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L’uscita dall’Ombra nel tempo della terapia online: un’occasione per contattare la propria interiorità

Autore

(Ricevuto il 23 giugno 2020; accettato il 18 novembre 2020)



Riassunto

Durante il corso delle terapie online ho potuto notare che in alcuni casi l’isolamento determinava uno stato di privazione e di oppressione che lasciava immutata la precedente patologia o che la aggravava per l’insorgenza di crisi d’angoscia o di attacchi di panico. In altri casi, però, si è straordinariamente verificata una condizione opposta di sollievo perché l’isolamento, non scelto per difesa personale di fronte alla paura del rapporto con gli altri, ma imposto dalla realtà, liberava dal senso di colpa o di profonda inadeguatezza che molti provano rispetto al loro malessere. Questo consentiva loro di dialogare più liberamente con gli altri e di contattare la propria interiorità scoprendone la profondità e la ricchezza di sfumature.
Parlo in particolare di un giovane paziente, già in fase avanzata di trattamento, che aveva sofferto di uno stato di atonia emotiva particolarmente deprivante. La rigida educazione dei suoi genitori lo aveva imprigionato in una camicia di forza costituita da un modello “perfezionista” che gli impediva di contattare le proprie emozioni, a volte persino le proprie sensazioni, soprattutto nei confronti della donna. Il periodo del lockdown gli ha consentito, senza timore di esser colpevole per aver tradito “il modello”, di progredire nel processo di individuazione, restituendogli il senso della propria responsabilità e della propria interezza al punto da poter accettare l’invito di un’amica, appena conosciuta, ad instaurare un dialogo con lei.


Abstract

During the on-line clinical work I noticed that the lockdown caused a patient’s deprivation and oppression, psychological condition that left unchanged the pre-existing pathology and even worsened it because of anxiety or panic crisis. In other cases, a relief condition prevailed because the lockdown, not chosen out of a defence mechanism due to fear of entering relationships, was the source of a liberation feeling from guilt or inadequacy for the patients concerning their own malaise, allowing the patient’s contacts with other people and above all with his/her own inner world richness.
In the case of a patient who was blocked by an education centred on a “perfectionist” model which caused him the impossibility to contact his emotions above all concerning women, the covid-19 lockdown has allowed him the chance to progress towards deepening the individuation process, without anxiety of betraying the model instilled by his parents, thus giving him the feeling of responsibility and of life as a whole to the point to accept an invitation for a get-together by female friend.



Durante il corso delle terapie online, intraprese in occasione della pandemia per non abbandonare le persone che avevo in cura, molte volte ho potuto constatare delle recrudescenze di sintomi nelle patologie caratterizzate da crisi di angoscia e da attacchi di panico. In altri casi però, in modo sorprendente, mi sono trovata di fronte ad un incredibile miglioramento del tono dell’umore, soprattutto in quelle situazioni in cui normalmente venivano erette delle strenue difese per proteggersi dal contatto con l’ambiente e dal dialogo con gli altri, sentiti come potenzialmente minacciosi, ed erano stati da lungo tempo costruiti degli atteggiamenti di chiusura rispetto al mondo esterno ed interno e di drastico rifiuto a percepire le proprie emozioni e i propri sentimenti. Il contesto clinico in questione potrebbe essere quello di una psicosi latente dove emergono spunti paranoici.

L’impressione di momentanea sospensione dello spazio e del tempo, vissuta sia pure in modo virtuale durante il lock down del Covid 19, consentiva infatti di non doversi sentire in obbligo di dare delle risposte agli stimoli ambientali declinabili in scelte, decisioni e azioni più o meno immediate, ma di potersi prendere una pausa, questa volta non attribuibile a insufficienza o inadeguatezza personale, ma richiesta dalla stessa realtà. Questo consentiva di potersi ritirare senza sensi di colpa nella propria interiorità e di contattarla emotivamente cogliendone la profondità, l’inesauribilità e le molteplici sfumature.

Illustrerò alcune tappe di un percorso clinico secondo me molto significativo riguardo alla possibilità di utilizzare il momento della quarantena in modo proficuo e terapeutico.

Questo giovane paziente, che ho in cura da diverso tempo e che chiamerò Marco (nota 1), mi fu inviato da un collega psichiatra perché intraprendesse un’analisi del profondo. Il collega mi disse che in un primo momento aveva pensato ad un transito adolescenziale difficile e ritardato ma che poi aveva compreso che si trattava di una situazione più grave. Dopo alcuni anni di terapia, il collega, che continuava a seguirlo sul piano farmacologico, mi disse che si poteva ormai parlare di una “psicosi evitata”.

Quando Marco venne da me aveva 23 anni e da alcuni mesi non usciva quasi più di casa e non dava gli esami del suo corso di laurea. Era assediato da terribili angosce come quella di buttarsi di sotto se passava su un ponte o se vedeva una finestra aperta e quella ancor più conturbante di poter far del male ai bambini. Come chiariremo nel corso dell’analisi, quest’ultima paura era legata all’impressione di fragilità che i bambini gli suscitavano e al rifiuto di alcuni aspetti di fragilità che percepiva in lui e che voleva annientare.

Marco, non aveva potuto esprimere le sue emozioni durante l’infanzia, perché i suoi genitori, soprattutto la madre, spaventati da tutto ciò che non era prevedibile e non si poteva controllare, non le avevano riconosciute. Nello scambio analitico ricostruiamo che essi, probabilmente, gli avevano proposto di incarnare un’immagine che non aveva a che vedere con la sua natura, ma che era piuttosto un’immagine ideale di ciò che avrebbe dovuto essere, ossia una persona perfetta e pienamente realizzata, senza tensioni, bisogni, difetti e desideri, e questo soprattutto allo scopo di placare le loro angosce e di rassicurarli circa la loro infallibilità come genitori. È probabile, infatti, che essi nutrissero l’inconscio desiderio che il figlio fosse totalmente appagato dalla loro presenza e che, quindi, non potesse provare sentimenti di paura o stati di mancanza e neppure il desiderio di trovare il suo compimento nel rapporto con una compagna di vita perché questo avrebbe significato l’accettazione della sua diversità ed indipendenza da loro.

Una svolta simile, infatti, avrebbe segnato irreversibilmente la fine di quello stato di fusione tra genitori e figlio (soprattutto tra madre e figlio), tipico della prima infanzia, che offre l’illusione di possedere una forma narcisistica di onnipotenza. Di fatto, quando nel periodo dell’adolescenza Marco confidò alla madre la sua simpatia per una ragazza e il suo proposito di corteggiarla, essa gli rispose: «no, non ci pensare proprio, non ora. Te lo dirò io quando sarà arrivato il momento giusto».

Come osserva acutamente Racamier, se una madre, che sia sempre sull’orlo della depressione, è ostile ai propri desideri e reagisce con orrore ai desideri libidici del bambino, avrà bisogno «che il suo bambino la completi o, più esattamente, che si mantenga parte integrante di lei stessa, come un organo vitale» e pretenderà «di rinchiudere il bambino dentro di sé una volta per tutte: dovrebbe essere come se questo bambino, narcisisticamente sedotto, non fosse mai nato.

Egli non può operare questa seconda nascita che è la nascita psichica; non può crescere, pensare, desiderare, sognare.

Resterà per la madre il suo sogno incarnato: un feticcio vivente. Ma può avere dei sogni colui che è un sogno?». (Racamier, P.C. 1980. Les Schizophrènes. Tr. it. Gli schizzofrenici. Milano, Raffaello Cortina. 1983, pp. 83-84).

Da parte sua, invece, Marco viveva i genitori come una coppia chiusa e autosufficiente, che, pur non esprimendo mai aperti segni di affettività reciproca, sembravano aver risolto tutte le contraddizioni e i problemi della vita all’interno della loro relazione. Essi formavano, così, un fronte compatto in cui i figli non potevano minimamente penetrare. In un certo senso, questo giovane si era trovato incastrato all’interno di un duplice comando paradossale: “Per esistere non devi provare niente, ma se non provi niente non esisti”. E questa fu la sua pregnante espressione: «I miei genitori erano assenti, ma la loro ombra incombeva…».

Non avendo mai trovato un rispecchiamento dei suoi vissuti arcaici nella mente di un adulto che potesse restituirglieli attraverso una forma di rappresentazione condivisa e riscaldata dall’affetto, questi vissuti non avevano potuto configurarsi come un’esperienza esprimibile. Così, nel corso della sua crescita, Marco aveva lasciato morire le sue emozioni. Mentre mi parla comprendo che esse erano state quasi sempre ignorate dai genitori e che quando, per caso, erano state percepite, erano state anche drasticamente disapprovate. Di conseguenza, Marco si era trovato di fronte a uno sguardo cieco che, non vedendolo, non gli aveva semplicemente impedito di vedersi, ma addirittura di sentirsi esistente nella sua interezza, poiché il rispecchiamento dei genitori fonda nel bambino la percezione di sé e della propria realtà. Di fronte a tutte le situazioni che richiedevano una sua partecipazione affettiva era afferrato da un timore panico che lo costringeva alla fuga e, poi, alla falsificazione o alla negazione delle richieste della realtà e del suo stesso desiderio. “Se esprimo un’emozione, quella sono io, e se non riesco a farlo, o se quella emozione non prende corpo perché non è raccolta e riconosciuta, allora io vengo annientato”. Per proteggere la sua identità che sentiva “come un lumicino che può spegnersi al minimo soffio di vento”, egli l’aveva confinata in quella che definiva “un’idea di sé” e tutta la sua sfera affettiva e la sua stessa sensibilità corporea, si erano come atrofizzate. Una volta, dopo un certo tempo di analisi, quando si accorgerà che le sue sensazioni si stavano risvegliando, mi dirà che per molto tempo non aveva più provato neppure il caldo e il freddo. Lentamente, aveva ridotto sempre di più i contatti col mondo esterno e si era rifugiato in una nicchia profonda del suo essere, cercando di diventare meno vivo possibile. Una volta mi disse: «Quando le cose non si possono dire perché non sono capite si arriva a un punto in cui non si possono pensare e, alla fine, non si possono più neppure sentire». E, per spiegarmi quanto si sentisse lontano dalle emozioni, così si espresse: «bastava sentirne l’odore per scatenare una reazione rabbiosa. Non appena ero toccato da un’emozione scattava il rifiuto e il rifiuto diventava vuoto, solo che il rifiuto durava un attimo e il vuoto… in eterno». Di fatto, l’emozione era anche vissuta come qualcosa che proveniva da fuori e, in un sogno, si era configurata come un ladro che minacciava di saccheggiare la sua casa.

La madre, in particolar modo, non aveva saputo rispecchiare un’immagine di lui che contenesse anche gli aspetti invisibili e profondi della sua persona, emergenti dalla sua stessa radice corporea e, soprattutto, dalla sua soggettività, ma lo aveva voluto identico a un ideale astratto di perfezione, dove le cose erano già fissate in anticipo, dove tutto era compiuto in un universo di assoluta autosufficienza, senza tempo, senza misura, senza che si potesse contemplare la necessità dello sforzo, dell’errore, della trasformazione, del limite e dell’alterità, intesa sia come “l’altra parte di noi” del nostro spazio interiore, che come “l’altro da noi” che incontriamo nel mondo e che sono gli elementi essenziali e fondanti della nostra interezza. Guardandosi indietro dopo un lungo periodo di terapia mi dirà: «All’inizio, è l’accoglimento dei genitori che ci dà i punti di riferimento in cui siamo situati e il nostro tempo. Se ti si dice: “tu sei così e devi rimanere così”, il tempo non parte mai». Così Marco, entrando in collusione con i processi mentali patologici dei suoi genitori, si era posto davanti un modello di sé irraggiungibile e perfetto che era al tempo stesso ciò che avrebbe dovuto essere e ciò che non sarebbe mai arrivato ad essere, un suo doppio che, seduttivamente, gli prometteva la salvezza attraverso la risoluzione magica di tutti i suoi problemi ma che, al contempo, era anche il nemico spietato che gli rubava in anticipo tutto ciò che avrebbe potuto essere suo. Questo modello, infatti, lo condannava all’inadeguatezza insormontabile, alla sconfitta, anzi all’annientamento, perché la sua vittoria presupponeva la distruzione di tutto ciò che è imperfetto e, dunque, della sua realtà in fieri, inesauribile ma incompiuta, perché inscritta nello spazio e nel tempo. Di fatto, la consapevolezza di essere inseriti in un contesto spazio/temporale è indispensabile per poter accettare la gradualità e il limite delle conquiste che si possono raggiungere e per rompere quello stato di onnipotenza illusoria dove si è “tutto” in una dimensione di “acronicità” (nota 2), dove il tempo non è ancora nato nella forma di una scansione di momenti successivi, ma è un tempo eterno, il tempo del mito per così dire, che è anche la modalità temporale vissuta durante lo stato di fusione primaria tra madre e bambino. Una volta Marco mi disse: “Aspiravo a diventare qualcuno che non potevo essere, e se lo fossi stato mi avrebbe annientato. Devo superare lo scetticismo storico nei miei confronti!”.

Nel susseguirsi delle sedute, abbiamo personificato questa formazione mentale, chiamandola: “il Modello” e questo ci è servito, da un lato, a realizzare un processo di scioglimento dell’identificazione di Marco con questa istanza fantastica, dall’altro a restituirgli la sua iniziativa e la sua libertà di scelta rispetto all’evolversi di processi psichici che non sono scontati e ineluttabili, come se si trattasse di un destino prestabilito da potenze estranee e superumane. In un certo senso, si trattava di restituire a Marco anche la sua responsabilità nell’avere offerto a questa formazione psichica malata le energie mentali sane di cui si era nutrita, espropriandogliele. Una volta gli dissi: «se il “modello” cessasse di esercitare su di lei tutto questo fascino, se lei richiamasse a sé il seme della speranza che un tempo non ha potuto fare a meno di affidargli, allora si scioglierebbe come neve al sole, o, chissà, si trasformerebbe in qualcos’altro che non sarebbe più così ostile alla sua vita».

Di fatto, Marco illustra bene come si trovasse sempre sulla soglia della vita, che non poteva varcare perché , se avesse fatto anche il minimo sbaglio, sarebbe incorso nel fallimento e sarebbe stato esposto alle rappresaglie del “Modello”: «Per riuscire a fare qualsiasi cosa, per esprimere qualcosa di me senza fallire avrei dovuto essere “un altro”. Ma, comunque, esprimere qualsiasi cosa: un’emozione, un sentimento, un desiderio, significava per me perdere sostanza, allontanarmi da quella perfezione assoluta del modello e abbandonare un luogo sicuro in cui ero tutto».

Una volta Marco mi chiarirà meglio come il rapporto con sua madre fosse basato su un legame inespresso: «tra me e mia madre non c’era dialogo, non le ho mai detto una cosa che pensassi. Regnava un silenzio assordante. Ho vissuto come se lei non esistesse, trattandola come un fantasma, ma più non la guardavo più lei era forte dentro di me. L’ho incorporata. Da piccolo si trattava di mia madre, adesso è un’angoscia interiore senza volto e senza nome».

Durante il corso della terapia Marco aveva realizzato molte conquiste esistenziali: il conseguimento di una laurea e di un lavoro sicuro e ben retribuito, l’acquisto di una sua casa in cui vivere ed essere indipendente dai genitori, la costruzione di una rete di amici fidati ed affettuosi. A distanza di molti anni dall’inizio della cura siamo arrivati ad affrontare l’ultimo e più resistente ostacolo sulla strada della sua individuazione: il rapporto con una donna. Ad una mia domanda sui contenuti della sua paura risponde: «Tutto mi fa paura della donna. Mi angoscia la capacità di sciogliermi, ho paura di provare e di esercitare attrazione, paura di esser toccato, di essere amato, paura di esser chiamato a rispondere alle sue aspettative, paura di uscire dall’isolamento, paura della stessa felicità. Ho paura dell’incontro col tu, paura che qualcuno mi accetti e renda vero ciò che ho vissuto. Se immagino il rapporto con una donna mi distacco da mia madre, da uno stato di fusione con lei, dall’essere figlio. Una compagna non la incorpori e lo stare insieme non significa fondersi ma trovare una completezza in divenire, e mi chiedo: “ma come, sono già fatto e nello stesso tempo sono infinito? Sono adulto ed evolvo?”. Mi consideravo già perfetto e basta e pensavo che nulla potesse aggiungersi al mio esser compiuto. Come è possibile mettere insieme completezza ed infinito? Una donna ti apre, è come una finestra su un altrove inesauribile. Nella relazione sei individuo e coppia allo stesso tempo e non c’è un’alternativa inconciliabile tra esser solo o essere insieme, come avevo sempre pensato. Inoltre ho paura di affezionarmi ad una persona, di riconoscere la sua importanza essenziale per me e poi di perderla e di soffrire. Una madre resta sempre con te, ma una donna ti sceglie e la separazione è sempre possibile. Poi, vede, per avere un rapporto bisogna confidarsi, esprimere ciò che si prova in quel momento e questo mi fa toccare la mia manchevolezza, la mia fragilità, cosa che mi ha sempre suscitato vergogna e irritazione. Come si fa a dire ad una donna che hai paura di lei? Sicuramente fuggirà! Il dolore è più facilmente condivisibile della paura, è definito e lo puoi circoscrivere, la paura invece ti suscita disagio perché non sai se viene dalla realtà o dalla tua incapacità di affrontare la vita. Insomma….sempre quell’immagine di perfezione dentro di me ad ostacolarmi, la perfezione che avrei dovuto incarnare per rispondere al progetto precostituito di mia madre!».

In un’altra occasione il giovane mi disse: «Mi sento in grande difficoltà quando percepisco di essere desiderato da una donna. Ma se sono visto e desiderato nella mia interezza, cosa potrebbe minacciare la mia integrità? Se sono stato scelto è perché sono come sono. Eppure si sveglia in me un’angoscia insopportabile. Credo che la paura abbia due aspetti. Il primo, forse più inconscio, è quello di poter essere controllato da una donna così come da bambino ero controllato da mia madre, l’altro, sicuramente preponderante, è che questa offerta e richiesta d’amore possa attivare in me un’energia profonda e inesplorata e faccia emergere qualcosa che va oltre ciò che conosco di me. Ho paura di essere, ma ancor più di diventare, di trasformarmi attraverso un percorso che potrebbe avere un’evoluzione incontrollabile». Mi sembrò chiaro che egli stava per uscire dalla paralisi creata dall’impossibile scelta tra “essere” e “dover essere”, proprio perché il “dover essere” era uno stato di perfezione irraggiungibile e il suo “essere” era sentito come inadeguato e impotente e, quindi, come un luogo vergognoso da fuggire. L’incontro con la donna gli apriva invece la possibilità di incontrare il suo Sé profondo, riserva infinita di forze, che immetteva il suo Io in un processo di cambiamento. La sua esistenza avrebbe potuto finalmente orientarsi non verso una perfezione già data ed inamovibile, ma verso un “divenire” portatore di inimmaginabili novità. Capii che l’angoscia era l’inevitabile prezzo da pagare per questo passo esistenziale e che solo l’incontro con il radicalmente “altro da sé”, con l’universo femminile, poteva fargli da viatico. E infatti, dopo poco tempo egli mi disse: «Con la donna mi sento aperto a profondità diverse e sconosciute che solo lei, la donna, può illuminare».

Durante il periodo della quarantena Marco mi dice che ha delle reazioni più corrette e proporzionate che sono il riflesso di una sua interiorità più serena. Ha meno difficoltà ad ascoltare gli altri e i momenti in cui prova il bisogno di isolarsi sono più brevi. Da molto tempo era riuscito a “stare” con gli altri ma adesso sente di poter accogliere le emozioni che gli altri gli suscitano. In questo periodo ha contattato online molti amici e gli sono anche state presentate persone nuove con cui ha parlato e mi dice: «fa piacere dire ciao a persone che non conosci!». Inoltre l’amica di un’amica gli ha fatto un invito e lui si è sentito sconvolto dall’emozione ma stavolta non ha congelato il suo stato d’animo. Dopo una pausa di raccoglimento le ha risposto accettando la sua proposta di dialogo. E mi dice: «L’emozione è speranza e anche paura, fa vibrare, tremare, è così intensa e sento che porta in sé una possibilità di vita. Provo un sentimento e so che non lo devo reprimere. Mi sento grato perché sto nascendo alla vita. E pensi che paradosso, ho provato tutto questo grazie al coprifuoco, se avessi accanto fisicamente questa donna…. che stravolgimento sarebbe, ma sento che c’è la fine dell’intoccabilità! Oggi penso che se stessi solo con una donna la guarderei e potrei provare gioia, piacere, simpatia che diventa affetto, interesse che diventa relazione». E aggiunge: «Sento che devo vivere il momento presente, che non è misurabile in ore, minuti e secondi, ma è il tempo dell’inizio. Sentirsi interi è bello e “il tutto” è già in me. Ciò che ancora non conosco è dentro al passo che faccio, è una rivoluzione che sta iniziando…. Sono sempre stato fuori dal tempo, potevo vedere gli altri ma non toccarli. L’emozione scardina l’isolamento e non sei più solo in una torre d’avorio». E qualche seduta più avanti quando già si potevano incontrare gli amici mi dice: «Adesso posso accogliere sentimenti contrastanti: sei felice e impaurito, aspetti e temi, desideri e hai paura, cerchi e tremi. Capisco che non è una doppiezza e posso vivere queste emozioni rimanendo aperto mentre prima mi chiudevo di fronte al contrasto. ...Si, l’invito della ragazza mi ha regalato un’emozione che potevo vivere, nel periodo della pandemia avevo più tempo e lo potevo accogliere! ….Sabato sera sono andato a cena con amici e ho avvertito più apertura e trasparenza nel parlare di me e gli altri mi hanno ascoltato e mi hanno chiesto cose in modo diretto. È aumentata la confidenza. Per sentire il bisogno essenziale degli altri e del contatto con loro è stato fondamentale il Covid. Vivevo una solitudine che mi faceva soffrire e ho compreso meglio cosa significa voler bene. Rispetto alla solitudine e all’isolamento del mio passato questa del Covid è una passeggiata! Allora cadevo nel buio e qui esco dal buio! Non mi sono sentito travolto da una solitudine obbligata e ho accolto la mia solitudine interiore cercando gli altri. All’inizio il telefono ha reso più facili i contatti ma è stato uno strumento per arrivare a stare insieme fisicamente, è diventato un passaggio verso l’incontro. Avevo bisogno di parlare con gli altri anche prima, ma la capacità di farlo è venuta col Covid. Mi sono sentito riconosciuto nella mia diversità e unicità ed è un’esperienza mai fatta fino ad oggi. E poi mi sono scoperto più affettuoso con i miei amici, più aperto e presente. Prima volevo loro lo stesso bene, ma adesso lo esprimo e lo trasmetto. E’ un tratto di me che ho riconquistato e rispecchia la mia interiorità, mentre l’indifferenza non la rispecchiava».

È significativo anche che, in quel periodo, gli amici stessi si rivolgono a Marco facendogli delle domande sulla sua vita e lui riesce con piacere a confidarsi mentre un tempo ciò non avveniva perché probabilmente restavano paralizzati dal suo imbarazzo e dalla sua chiusura.

E vorrei concludere questa storia clinica con un racconto che il giovane mi fece tempo prima, in una fase già avanzata del percorso di cura, ma che mi sembra anticipi le ultime conquiste realizzate grazie all’esperienza del Covid: «L’eroicità era il contro-altare del destino. La mia identità. O meglio la mia immagine di me, era incastrata tra queste due richieste e non poteva prendere né luce né forma. Alla domanda “chi sei?” che mi incuteva terrore, avrei risposto pensando a chi volevo o dovevo essere. C’era in me un senso di vuoto, di fallimento e di inadeguatezza insostenibile. Qualsiasi cosa avessi fatto o detto non andava bene, chiunque fossi stato non andava bene. In realtà dovevo essere “un altro”. L’identità era come una proposta esterna da portare dentro di me. Dovevo aderire a quella proposta come una figurina che si attacca a un modello, ma io non c’ero. Oggi abbiamo ricondotto l’identità a un altro significato. Non c’è bisogno che altri me la diano, la ho, e non devo necessariamente possedere quel sapere assoluto che un tempo pensavo mi avrebbe liberato da tutti i miei mali. Non so tutto, eppure posso camminare e vivere. L’immagine è cambiata…”dall’essere un eroe all’essere me stesso!”. E poi la vera identità è una “tensione” verso qualcosa. Vivo un senso di appartenenza e, nello stesso tempo, di apertura che prima non c’erano. …Quanto povera era quella perfezione cui ambivo, e quanto ricco, invece, in un certo senso “infinito”, è questo limite che fuggivo!».


Note

Nota 1: Parlo di questo caso anche nel libro da me curato: Introduzione alla Psicologia Analitica. Le conferenze di Basilea (1934) di C.G. Jung. Trascritte da Roland Cahen. Moretti e Vitali. Bergamo 2015. (Edizione privata), nel mio libro: Silenzio a Praga. Moretti e Vitali. Bergamo 2017, e nel mio carteggio con Murray Stein: Temporalità, vergogna e il problema del male. Moretti e Vitali. Bergamo 2019

Nota2: Termine usato da Murray Stein in Temporality and Shame, ed. Ladson Hinton e Hessel Willemsen 2017 e in Temporalità, Vergogna e il problema del Male, Murray Stein, Elena Caramazza, ed. Moretti e Vitali , Bergamo 2019.