sanitari ha senza dubbio migliorato la precisione diagnostica e l’efficacia degli interventi, contribuendo a un significativo aumento dell’aspettativa di vita e a una migliore gestione delle patologie acute e croniche.
Dalla diffusione delle tecniche di imaging avanzato fino all’impiego di sistemi di intelligenza artificiale in ambito diagnostico e decisionale, la medicina contemporanea si configura come una pratica altamente specializzata e orientata alla performance. Tuttavia, come evidenzia l’autore, tale evoluzione comporta il rischio di uno slittamento della cura verso una logica puramente prestazionale, in cui il paziente tende a essere considerato principalmente come portatore di un dato biologico, misurabile e trattabile secondo parametri standardizzati.
Questa tensione tra dimensione tecnica e dimensione umana della cura affonda le proprie radici in una trasformazione storica più ampia del sapere medico.
A partire dalla “nascita della clinica” descritta da Michel Foucault, il corpo del paziente diventa progressivamente oggetto di osservazione sistematica e di sapere scientifico, segnando il passaggio da una medicina centrata sul racconto del malato a una medicina centrata sullo sguardo del medico. In epoca contemporanea, tale processo sembra trovare una sua radicalizzazione nelle tecnologie digitali, che amplificano ulteriormente la possibilità di oggettivazione del corpo, ma al contempo rischiano di oscurare la dimensione soggettiva dell’esperienza di malattia.
In ambito psichiatrico questa ambivalenza si manifesta in modo particolarmente evidente nei servizi territoriali italiani. Nei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) e nei Centri di Salute Mentale (CSM) la telemedicina, le cartelle elettroniche integrate, gli algoritmi di triage e i dispositivi wearable per il monitoraggio dei pazienti rappresentano strumenti ormai consolidati. Eppure, proprio in questi contesti, emerge con forza il rischio che la logica del “numero” – accessi, prestazioni, indicatori di performance – prevalga sulla continuità relazionale e sulla presa in carico integrata.
L’aumento delle richieste di intervento non è soltanto indice di efficienza del sistema: è anche espressione di una domanda di cura che eccede la dimensione puramente tecnica e che, nei servizi comunitari, si traduce spesso in un disagio esistenziale o relazionale che non trova risposta adeguata solo nei protocolli.
I dati lo confermano con chiarezza: secondo il Rapporto del Ministero della Salute sui servizi psichiatrici territoriali (dati 2023, con trend confermati nel 2025), gli utenti assistiti dai DSM in Italia superano gli 850.000, con un tasso standardizzato di circa 169,5 per 10.000 abitanti adulti con un incremento significativo degli accessi per disturbi ansioso-depressivi e nevrotici, che rappresentano una quota preponderante delle diagnosi.
A livello globale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità aggiorna a oltre un miliardo le persone che convivono con un disturbo mentale (World Mental Health Today, 2025), sottolineando come il progresso tecnologico, pur fondamentale, non sia di per sé sufficiente a rispondere alla complessità del bisogno di cura, che implica necessariamente una dimensione relazionale e simbolica.
Questa ambivalenza tra progresso tecnico e perdita di centralità del soggetto trova un’eco significativa anche nella letteratura. Nel celebre romanzo Frankenstein di Mary Shelley, la figura dello scienziato che dà vita alla creatura attraverso mezzi tecnici estremi mette in scena il rischio di una conoscenza che, nel tentativo di dominare la vita, finisce per smarrire la responsabilità nei confronti dell’umano.
Analogamente, in Ulisse di James Joyce la centralità del flusso di coscienza restituisce la complessità dell’esperienza soggettiva, opponendosi a ogni tentativo di riduzione dell’individuo a schemi semplificati. Nella pratica quotidiana di un CSM queste immagini letterarie si traducono spesso nella sensazione di un paziente che, pur “trattato” secondo linee guida evidence-based e supportato da dispositivi tecnologici, resta solo con il proprio vissuto di alienazione o di “corpo estraneo” (protesico o tecnologico).
In tal senso, il contributo della psicoanalisi appare fondamentale nel restituire centralità alla dimensione soggettiva dell’esperienza di malattia. A partire dalle riflessioni di Sigmund Freud, il sintomo non viene più inteso esclusivamente come segno di una disfunzione organica, ma come formazione di compromesso, espressione di conflitti inconsci e portatore di significato.
L’angoscia, in particolare, può essere letta come uno stretto passaggio, un istmo necessario che il soggetto deve attraversare per accedere a una condizione di maggiore benessere e integrazione. Non si tratta solo di psichiatria o di psicologia: l’attraversamento dell’angoscia è anche geografico, teatrale, filosofico e relazionale, dunque richiede un approccio psicoanalitico estesa. È un movimento di apertura sociale e comunitaria che richiama l’importanza decisiva del mondo esterno, oltre che di quello interno. Come ricordava Freud in una nota postuma del 1938, «Psyche ist ausgedehnt» – «La psiche è estesa, di questo non sa nulla». Questa estensione della psiche oltre i confini del corpo e della coscienza apre la strada a una cura che non si limita a lavorare “dentro” il soggetto, ma che considera le protesi tecnologiche, gli ambienti di cura e le reti relazionali come parti costitutive dell’apparato psichico contemporaneo.
Nel contesto dei servizi territoriali, questo approccio può tradursi in un uso riflessivo della psicoanalisi non solo nella terapia individuale, ma anche come strumento di supervisione e di formazione per le équipe multidisciplinari. La capacità di accompagnare il paziente (e l’équipe stessa) nell’attraversamento di questo istmo angoscioso permette di valorizzare la soggettività di fronte alla pressione dei numeri, dei protocolli e degli algoritmi, senza rinunciare agli strumenti tecnologici, ma integrandoli in procedure di misurazione umanizzate.
Il testo di Iossa Fasano si inserisce dunque in una linea di pensiero che, pur riconoscendo i progressi della medicina tecnologica, ne mette in evidenza i limiti quando essa si configura come unico paradigma di riferimento. L’autore invita a ripensare la pratica clinica come spazio in cui la dimensione tecnica e quella simbolica possano coesistere, senza che l’una escluda l’altra.
In questo senso, la tecnologia non viene rifiutata, ma integrata in una visione più ampia della cura, capace di includere la complessità dell’esperienza umana – soprattutto in quei contesti comunitari dove la relazione terapeutica resta il vero dispositivo di cambiamento.
In conclusione, “Psicoanalisi per la Medicina Tecnologica” si configura come un contributo particolarmente rilevante nel panorama contemporaneo, in quanto sollecita una riflessione critica sul destino della medicina – e soprattutto della psichiatria di comunità – in un’epoca dominata dall’innovazione tecnologica. La proposta dell’autore non è quella di opporre la psicoanalisi alla medicina, ma di promuovere un dialogo tra saperi. Nei Dipartimenti di Salute Mentale italiani questo dialogo potrebbe tradursi concretamente in percorsi di formazione e supervisione condivisi, in cui l’ascolto aiuti a “umanizzare” i numeri, ad accompagnare il soggetto nell’attraversamento delle “strettoie del biologico” e a ridisegnare una cura che ripristini e mantenga le possibilità di incontro autentico con l’altro.
Bibliografia
Libri
Iossa Fasano, A. (2025). Psicoanalisi per la Medicina Tecnologica. Cura e supervisione per umani e postumani. Papyrus (autopubblicato).
Freud, S. (1912). Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico. In Opere (Vol. 6). Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1938). Risultati, idee, problemi. In Opere (Vol. 11, pp. 565-566). Bollati Boringhieri.
Foucault, M. (1963). Nascita della clinica: Un’archeologia dello sguardo medico. Einaudi.
Fonti istituzionali
Ministero della Salute (2024). Rapporto attività psichiatrica territoriale 2023.
World Health Organization (2025). World Mental Health Today. https://www.who.int
Riferimenti letterari
Shelley, M. (1818/2018). Frankenstein; or, The Modern Prometheus. Penguin Classics.
Joyce, J. (1922/2000). Ulysses. Penguin Books.