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A NEW BEGINNING nr. 2

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(Ricevuto il 20 febbraio 2021; accettato il 27 febbraio 2021)



Non siamo stati certo originali nella scelta del titolo (A NEW BEGINNING nr. 1 sta in volume 21 – 18 dicembre 2020), ma a me pare che questo concetto, di un “nuovo inizio”, sia fertile di ulteriori momenti di riflessione rispetto a quelli già messi in campo con la prima parte del mio discorso sui problemi che dovremo affrontare nel post-pandemia.

Per la verità, in quella occasione, alla fine del 2020, si era mossi da una vis polemica ben precisa nei confronti di una specie di concione televisiva, assolutamente indecorosa, in cui si propagandava come ultimo ritrovato filosofico il concetto di “new normal”, con riferimento a ciò che avremmo dovuto attenderci passata la bufera pandemica. L’operazione era mediocre nei contenuti (e nella qualità degli intervenuti), ma pensata, e quindi diretta ad uno scopo ben preciso: attivare nelle persone quella che potremmo definire la “nostalgia “ per i tempi perduti, per il “mondo di ieri” in cui tutto aveva un suo posto, tutto stava in ordine, ed era sempre attivabile un criterio ragionevole per distinguere ciò che era “normale”, e ciò che non lo era.

Certo, si sarebbe trattato di una “nuova” normalità, anche per i nostri predicatori televisivi. Perfino loro ammettevano dunque implicitamente che nel post-pandemia la “normalità” non sarebbe mai più stata eguale a quella precedente. E tuttavia si trattava di un unico concetto, che si prestava a diverse varianti, tra cui quella definibile come “nuova”, ma che si riconduceva anch’essa al bisogno primario delle persone, che in ogni caso rimaneva comunque quello della rassicurazione.

Ebbene sì, abbiamo bisogno di essere rassicurati. Proprio in questi giorni, nei quali il governo rincorre fino allo stremo delle forze i dati che si susseguono, assegnando colori diversi alle regioni, e di conseguenza mutando i progetti e la qualità della vita delle persone, si va diffondendo in modo strisciante, e sotto traccia, ma anche sempre più evidente, una sorta di nervosismo collettivo, politicamente non classificabile, insomma un vero e proprio malcontento popolare.

Qui cadono tutti i criteri politici e giuridici di classificazione della realtà collettiva che siamo soliti chiamare “popolo”. Il popolo che va formando la sua opinione, proprio sotto i nostri occhi, sul valore dei propri governanti, non ha nulla, o poco, del popolo della tradizione culturale e costituzionale europea, quello della rivoluzione francese, per capirci. E neppure è il popolo inteso come nazione, cioè come storia comune.

Gli individui che compongono oggi il popolo non esercitano i diritti individuali a loro attribuiti dall’ordinamento costituzionale a causa di una appartenenza comune, né sono capaci di generare con la loro volontà un nuovo ordine politico, una Costituzione. In una parola, la volontà che fu espressa – per rimanere in Italia – nel periodo dal 1943 al 1948, aveva le caratteristiche del potere costituente, ed infatti dette vita ad una delle più rilevanti Costituzioni democratiche del Novecento. La volontà che oggi possono esprimere gli individui, nelle circostanze date, ben difficilmente invece può essere qualificata come volontà popolare, mancando il soggetto “popolo”; ed è piuttosto la volontà di una Moltitudine, che non è “soggetto”, ma semplicemente un insieme di interessi organizzati, sia pubblici che privati.

Riprendiamo ora il concetto di “nuovo inizio”, cui abbiamo dedicato il primo contributo a questa rivista, e che abbiamo ripreso anche all’inizio di questo secondo. Noi scriviamo in un momento (15 febbraio ’21) in cui la battaglia mostra di essere tutt’altro che conclusa. Anche da un punto di vista giuridico-filosofico e costituzionale, ovvero su piani che come quello della psichiatria hanno a che fare con le ragioni di fondo della convivenza civile, si avverte che non è sufficiente un ritorno alla normalità, per quanto contornato da elementi nuovi, che tengano conto dei gravi errori commessi in un passato lontano, ed anche più vicino, ma comunque con radici profonde, su grandi questioni come i diritti sociali, la salute, l’ambiente, l’istruzione.


È proprio su tali questioni, che incidono sulla vita delle persone in modo diretto, che abbiamo mancato di disegnare una società articolata in una pluralità di ordinamenti, in cui ognuno ritrovi il proprio posto, all’interno di un ordine di tipo solidale, che non generi più violenza, e dunque bisogno di cura psichiatrica per sofferenze che troppo spesso sono solo sociali. È per tutti questi motivi che abbiamo bisogno di un new beginning, di un nuovo inizio.