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COVIDARIUM. Corrispondenza territoriale e riflessioni immunitarie al tempo delle epidemie del Terzo Millennio

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Le epidemie su vasta scala determinano la vita delle società umane e le condizioni degli ambienti naturali per lunghi periodi di tempo. In assenza di cure efficaci o di strumenti preventivi si sviluppano sempre condizioni critiche che interessano aree geopolitiche vicine e lontane. Stati, popoli e Paesi scoprono di essere interdipendenti perché producono e scambiano tra loro beni e servizi essenziali (alimentari, sanitari, energetici, militari). Abbiamo sofferto le distorsioni profonde dell'attuale divisione internazionale del lavoro e scoperto tragicamente la vulnerabilità delle cosiddette società sviluppate e tecnologicamente avanzate. Esse non hanno saputo difendersi da una malattia infettiva e contagiosa predisponendo in anticipo, ad esempio, gli strumenti elementari per la tutela sanitaria delle proprie popolazioni. In questo caso specifico, le nostre istituzioni pubbliche si sono dimostrate del tutto impreparate nonché prive di piani e protocolli collaudati per impedire il contagio di massa, soprattutto in considerazione dell'indisponibilità di vaccini: strumenti efficaci, moderni e scientificamente provati di prevenzione di massa. La ricerca sui vaccini specifici è stata interrotta circa 15 anni fa perché, fino a gennaio scorso, le comunità scientifiche e i governi hanno sottostimato questo tipo di minaccia virale. Sommando queste imprevidenze strategiche, Francia, Gran Bretagna, Italia, Spagna, Stati Uniti si candidano ai primi posti nel campionato mondiale dei decessi virali. A fronte di una crisi tanto grave, le popolazioni stanno affrontando, con coraggio e dignità, pericoli vitali e privazioni sociali inimmaginabili. Famiglie e cittadini hanno buoni motivi per trascorrere notti insonni e fare sogni angosciosi o per sentirsi pessimiste e abbattute quando prendono coscienza che non stanno partecipando a un gigantesco e disturbante reality show su scala planetaria. Per conservare l'equilibrio mentale, la salute fisica e la fiducia sociale necessarie al superamento della crisi sanitaria e socioeconomica, le popolazioni devono imparare a capire gli eventi in corso, calcolare la posta in gioco e condividere in modo attivo e responsabile le scelte da compiere nella sfera pubblica e privata. Siamo nella fase più delicata, quella in cui è necessario che le persone accettino e sopportino, in modo convinto e misurato, il distanziamento fisico reciproco, ma solo quello effettivamente necessario. Il dialogo riflessivo e competente tra i cittadini, oltre che tra i cittadini e le autorità incaricate, dovrebbe ricreare la prossimità sociale necessaria a controbilanciare la separazione fisica imposta.

Questa considerazione è sigillata da un imperativo: nessuno va lasciato indietro e solo! Un'epidemia estesa e durevole genera disuguaglianze ingiuste e pericolose. L'angoscia del virus strisciante nelle comunità provoca rancore e rabbia sociale in modo lento e progressivo. Il tormento emotivo e la sospensione delle certezze condivise potrebbero indurre a trasferire sugli altri il senso di frustrazione personale (indotto dalla malattia che non si riesce a debellare), soprattutto su quanti sembrano non esserne colpiti nel corpo o nelle prerogative materiali (lavoro, reddito, consumi). In tal caso rischia di prevalere un istinto irragionevole di competizione per la sopravvivenza: pensiamo ai nervi tesi che serpeggiano tra file serrate, sospettose e malamente mascherate, quando si formano in punti strategici (supermercati) e in momenti particolari (notizie pessimistiche). I cittadini devono ricevere informazioni veritiere, autorevoli, certificate. Il pane quotidiano della buona informazione deve essere offerto, a cascata, anche da personalità esperte nei vari ambiti interessati dall'epidemia e vicine ai cittadini, ovvero da figure che questi ultimi stimano, conoscono direttamente e in cui ripongono una fiducia sperimentata. Non sono mancati esempi positivi in tal senso finanche all'interno delle nostre comunità più periferiche e distanti.

Dobbiamo partire dalla considerazione che le epidemie producono conseguenze su tutta la popolazione ma che, al contempo, accentuano diseguaglianze e criticità già presenti nel tessuto sociale.

Ad esempio, le epidemie non producono gli stessi effetti su tutte le imprese produttive (di beni e servizi), commerciali (piccola, media e grande distribuzione) o su tutti i settori d'attività (turismo, ristorazione, spettacolo). Anzi, come tutti i grandi eventi storici a impatto generale, le epidemie operano come fattori di selezione a vantaggio di alcuni soggetti imprenditoriali mentre sono letali per altri. Anche i consumi subiscono trasformazioni insopprimibili sempre a patto che le diverse classi sociali conservino la loro capacità di spesa. Molti consumi possono essere addirittura indotti da inclinazioni patologiche (es. gioco d'azzardo) e alcuni possono essere intensificati proprio dalla limitazione della libertà personale (giochi e intrattenimenti tecnologici; assunzione di psicofarmaci, alcol e sostanze). Bisogna pertanto sviluppare un'analisi precisa su di essi, convocando i migliori rappresentanti delle discipline economico-finanziarie e i più acuti studiosi del comportamento sociale. Un elemento importante, forse ancora trascurato dagli studi epidemiologici in corso, è rappresentato dal fatto che una quota rilevante di attività produttive non si siano mai fermate, nonostante i decreti limitativi delle autorità di Governo. Alcune di esse si sono incrementate sensibilmente anche allo scopo di anticipare possibili concorrenti. L'epidemia è stata un evento critico per tanti e davvero dannoso per molti altri. Questa evidenza andrebbe ulteriormente dettagliata su scala europea e internazionale, poiché i vantaggi e gli svantaggi prodotti dall'epidemia dipendono dalle condizioni di partenza delle strutture produttive dei vari Paesi. In generale, un imprenditore potrebbe aver vissuto più di un altro soggetto economico lo stupore e il timore del blocco temporaneo della propria attività, socialmente decisiva perché produce profitti e distribuisce redditi. La piega critica degli eventi ha mostrato quanto siano intrecciati tra loro i destini degli imprenditori e dei lavoratori, dalle grandi multinazionali alle imprese familiari, fino ai settori della cooperazione sociale che hanno fin qui erogato gran parte dei servizi assistenziali non più garantiti dal sistema pubblico. Nella psicologia dell'imprenditore è sempre presente il senso di precarietà alimentato dai rovesci periodici del ciclo economico, dai capricci del mercato, dalle inclinazioni alternanti dei raggruppamenti politici che puntano al consenso elettorale, ma senza guadagnarselo in virtù di una visione programmatica lungimirante. L'angoscia per il futuro e il senso di sconfitta che consegue allo scacco imprenditoriale rendono particolarmente esposte le persone che guidano le iniziative economiche. Un sostegno psicologico efficace dovrebbe saper ripristinare in esse quell'ottimismo della volontà che spesso alimenta l'ideale della vocazione d'impresa. Quest'ultima, in fondo, consiste in una volontà soggettiva determinata a piegare la Fortuna al proprio progetto produttivo. Finanche durante le epidemie di "peste nera" del Trecento si sono sviluppate le prime produzioni manifatturiere, allacciati gli scambi commerciali con l'Oriente, fondati i Banchi valutari per elargire prestiti (spesso usurari), praticando forme di speculazione finanziaria. La crisi economica all'orizzonte potrà essere attenuata e superata solo attraverso un deciso e doveroso sostegno statale alle imprese, spingendo soprattutto quelle strategiche (sanità, educazione, ambiente e infrastrutture, sicurezza sociale) che hanno conosciuto un disinvestimento progressivo e irresponsabile nei decenni precedenti. Il supporto centrale deve accompagnare la forza-invenzione degli imprenditori stessi che, in forma individuale o associata, devono comunque rinnovare produzioni e prodotti, organizzazione del lavoro e proiezione sui mercati, formazione del personale e implementazione di nuove tecnologie. Questo svantaggia i produttori refrattari ai processi di innovazione e al reclutamento della forza-lavoro più giovane, meglio formata e con maggiori capacità prestazionali, potenziate dalle interfacce digitali. Il sostegno psicologico all'imprenditore in difficoltà deve essere affiancato da figure che assicurino guida e consulenza tecnico-gestionale alle attività d'impresa in uno scenario irreversibilmente modificato dall'epidemia. In ragione dell'incombenza e della persistenza di virus epidemici, in grado di ripresentarsi con diffusione pandemica, molte attività dovranno essere svolte in modo radicalmente diverso. Vi è il rischio realistico che esse offriranno margini di profitto più esigui, al punto da poter rendere non redditizia l'attività produttiva. Potrebbe quindi non essere sufficiente attivare solo le linee di credito tradizionale all'impresa, anche se queste venissero concesse a tassi di interesse sostenibili. Sarà necessario uno sforzo sociale titanico per sostituire questa prima fase di impoverimento relativo e congiunturale con quella aperta al benessere e a un nuovo tipo di crescita. Sta però a noi decidere le nuove direzioni della ripresa che "immunizzino" dagli errori compiuti nei precedenti stadi di sviluppo (materiali e immateriali). Il corpo sanitario ha constatato tragicamente come ogni aspetto dell'attività clinica è condizionato dalle logiche di produzione e di mercato, condizionate dalle molteplici bolle speculative. Si tratta adesso di chiamare a raccolta le più vigorose forze tecniche e morali per proporre la rifondazione del modello di salute pubblica più adatto e avanzato, oltre che integralmente al servizio degli interessi collettivi e del bene comune: sempre, a ogni costo. Rispetto alla realtà sanitaria calabrese, questo significa che le cittadinanze devono sollecitare il ceto politico e amministrativo a realizzare nuove modalità di intervento sul disavanzo finanziario storico che, da troppo tempo, impedisce di costruire un sistema sanitario pubblico calibrato sui bisogni emergenti nei nostri territori. Entro questa architettura istituzionale bisogna creare un osservatorio epidemiologico capace di analizzare i flussi internazionali delle patologie di popolazione, di vigilare in permanenza sui pericoli potenziali e di prepararsi a rispondervi con piani di emergenza da collaudare periodicamente attraverso il coinvolgimento delle comunità.

L'evoluzione di un'epidemia dipende solo in parte dalle reazioni biologiche innescate dall'incontro tra l'agente infettante (un virus a identità nota, in questo caso) e gli organismi complessi (animali e umani) che riescono a ospitarlo al loro interno. Questo incontro decide se, come e a quale livello di gravità si ammalerà l'organismo che riceve l'entità virale. La diffusione dell'epidemia, invece, dipende dall'organizzazione sociale e dagli stili di vita delle popolazioni. L'esistenza dei gruppi umani è guidata da valori culturali definiti, largamente condivisi o in conflitto tra loro, rendendo coesa o frammentata la società nel suo insieme. Ad esempio, se viene rispettato il patrimonio affettivo, esperienziale e relazionale costituito dalle generazioni ascendenti (anziani), si verificherà che esse verranno protette e assistite dalle rispettive famiglie in abitazioni private e non affidate a residenze per soggetti fragili. In condizioni ottimali il comportamento di preservazione, ispirato all'etica familiare tradizionale, riduce gli effetti più negativi dell'epidemia. Se, viceversa, prevale il valore del successo in ambito sportivo o produttivo, si realizzano comportamenti sociali che aprono le porte alla diffusione virale. Quindi, gli effetti degli eventi epidemici dipendono dall'intreccio di fattori biologici (naturali) e sociali (artificiali). Non bisogna inoltre trascurare l'importanza del rapporto tra popolazioni e poteri pubblici: un potere dispotico impone il comportamento prescritto senza tollerare critiche né resistenze legittime; un governo democratico deve invece puntare sull'acquisizione di un consenso attivo e informato perché i liberi cittadini osservino le raccomandazioni ufficiali, inerenti alla salvaguardia della salute pubblica. In questo caso la pluralità delle opinioni, correttamente espressa, permette decisioni giuste e condivise dai cittadini conquistati all'obiettivo del migliore e superiore interesse collettivo. Questo vale soprattutto quando le decisioni di governo sono controverse, magari non sufficientemente fondate su saperi accertati o sul risultato positivo di esperienze precedenti.

I lavoratori dipendenti hanno bisogno del reddito necessario al soddisfacimento dei bisogni quotidiani. In situazioni critiche generalizzate, sanno di non disporre di autonomia decisionale né possono eseguire lavori alternativi da cui ricavare sostentamento. Vivono pertanto con maggiore ansietà le incertezze del momento e soffrono la passività dal loro ruolo subordinato. Tale condizione emotiva diventa intollerabile quando hanno impieghi precari o sono privi di tutele contrattuali. Queste persone vanno sollecitamente protette da forme di reddito garantito provvedendo, inoltre, a organizzare l'utilizzazione delle loro capacità prestazionali, interdette o inibite nel corso della crisi epidemica, per fronteggiare criticità e bisogni sociali necessari. Anche i lavori più semplici o umili sono indispensabili alla vita associata e si tratta di evidenziarne l'utilità specifica a favore di individui e collettività. La migliore terapia psicologica sulle comunità che affrontano situazioni critiche è quella di riconoscere il valore intrinseco e particolare delle persone, ricchezza posseduta da ogni essere umano in quanto tale. Non si può spostare in avanti, in un "secondo tempo", tale riconoscimento, soprattutto quando l'epidemia dissemina sofferenza insopportabile, inabilità gravi, lutti irrimediabili. Non servono terapie consolatorie, ma rinforzo delle capacità umane di base che ogni individuo acquisisce durante la sua formazione e sviluppo. Tali capacità personali vanno mobilitate e investite in operazioni sociali di utilità generale, sollecitando tutti i cittadini a giocare un ruolo positivo. La chiamata a raccolta della cittadinanza è importante perché un virus come questo non può essere immediatamente sconfitto e richiederà un adattamento generale alla sua persistenza. Dopo un lungo intervallo dominato dal disorientamento e dal senso d'impotenza, l'intera società è chiamata a stringersi intorno a valori e intenti condivisi per riprendere le attività quotidiane interrotte, nel rispetto delle raccomandazioni proposte sulla base di conoscenze scientifiche via via più precise. Un intento unitario può rimpiazzare lo sconcerto generale e offrire una risposta coordinata a livello istituzionale e sociale. Questo permetterà il rilancio produttivo utilizzando le protezioni e osservando le precauzioni necessarie a contenere e mitigare futuri focolai di contagio.

Bisogna anche pensare a dispositivi di difesa e prevenzione psicologica per tutti i cittadini. Nel pieno di una pandemia, tali dispositivi devono essere predisposti per intere popolazioni, finanche a tutela di quelle insediate in territori remoti. Esiste un settore della psicologia, della psichiatria e della psicoterapia specializzato nella tutela della salute mentale durante le macroemergenze. Tale ambito operativo, in pieno sviluppo anche in Italia, si occupa del disagio mentale correlato a catastrofi naturali e conflitti cruenti (etnocidi, genocidi). Nonostante l'esistenza di protocolli clinici capaci di ispirare buone tecniche di primo soccorso, terapia, riabilitazione psicosociale, questa epidemia ha rivelato alcune criticità degli approcci emergenziali. L'estensione epidemiologica su vasta scala, la velocità e la durata prolungata, le caratteristiche invalidanti e letali di questa patologia virale hanno messo a dura prova un modello d'intervento che prevede la mobilitazione di psichiatri e psicologi per le fasi successive alla catastrofe. In questo caso, invece, l'azione clinica deve essere assicurata durante l'epidemia anche quando non si riesce purtroppo a disporre dei dispositivi di protezione personale. A differenza di altri scenari (catastrofi naturali e guerre), l'epidemia non consente una demarcazione netta tra la prima e la seconda linea operativa. Questo è stato tragicamente sperimentato in alcune regioni italiane, dove la morte virale è sopraggiunta nella concitazione disorganizzata dei reparti ospedalieri ma anche nell'apparente silenzio delle abitazioni private costruite in valli, contrade e sobborghi. L'epidemia ha imposto forme di disagio mentale, relazionale, sociale alla popolazione nel suo insieme, costringendone una buona parte a ricorrere all'assistenza psicologica e psichiatrica. L'estensione senza confini dell'epidemia ha abbattuto la separazione tra popolazione bersaglio e popolazione risparmiata, tra gruppi in sofferenza e gruppi di soccorso. Gli stessi gruppi d'intervento psicosociale si dimostrano vulnerabili o poco attrezzati per fronteggiare i problemi e i rischi dell'epidemia. Nelle aree di emergenza comunitaria, i colleghi intervenuti sul disagio mentale avevano, a loro volta, familiari e amici pesantemente coinvolti dalle sindromi virali. Tali professionisti sono stati essi stessi esposti al contagio quanto più sono andati vicino, in senso fisico ed emotivo, al suo epicentro. La tecnologia comunicativa a distanza ha permesso di sostituire il rapporto clinico interpersonale, fondato sulla presenza fisica, con le apparizioni audiovisuali proiettate dalle piattaforme elettroniche. In tal modo è stata artificialmente creata una seconda linea protetta che, mettendo fisicamente in sicurezza il paziente e il clinico impegnati nella relazione d'aiuto, ha promosso lo svolgimento di interazioni significative e di buona valenza clinica. Stretti dall'eccezionalità degli eventi, un'intera tradizione tecnica è stata soppiantata da modalità operative che necessitano di venire riesaminate in termini di risultato e praticabilità. Queste inedite modalità di assistenza psicosociale sollevano problemi di riservatezza, consenso informato, circolazione non protetta di dati sensibili.

Una nota particolarmente intollerabile: il confinamento delle persone sta provocando un incremento delle forme di violenza domestica già preesistenti e precipitate dalla restrizione di vittime e carnefici all'interno dello stesso spazio. Bisogna pertanto sollecitare l'autorità pubblica a superare tale criticità, cercando risposte originali che potrebbero costituire una base oltremodo interessante per disposizioni giuridiche e interventi ambientali valide anche in futuro.

Si tratta di raccogliere l'insegnamento ruvido e perentorio dell'evento epidemico: non può sussistere benessere sociale senza promuovere quello della mente e viceversa. Le problematiche di salute mentale vanno poste a fondamento della vita associata poiché non interessano settori particolari della popolazione ma la società complessiva. Stiamo vivendo un momento eccezionale che non giungerà a termine velocemente. L'epidemia ha fin qui individuato tre bersagli principali: i pazienti fragili (anziani e soggetti clinici multiproblematici), le loro famiglie (soprattutto quelle che hanno visto scomparire i propri cari all'interno dei reparti disastrati della prima fase emergenziale o perire altrove senza cure sperimentate), gli operatori sanitari di prima linea (investiti dall'onda tempestosa sollevata dal virus che ha messo a nudo le criticità dell'organizzazione, della competenza e delle risorse del sistema pubblico). Bisogna agire con determinazione, perizia e cooperazione generale per evitare che il disastro della seconda ondata epidemica si abbatta su una società ancora inerme. Tale azione dev'essere socialmente autocentrata: come abbiamo visto, quando il cataclisma interessa un intero Paese, o molti di più, le società avanzate, esperte e dotate di ingenti risorse materiali, tecnico-scientifiche, istituzionali devono essere capaci di forme efficaci autorganizzazione. Un'epidemia e, tanto più, una pandemia attaccano i rapporti di dipendenza e le funzioni gerarchizzate di comando tra i sistemi sociali centrali e periferici. Il superamento della situazione critica è condizionato dalla capacità di cooperazione sociale: bisogna impegnarsi a costruire le condizioni di questa competenza solidale e comunitaria per resistere allo scenario peggiore. La realtà temuta consiste in un allentamento progressivo o nella rapida disintegrazione del tessuto connettivo sociale e dell'architettura istituzionale. La cooperazione operativa fondata sulla prossimità e sulla vicinanza collaborativa di individui, famiglie, gruppi sociali allargati e istituzioni locali serve a proteggere territori e paesi, ambienti e società. Vale la pena onorare tale patto solidale in vista del miglior destino di tutti, oggi, e delle discendenze, già domani. Le persone minacciate e in sofferenza sanno che questo non è il momento delle divisioni e delle competizioni in funzione del potere politico di parte o, addirittura, egoistico. Questa unità di base, cosciente, volontaria e saggia rappresenta il primo dispositivo di protezione individuale, psicologica e sociale importante quanto lo sono le mascherine, i respiratori e i posti letto nei reparti di cure intensive.

Il sistema economico planetario è dominato dalle forme di produzione capitalistica, sia nella sua espressione liberale e privatistica sia nelle varianti statali autoritarie (asiatiche e orientali). La caratteristica principale di tale sistema di produzione, della finanza internazionale e dei mercati globalizzati è quello di svilupparsi attraverso crisi periodiche che comportano trasformazioni sociali profonde e ridefiniscono le gerarchie di potenza statale a livello regionale, continentale o intercontinentale. Le crisi sono innescate da ragioni diverse: dispute territoriali, conflitti per le materie prime e le fonti energetiche, rivoluzioni tecnologiche, movimenti ideologici. Esse possono essere molto ravvicinate o intrecciarsi tra loro, generando trasformazioni profonde nelle società umane. Anche in questo caso alla crisi seguirà un nuovo ciclo espansivo in cui il benessere materiale potrà essere nuovamente assicurato a popolazioni sempre più ampie e in aree più vaste, fino a raggiungere territori e comunità escluse in precedenza. La ripresa, però, non seguirà le stesse traiettorie né si muoverà alla medesima velocità in ogni Paese. Le aree territoriali e gli ambienti sociali in cui viviamo appaiono più fragili e bloccati perché non riescono a decifrare né a determinare verso quale direzione spingere lo sviluppo desiderato che richiede, di necessità, un protagonismo sociale non sempre favorito in queste contrade. Ad esempio, anche ora sta giocando un ruolo sfavorevole l'emigrazione dei nostri giovani, nuovamente obbligati a cercare opportunità di vita e di lavoro altrove, in Italia o all'estero, sia quando possiedono formazione e competenze sia se non le hanno conseguite a causa delle infinite avversità dell'esistenza. Una volta trasferiti in contesti sociali esterni a quelli locali, difficilmente ritornano a casa o reinvestono sul territorio d'origine le loro capacità trasformative messe a punto ed esercitate nelle realtà adottive. Bisognerebbe ricorrere anche a queste soggettività per concepire un piano di sviluppo alternativo a quello attuale, invalidato dagli eventi. Si possono immaginare e perseguire alcune dorsali di sviluppo che richiedono una collaborazione diretta tra attori pubblici e soggetti privati da associare nella produzione e nella tutela dei beni comuni: cura generale dei territori (con particolare attenzione all'ecologia naturale e sociale); ripristino e ammodernamento dei servizi pubblici essenziali e qualificanti (es., sanità, scuola e università); produzione agricola e artigianati (potenziati dall'implementazione tecnologica e dalle informazioni); turismo qualitativo che non assecondi il consumismo irragionevole né permetta la devastazione degli ambienti naturali; intervento massiccio sulla messa a norma e sull'ammodernamento delle infrastrutture obsolete, disfunzionali e sempre carenti. Per anticipare o agganciare la ripresa, bisogna acquisire la consapevolezza collettiva che un certo tipo di organizzazione socioeconomica - alimentata da valori, politiche e comportamenti ormai evidentemente disfunzionali - ha ingigantito l'impatto del Coronavirus sulle società umane contemporanee. Dobbiamo far tesoro di questo presente negativo, ancora incombente, e considerarlo una pagina di un recente passato che non bisogna dimenticare. Gli eventi storici, finanche i più terribili, non salgono in cattedra da soli. Le popolazioni sensibilizzate dall'attuale condizione di sofferenza devono andare a scuola dei fatti e questo dipende da un atto intenzionale autonomo, deciso da ciascuno in prima persona e non delegabile a nessun altro. Una rinascita effettiva e generale (psicologica, culturale, economica, sociale, spirituale, giuridica) può essere sprigionata proprio da questa assunzione di responsabilità collettiva, di fronte a se stessi e ai propri simili. A queste condizioni, allora, la rinascita stessa può essere celebrata come un "miracolo" sociale, non "straordinario" ma del tutto "unico".