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Ottobre 2022: costruire un contro-summit per la salute mentale

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Da trent'anni ci riconosciamo dietro lo slogan "non c'è salute senza salute mentale". Oggi è arrivato il momento di rovesciare questo slogan e dire "non c'è salute mentale senza salute pubblica". Quando dico pubblica non intendo solo il fantomatico "ruolo di regia" che aziende sanitarie ed enti locali potrebbero avere acquistando e coordinando prestazioni svolte da enti erogatori ma intendo pubblica nei processi, negli esiti e negli spazi. Neppure intendo "proprietà statale": i manicomi erano pubblici in questo senso eppure erano luoghi di tortura. Con pubblica oggi dobbiamo intendere un paradigma e una forma di azione che riconosciamo in base a processi, spazi ed esiti.

In primo luogo i processi: se la sanità è gestita come un'azienda, al suo interno non si svilupperà mai una vera capacità di lettura dei bisogni della popolazione. La scelta di quali prestazioni erogare, come, a vantaggio di chi e con che grado di accessibilità sarà determinata dalla composizione di interessi privati, dai bisogni delle aziende farmaceutiche, dalle richieste dei gruppi imprenditoriali, dalle posizioni delle lobby professionali, sanitarie e non. Il processo di lettura dei bisogni della comunità implica la possibiltà che le popolazioni prendano parola nel processo. Affinché questa presa di parola sia reale e non si riduca alle associazioni di amici degli infartuati che promuovono i dispositivi biomedicali prodotti dalle aziende che finanziano le associazioni, o le mille altre forme distorsive della partecipazione, sono necessari processi di lettura e di analisi dei problemi sanitari e della componente sociale ad essi inestricabilmente intrecciata. In sintesi, la salute non può essere un prodotto ma deve essere intrinsecamente un processo di reale partecipazione.

Gli spazi: questa partecipazione nella lettura dei bisogni e nella programmazione degli interventi, se presa sul serio, crea uno spazio politico inedito: un contesto in cui è possibile mettere in questione l'organizzazione sociale complessiva. In salute mentale, per esempio, uno spazio siffatto inevitabilmente diverrebbe il luogo in cui si contesta l'organizzazione sociale basata sulla performance e in cui il valore dei soggetti è misurato sulla scala della loro produttività; le politiche economiche, urbanistiche e ambientali verrebbero seriamente discusse in base ai loro esiti sul benessere della popolazione.

Gli esiti, appunto: una salute pubblica si pone come primo obiettivo quello di non riprodurre, aggravare e naturalizzare le disuguaglianze sociali esistenti. La salute pubblica che dovremo sforzarci di costruire serve come strumento di lotta per i gruppi oppressi secondo le linee del genere, della razza e della classe, per contrastare ogni forma di oppressione, esclusione, invalidazione.

Per andare in questa direzione è necessario rimettere al centro la centralità del lavoro sociale, la sua dignità, il suo riconoscimento, la sua contrattualizzazione, anche al fine di superare le distorsioni neoliberali che hanno sporcato il concetto di "impresa sociale" e hanno reso il welfare un campo oscuro di sfruttamento e subalternità culturale interiorizzata. In secondo luogo è necessario cogliere l'intersezionalità delle forme di oppressione e la sua declinazione in termini di disabilitazione; movimenti nuovi, come quello del "disability pride" o delle "neurodivergenze", ci stanno mostrando che assistenzialismo e assoggettamento sono due facce della stessa inaccettabile medaglia. In terzo luogo è necessario riconnettersi ai movimenti che in varie forme stanno riportando al centro i temi dell'ecologia politica e della riproduzione sociale come vettori innovativi per immaginare nuove formule di welfare emancipatorie, autogestite e mutualistiche (capaci di indicare in che modo porre rimedio all'emorragia di senso che interessa i pubblici servizi) e come indispensabili alleanze per mettere in atto una nuova stagione di lotte sociali che abbia ricadute positive sulla salute collettiva.