Volume 27 - 27 Dicembre 2023

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Luciano Del Pistoia (1937-2023). Un ricordo

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Con Luciano Del Pistoia se ne è andato, nella sua, per noi mitica, casa di Via Verdina a Camaiore, uno degli psichiatri che ha profondamente inciso sul nostro modo di interpretare l’essere psichiatri. Non si è infatti psichiatri come lo è ogni altro professionista: almeno non lo erano gli psichiatri di quella generazione straordinaria, che includeva lo stesso Basaglia, ma anche figure a noi vicine e care come Arnaldo Ballerini, Bruno Callieri, Lorenzo Calvi, Giovanni Gozzetti, Ferruccio Giacanelli, Sergio Piro, Remigio Raimondi, che ebbero la ventura di uscire dagli ospedali psichiatrici per accogliere la sfida, tutt’oggi mai completamente risolta, di fondare i servizi territoriali. Li univa innanzitutto il possesso di una grande, talora straordinaria cultura umanistica, un ferreo sentimento del dovere verso la propria funzione, la passione della conoscenza non solo del malato, ma col e in virtù del malato. Alcuni di loro credettero nel basaglismo e nel carattere rivoluzionario della riforma psichiatrica sul piano sociale e politico; altri, tra questi Del Pistoia, trovarono nella fenomenologia e nell’esistenzialismo ciò che poteva rendere la loro formazione neuropsichiatrica non soggetta al riduzionismo biologico e medicale, potendo così ridare al malato la piena dignità di persona, di co-esistente, di prossimo.

In questa generazione Luciano Del Pistoia occupò un ruolo particolare: innanzitutto si formò in una scuola periferica, quella di Visentini a Parma (“Professore gentiluomo” come lui lo appellava), quindi proseguì la formazione a Strasburgo e a Parigi con uno dei più radicali interpreti della psicopatologia fenomenologica di allora, Georges Lantéri-Laura, cui lo legarono a lungo sentimenti di rispetto, collaborazione e amicizia. Luciano fu antesignano di un europeismo che potesse far uscire la psichiatria italiana da una stagnazione culturale e prassica che in quegli anni sessanta, esalava gli ultimi sospiri. Luciano padroneggiava perfettamente il francese ed a quel periodo si devono le sue mirabili collaborazioni con l’Encyclopédie Médico-Chirurgicale /Psychiatrie (la voce Deliri cronici), summa del pensiero psicopatologico europeo. Rientrato in Italia, con l’amatissima moglie, la poetessa e pittrice Elisabeth Nibelle, dopo un breve passaggio ad Arezzo, dove ebbe modo di conoscere, non senza contrasti, i colleghi che preparavano la rivoluzione antipsichiatrica, divenne primario all’Ospedale Psichiatrico di Maggiano nel 1974, dove ebbe modo di conoscere, invece, il conservatorissimo Mario Tobino. Da lì, in virtù della legge 180, tornò nella Versilia che l’aveva visto bambino, come primo Primario dei servizi territoriali e dell’SPDC dello storico Ospedale Tabarracci. Il suo modello era quello del secteur francese, ovvero di un’organizzazione articolata di servizi di salute mentale diffusi sul territorio: al posto di un modello ospedalo-centrico, veniva proposta negli anni ’60 la possibilità di una continuità terapeutica nella comunità garantendo pieno e concreto diritto di cittadinanza al malato di mente.

Luciano univa la verve ironica ed anche polemica tipicamente toscana, animata da un senso molto forte della propria cultura e del proprio valore rispetto alla psichiatria mainstream ed alla prosopopea, spesso mediocrissima, della psichiatria accademica; si trovò così ad incarnare una psichiatria antimanicomiale che però risentiva ancora della formazione neuropsichiatrica tradizionale e non si mescolava col gergo sociopolitico allora dominante. Cercò quindi di trovare una propria identità fondando due società scientifiche: la prima, quella di Storia della psichiatria, che, dopo un memorabile congresso a Viareggio, divenne sezione SIP in mano ad altri. Alla Società era abbinata una rivista, il cui titolo traduce la “visione” di ampio respiro di Luciano:

Revue de l’Histoire et de l’Epistémologie de la Psichiatrie, della quale forse ancora qualcuno conserva i 4 numeri che videro la luce. La seconda società nacque invece grazie all’amicizia fraterna con Arnaldo Ballerini: La Società per la Psicopatologia Fenomenologica iniziò ben presto le sue attività con corsi di formazione a Pistoia e congressi internazionali (Madness, Madness, Science and Society, Firenze Agosto 2000), per poi proseguire a Figline Valdarno, dove tutt’ora si tengono ormai da oltre venti anni, i Corsi Residenziali di Psicopatologia Fenomenologica. La Società, alla quale, allora giovanissimi, fummo prontamente cooptati, aveva inizialmente come contraltare il neoempirismo semplificatorio e brutale dell’imperante DSM-III a cui il mondo accademico si era prontamente e acriticamente allineato. Di questi progetti passionali e tumultuosi, impensabili nella realtà attuale, uno di noi (RDL), che ha lavorato per alcuni anni nel servizio versiliese di Del Pistoia, fu testimone diretto. Alcuni ricordi ci hanno fatto capire, come succede, a posteriori, che Del Pistoia forse aveva immaginato un servizio impostato come un consesso di psichiatri colti e illuminati che avrebbero potuto fondare una prassi eccelsa: ad esempio fu trovato in un cassetto dell’SPDC un biglietto su cui aveva scritto una serie di nomi di giovani psichiatri emergenti, una sorta di nazionale della psicopatologia, che avrebbe voluto con sé in Versilia per formarli e farli crescere; organizzava nel servizio lezioni di storia della psichiatra, come quella sulla Catatonia di Kahlbaum che fu commissionata ad uno di noi (RDL); inoltre provò ad invitare a pranzo alcuni psichiatri da lui stimati per tentare, sotto un enorme platano, denominato “Il platano di Ippocrate”, di trovare ipotesi di miglioramento e la giusta “visione” del servizio.

Per una serie di motivi, tra cui, forse, la distanza tra l’ideale e il reale nella prassi operativa, i continui contrasti con gli amministratori e i politici che evidentemente erano molto distanti dai suoi principi, Luciano Del Pistoia si ritirò dal servizio pubblico appena poté, non ancora sessantenne, a metà degli anni ‘90. Salutista e vigoroso, si dedicò alla vela sportiva, che praticò con il solito rigore appassionato: a bordo del suo 470, imbarcazione “agile e nervosa”, Luciano annusava il vento, coglieva dall’onda increspata le correnti, mirava all’orizzonte, carezzava con la chiglia la superficie mettendo a frutto, anche in questo ambito, quella capacità d’intuito e di acquisire la visione d’insieme a partire da un particolare che lo contraddistingueva, una caratteristica propria della sua fenomenologia utilizzata nella descrizione di molti malati. In occasione di un’uscita sul Lago di Massaciuccoli con uno di noi (GDP) ricordava, fieramente, la vittoria riportata al Trofeo velico di Livorno, così come faceva spesso un parallelismo tra atteggiamento fenomenologico e condurre una barca a vela: in entrambi i casi, il gesto favoriva uno stile di navigazione improntato sul momento e tale da tracciare una nuova via, senza dover essere costretti a seguire traiettorie già percorse.

Del Pistoia continuò però il percorso del tutto solitario di ricerca, intervallato negli ultimi due decenni, fino a questa primavera, soltanto dalle sue apparizioni per le lezioni a Figline e dall’uscita dei suoi libri, sempre di grande spessore, benché talora soffocati dai limiti distributivi dei piccolissimi editori: tra questi Il giardino delle statue di sale (Fazzi, 1997), un’evocazione tobiniana degli ultimi malati dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, Sul comprendere psicopatologico. ETS (a cura di, con A. Garofalo), ETS, Pisa, 2003, gli atti di una delle annate di Pistoia; Saggi Fenomenologici. Psicopatologia, clinica, epistemologia (Fioriti 2008), che include molti dei suoi saggi fondamentali, tra cui quello sul concetto di paranoia; I duri veli. Viaggio psicopatologico attraverso l’Inferno di Dante, PubliED 2010, un commento da psicopatologico ad alcune cantiche dantesche di cui era un esperto di rara profondità; infine, il più recente Dialogo con l’insensato. Introduzione storica e clinica alla psicopatologia fenomenologica (Alpes 2021). Manifestò anche la sua gratitudine a Lantéri-Laura curando la traduzione in italiano di alcuni dei suoi testi più significativi (Sapere, fare e saper-fare in psichiatria: psicopatologia, clinica ed epistemologia. Fioriti Editore, 2007).

Luciano era uno scrittore raffinato, che padroneggiava un toscano purissimo e talora aulico, ed un fenomenologo husserliano rigoroso; molti suoi articoli sono straordinari (ricordiamo oltre le voci dell’Encyclopèdie, quelli sulla melanconia, sui neologismi schizofrenici, sulla psicosi unica), e ci auguriamo che ci sia la possibilità di riportarli alla luce e a nuova vita, secondo il principio che i classici non subiscono il passare del tempo. I suoi testi pubblicati negli ultimi vent’anni rimangono dei caposaldi didattici per l’apprendimento di questa negletta quanto imperitura disciplina, la psicopatologia fenomenologica, che costituisce l’humus formativo fondamentale per tantissimi psichiatri di valore. Le sue lezioni, per chi ha avuto l’onore di ascoltarle, restano impresse nella memoria per la lucidità, il rigore con cui sapeva intrattenere per ore l’uditorio: non era, Luciano, uno che parlava leggendo slides. Restano magistrali le sue dissertazioni a Figline Valdarno al Corso di Psicopatologia accompagnate da un’appassionata gestualità, modi di dire della quotidianità versiliese, e non da ultimo l’icastica ironia sulla proteiforme umanità di molti suoi colleghi.

Negli ultimi anni la sua vita era stata spezzata affettivamente dall’improvvisa e inattesa morte della moglie. Si narra che adesso stesse scrivendo la storia del loro amore, e non si sa se nel momento della morte improvvisa che l’ha colto, avesse completato l’opera. La sua casa conserva sicuramente un patrimonio importante per gli storici della psichiatria; oltre alla grande biblioteca che costituiva il suo vanto, conserva sicuramente moltissimi documenti importanti sull’uscita dagli Ospedali Psichiatrici e le difficoltà della costruzione di una nuova psichiatria degna di quella dell’età d’oro della psicopatologia.

Colti una volta ancora impreparati alla scomparsa di un Maestro che in quanto tale ci siamo illusi troppo a lungo che potesse continuare per sempre a tracciare la via di fronte a noi, ci troviamo a confrontarci su quali possano essere i modi migliori per proseguire il suo cammino e per proteggere dalla dispersione ed anche valorizzare il patrimonio culturale, artistico e umano che Luciano ed Elisabeth ci hanno lasciato.