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Covid 19: il conflitto delle idee

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Devo dire, anzitutto, che il fatto della pandemia non mi ha particolarmente sorpreso. Certo, il quando, il dove e il come sono stati sorprendenti e imprevedibili. Ma tutti gli eventi storici di grande portata sono tali.

Sorprendenti (ambivalentemente sorprendenti: un groviglio di aspetti negativi e di aspetti positivi) sono state però le reazioni, le azioni e le visioni degli umani nei confronti della pandemia: esperti riconosciuti o autoproclamatisi, governi, politici, opinion leaders, operatori mediatici, specialisti di questo o di quel campo disciplinare, semplici cittadini, e così via. In negativo, una grande sorpresa è stata certo la quasi generale incapacità di comprendere e di comunicare i moniti e le possibilità aperte per il futuro umano, soprattutto da chi dovrebbe esercitare una funzione di leadership. E dietro la grande cacofonia di questi mesi, ci sono strati profondi di non detto, e per i più di niente affatto percepito. È bene allora che questi strati profondi emergano il più possibile, per avere prospettive sensate rispetto al punto in cui la specie umana è collocata nel presente, e rispetto alle direzioni desiderabili per i suoi sviluppi futuri.

Chiedersi dove noi umani siamo situati nel momento presente ci impone di elaborare una cornice storica adeguata, per quanto generale e sommaria possa essere. E questa cornice storica ci dice che epidemie a vasto raggio hanno accompagnato le popolazione umani almeno dalle origini dell’agricoltura. In particolare, negli ultimi duemila anni il loro ambito si è talvolta estremamente dilatato, nella direzione di quelle che oggi intendiamo come pandemie in senso proprio.

La scena umana è stata a lungo occupata da due “pandemie eurasiatiche” di enorme durata, estensione, mortalità: le due epidemie di peste che hanno colpito l’Europa e vaste aree dell’Asia. La prima è la cosiddetta “peste di Giustiniano”, che irruppe a Costantinopoli nel 541, e la seconda è la malfamata “Morte Nera” che toccò l’Europa a partire dal 1348. Entrambe hanno condizionato l’Europa per secoli, diventando endemiche in certe regioni e poi con momenti di recrudescenza più o meno frequenti, a seconda della maggiore o minore debolezza immunitaria degli individui e delle popolazioni. Rispetto alle consistenze demografiche dei tempi, mai l’Europa ha subito devastazioni di questo genere. Insieme alle guerre e alle carestie, queste e altre malattie infettive erano un tragico mezzo di mantenimento della popolazione, fino a tempi non tanto remoti. Entrambe le “pandemie eurasiatiche” hanno esercitato conseguenze durature sul destino dei popoli. In particolare, la “peste di Giustiniano” ha accelerato uno spopolamento già in atto delle città italiane, che molto ha pesato sugli sviluppi plurisecolari del nostro paese.

Rispetto ai nostri interrogativi del presente, un richiamo alle due “pandemie eurasiatiche” è necessario, per evitare la banalità di affermare che la pandemia attuale sia una conseguenza della globalizzazione. O, meglio, ci aiuta a comprendere che quella che è in uso chiamare globalizzazione non è una novità assoluta dei nostri giorni: al contrario, ha molteplici radici in vari tempi e spazi del cammino umano. In particolare, quella che possiamo definire una “globalizzazione eurasiatica” ha avuto le sue prime manifestazioni verso il 3000 a.C. e si è poi infittita al tempo dell’Impero Romano, attraverso le due vie di comunicazione cardine fra occidente e oriente: la steppica “via della seta” e la marittima “via delle spezie”. Se compariamo la varietà, la velocità e la raffinatezza tecnologica dei nostri mezzi di trasporto con quelli allora a disposizione, potremmo spingerci a dire che l’intensità dei commerci delle merci e degli individui di quei tempi non aveva nulla da invidiare all’intensità dei nostri giorni.

In effetti, la diffusione delle due “pandemie eurasiatiche” ha molto a che fare con gli sviluppi dei commerci a vasto raggio. Probabilmente gli agenti scatenanti di entrambe le epidemie erano situati in Asia Centrale, e il loro primo veicolo di diffusione sono stati gli itinerari dei nomadi. A Costantinopoli, poi, il contagio della peste di Giustiniano giunse con il grano dell’Egitto, mentre il contagio della Morte Nera fu trasportato in Europa dall’intraprendenza dei genovesi, quale conseguenza indesiderata del loro impero commerciale in Crimea e nel Mar Nero.

Come numero netto di vittime, però, la pandemia più disastrosa risale al ventesimo secolo: la cosiddetta “influenza spagnola” del 1918. La situazione caotica della guerra e del dopoguerra ha fatto sì che una computazione accurata delle vittime sia a tutt’oggi impossibile, e probabilmente lo sarà anche in futuro: tuttavia l’ordine di grandezza si situa certamente in decine di milioni di persone. E anche questa pandemia, che in qualche modo è stata “riscoperta” agli inizi del nostro secolo, ha avuto conseguenze storiche durature, contribuendo a un dopoguerra caratterizzato dalla disgregazione e dalla conflittualità sociale, che poi hanno avuto gli sfoci disastrosi che tutti sappiamo. Pandemie in senso proprio sono anche le due influenze del secondo dopoguerra: l’“influenza asiatica” del 1957 e l’“influenza Hong Kong” del 1968. Entrambe queste pandemie sono state poco considerate sia dai politici che dai media del tempo, e venivano confinate nelle pagine interne dei giornali. Tuttavia, in entrambi i casi, le vittime hanno sicuramente superato la soglia del milione di morti in tutto il mondo. Non sono tempi troppo lontani: e tuttavia anche allora il decorso pandemico veniva lasciato fondamentalmente a se stesso. E qui si pone una domanda retorica, a cui fortunatamente non dobbiamo dare una risposta reale. Quanti milioni di morti farebbe l’attuale pandemia, se tutto il mondo seguisse l’irresponsabilità di Bolsonaro e di qualche altro dittatore sparso per il pianeta?

Oggi una malattia infettiva come il vaiolo, che ancora in tempi recenti faceva milioni di vittime ogni anno, è scomparsa dal mondo, grazie agli sviluppi dei sistemi medico-sanitari-sociali. La peste non è scomparsa, ma è stata depotenziata perché questi stessi sviluppi l’hanno saputa curare: il batterio che ne è all’origine è attaccabile dagli antibiotici e sono anche disponibili anche vaccini specifici, pur se di incerta efficacia. Indubbiamente, dal tempo della Morte Nera e ancora dal tempo della spagnola i progressi medico-sanitari-sociali sono stati prodigiosi. E tuttavia dobbiamo evitare di essere vittime della cosiddetta “sindrome del successo”. Non dobbiamo cedere alla convinzione ingannevole che le vecchie malattie siano vinte per sempre: la questione dell’accrescitura resistenza agli antibiotici di alcuni ceppi batterici o virali è attualissima. Ma ancora più ingannevole è la convinzione di essere sufficientemente attrezzati nei confronti delle nuove malattie infettive, che siano di origine batterica o virale. Di malattie infettive ne nasceranno sempre di nuove, perché i batteri e i virus, dal punto di vista evolutivo, sono e saranno sempre privilegiati.

Negli ultimi decenni, gli sviluppi delle scienze biologiche hanno mostrato la vanità di un atteggiamento che possiamo chiamare, a seconda dei contesti, il nostro “sciovinismo mammifero” o “sciovinismo vertebrato” o “sciovinismo animale” che dir si voglia. Da molti punti di vista, i microrganismi sono la norma nella biosfera e gli organismi di maggiore complessità sono l’eccezione. I microrganismi sono sorti miliardi di anni prima degli organismi animali, vivono negli habitat più disparati (compresi quelli che noi giudichiamo “estremi”, e senz’altro incompatibili con la vita animale) e, messi tutti quanti insieme, contengono la quasi totalità del DNA degli organismi viventi (mentre quello di animali, pianti, funghi, ecc. ne è solo una piccola frazione). Se poi dai microrganismi in senso proprio, cioè dai due domini dei batteri e degli archei, spostiamo il nostro sguardo sui virus, queste impressioni sono persino rafforzate: i virus sarebbero ancora più antichi e più diffusi nella biosfera.

Evidentemente il vantaggio evolutivo di batteri e virus sta anche nel fatto che si riproducono molto più velocemente: anche le mutazioni, e quindi anche le mutazioni favorevoli a un loro adattamento ai più diversi ambienti, si susseguono altrettanto velocemente. Ma c’è di più. I microrganismi sono infatti caratterizzati dal cosiddetto trasferimento orizzontale del DNA. Essi non solo ereditano il DNA dal loro ceppo ancestrale, ma traggono anche altre sequenze di DNA dai più diversi ceppi con cui entrano a contatto. I microrganismi non sono facilmente divisibili in specie distinte e separate: esistono invece specie fluide e intercomunicanti che, prese insieme, costituiscono uno sterminato sistema di autoapprendimento diffuso per tutta la biosfera. Ed è un sistema di autoapprendimento che svolge un ruolo decisivo per mantenere gli equilibri geofisici e climatici della biosfera e dell’atmosfera.

Per quanto riguarda i virus abbiamo anche scoperto che essi hanno una significativa capacità di ritradursi e di entrare a far parte dei genomi delle più diverse specie, comprese quelle degli animali, dei mammiferi, degli ominidi. Alcuni dei grandi cambiamenti evolutivi della storia naturale dipendono dalla loro onnipresenza. Così alcuni dei geni degli animali e dei mammiferi, e persino geni della nostra stessa specie, non sono altro che antichi virus inglobati nei genomi in varie fasi della storia naturale. Uno dei maggiori biologi e genetisti dei nostri giorni, Joseph Shapiro, si è spinto a dire che i virus costituiscono un enorme laboratorio di ricerca e sviluppo per tutti gli esseri viventi. Ovvero: i virus sono dei grandi produttori di ridondanza genetica. Essi sperimentano possibilità biochimiche che poi si possono rivelare utili per la vita delle specie animali, sempre alle prese con la difficoltà di correre dietro agli incalzanti cambiamenti ambientali. Il ruolo del virus in natura non è solo negativo; è anche (e forse di più) positivo. E questo è un aspetto della natura che è inestricabilmente ambivalente: un groviglio inestricabile di distruzione e di creazione.

Esiste inoltre una ricca letteratura sui rischi che deve affrontare la specie umana perché possa avere un futuro a lungo termine. E invariabilmente la pandemia viene citata fra i rischi più gravi, insieme all’impatto di un asteroide, all’eruzione di un supervulcano, all’apocalisse nucleare, al riscaldamento globale, al depauperamento della biosfera, alla rivolta dell’intelligenza artificiale, alla riproduzione incontrollata delle nanomacchine, e ad altre catastrofi cosmiche molto più improbabili. Non c’è bisogno di rifarci alle parole, oggi tanto ripetute, di Bill Gates o di George Bush per capire che fra questi rischi la pandemia era uno dei più immediati. E, rispetto ai moniti e alle aspettative, quella di oggi è una pandemia mite, nel senso preciso che c’è un rapporto relativamente buono fra le capacità del sistema medico-sanitario-sociale di intervenire positivamente e l’intrinseca distruttività del virus. Pensiamo ancora una volta a quale rapporto, diversissimo, esisteva al tempo della Morte Nera o nel 1918.

Eppure, sostanzialmente, fino ad oggi un sistema effettivo di monitoraggio e di pronto intervento da parte degli esperti non è stato messo in atto a livello globale. L’attuale situazione è stata caratterizzata da un ritardo generalizzato: si sono rincorsi gli eventi, nessuno è stato in grado di anticiparli. La frammentazione delle risposte a livello nazionale e regionale ha poi aggiunto difficoltà a difficoltà. Siamo sempre più consapevoli che le emergenze dei nostri giorni, come la necessità di una transizione effettiva alle energie rinnovabili quale strategia di fondo per arrestare il riscaldamento globale, impongono una governance (non vogliamo dire: un governo) planetaria. E tuttavia la Carta di San Francisco, fondatrice delle Nazioni Unite, che questo orizzonte aveva iniziato a delineare, ha ormai settantacinque anni e i ritardi al proposito sono enormi. Forse il presente intreccio fra rischi pandemici e rischi ambientali potrebbe sollecitare una svolta decisiva. Ma nulla è automatico: solo visioni e azioni propositive sono in grado di concretizzare queste esigenze.

Oggi sorgono domande legittime, e perturbanti, sul ruolo degli esperti. Intendiamoci: non si tratta della pluralità di risposte e di strategie più o meno praticabili che i singoli esperti hanno dato e danno a questo o a quell’aspetto della situazione presente. Questa pluralità, e i conflitti di idee che così si innescano, sono benvenuti: dinanzi a una situazione nuova l’ignoranza, l’esitazione, l’errore, la tensione fra opinioni divergenti sono aspetti positivi, anzi indispensabili per l’evoluzione stessa della conoscenza. Le domande critiche riguardano piuttosto le modalità di formazione degli esperti e le relazioni fra la loro cultura e l’opinione pubblica: una questione anzitutto di democrazia cognitiva. Gli esperti sicuramente conoscevano la possibilità di una pandemia, anche a tempi brevi. Però questo non si è tradotto in una massa critica di sensibilizzazione, né dei politici né dell’opinione pubblica. Ma è colpa solo dei politici che non ascoltano? O forse nella cultura stessa degli esperti l’inquadramento del problema a livello teorico non si accompagna necessariamente al progetto di strategie e di interventi consapevoli ed effettivi?

Ricordiamo il monito che, fra gli altri, Edgar Morin sta ripetendo ormai da molti decenni. Tutti i problemi planetari sono complessi, interdipendenti e hanno bisogno di competenze e di attenzioni interdisciplinari per essere sensatamente affrontati. Ma la formazione degli esperti è frammentata, è bloccata da tante rigide barriere disciplinari che asciugano la creatività interiore e ostacolano la cooperazione, anzi il dialogo stesso, con le persone che stanno al di là di queste barriere, esperti o non esperti che siano.

C’è un altro atteggiamento dannoso, oggi diffuso non tanto fra gli esperti quanto piuttosto fra gli operatori mediatici e fra le opinioni di tanti cittadini, le cui voci sono amplificate al massimo dai social networks. L’attitudine è quella, narcisistica, di innamorarsi della narrazione di scenari distruttivi e di distopie per puro amore di retorica, dando per scontato di non esserne toccati personalmente, di essere al di sopra delle parti per una sorta di immunità autoconferitasi. Non è solo un atteggiamento dei nostri giorni: nella prima metà del ventesimo secolo le pagine erano piene di affermazioni sulla desiderabilità della guerra quale igiene del mondo, della violenza come strumento legittimo della politica, di virulenti proclami antisemiti, dando per scontato che queste erano operazioni astratte e intellettuali senza legami con la pratica. E invece contribuirono tutte ad alimentare le conflagrazioni locali e globali.

Uni dei punti dolenti dell’attuale crisi – fatti salvi, come sempre, tanti esempi positivi – è l’estrema debolezza e confusione degli operatori mediatici, dell’opinione pubblica espressa sui social network e anche di certi esperti quando cercano di rivolgersi a pubblici generali. Prevale chi si sente depositario di un futuro certo, predeterminato, preconfezionato e chi presenta le proprie previsioni come affidabili, se non proprio inconfutabili. Ma, fortunatamente, il futuro è sempre aperto: in ogni momento dipende dal gioco delle forze conflittuali in atto. Le azioni e le narrazioni di ognuno di noi possono influenzare le traiettorie del cambiamento storico in un senso piuttosto che un altro.

Il problema è che, utilizzando l’ormai stantia formula del “nulla sarà più come prima”, si presentano come inevitabili scenari regressivi quali la minore attenzione alla transizione verso la green economy, la conferma dell’auto come prevalente mezzo di trasporto urbano e persino il distanziamento sociale come condizione prevalente e quasi permanente. Ma le “lacrime e sangue” del presente hanno un senso solo se sono strumenti per generare un progetto di futuro vivibile e desiderabile: un futuro che, come diceva Heinz Von Foerster, “possa aumentare il numero delle possibilità per sé e per gli altri”. Forse ha un senso ispirarsi al colpo di maestro della Regina Elisabetta che, cercando di esercitare una leadership in un paese che al momento non ne possiede molta, ha saputo ricordare ai suoi cittadini la situazione ben peggiore – soprattutto perché al momento sembrava non presentare via di uscita – in cui il Regno Unito si era trovato nel biennio fatidico 1939-40.

“Le cose non saranno più come prima” è persino una banalità, se pensiamo a come i cambiamenti siano pervasivi nella storia, e a come spesso grandi discontinuità siano generate da eventi e da tendenze a prima vista trascurabili. Però l’affermazione può avere una valenza molto insidiosa, anche se spesso inconsapevole. Nasconde infatti l’idea che ora le priorità e i problemi sono diventati improvvisamente altri, il che ci dispenserebbe dall’impegno per affrontare tutte quei problemi della modernità che, se è il caso, sono stati invece acuiti dalla presente crisi.

Forse si dovrebbe rispondere: “Le cose saranno come vogliamo che siano”. E si dovrebbe rispondere che la presente crisi dovrebbe sollecitare a una maggiore responsabilità verso l’ambiente e la natura; a una maggiore capacità di riprogettazione dei sistemi urbani e lavorativi a misura d’uomo; a una maggiore democrazia partecipativa e a una maggiore democrazia cognitiva; a maggiori possibilità di relazioni creative fra individui e individui, fra collettività e collettività; a maggiore mobilità fisica, mentale e virtuale; a maggiore giustizia sociale; a maggiore salute psicofisica; a una maggiore consapevolezza; a una minore presunzione; a una minore conflittualità. E forse, a una maggiore generosità, che è anche una maggiore generatività.

Si gestisce l’emergenza, e dall’emergenza si trae slancio, in maniera diversa a seconda del futuro che ci si prospetta e per cui vale la pena di combattere, senza peraltro pensare che questo futuro sia mai garantito. In effetti, sarà proprio questo un tema centrale nei prossimi anni: l’amplificazione di conflitti, già preesistenti, fra diverse visioni del futuro e della modernità che sono entrate in rotta di collisione da almeno un secolo. “Tutto cambia”, certo. Ma nulla è neutro rispetto a posizioni valoriali che devono essere mantenute relativamente invarianti, quale guida (certo, a sua volte, rivedibile) rispetto alla molteplicità e alla contradditorietà degli eventi che hanno luogo in ogni momento e in ogni luogo. E così, i valori della socialità fisica e mentale e della mobilità fisica e mentale, sono valori per il presente ma sono anche condizioni di pensabilità della stessa specie umana e perfino dei suoi antenati: noi siamo esseri sociali e soggetti in movimento da parecchi milioni di anni. E la nostra socialità, in tempi arcaici, ha svolto un ruolo decisivo nella nascita di quel dono umano per eccellenza: il linguaggio.

Non dobbiamo lasciare che la cortina fumogena delle voci e delle controvoci occulti i segni molto positivi, che ci sono, e da cui prendere ispirazione, proprio nella gestione dell’attuale crisi. Certo, taluni paesi fanno storia a sé, sprofondati in una terribile crisi di leadership (leggi Stati Uniti e, in parte, Regno Unito). Certo, taluni aspiranti dittatori stanno utilizzando in maniera autoritaria lo stato d’emergenza (leggi Viktor Orban). E tuttavia la gran parte dei paesi del mondo – frammentati e di fatto separati al primo incedere della pandemia – si sono trovati d’accordo nell’adottare una strategia mai praticata prima: resistere direttamente alla pandemia, attaccare il contagio con tutti i mezzi ragionevoli e non, come in passato, “lasciare che la natura faccia il suo corso”. Di fatto, la strategia tradizionale, di default, era stata l’immediata risposta dei paesi occidentali ancora nel 1957 e nel 1968: solo la relativa mitezza degli agenti patogeni hanno allora evitato il prodursi di catastrofi sociali e demografiche troppo drammatiche. Da allora ad oggi, almeno nei paesi europei (non diciamo occidentali, perché per gli Stati Uniti purtroppo il discorso è ben diverso) ha avuto luogo un radicamento irreversibile del welfare state, e del sistema sanitario nazionale che del welfare è un cardine. Nonostante le smagliature e i tentennamenti in ogni paese, l’attuale strategia si è proposta come una strategia di doppia difesa: delle vite dei cittadini e del sistema sanitario nazionale che, a sua volta, è il contesto strategico per la difesa della vita dei cittadini. Non si tratta solo di rendere il sistema sanitario relativamente in grado di trattare i pazienti della pandemia. Si tratta anche di mantenerlo efficiente per poter affrontare i tanti altri disparati problemi di salute che continuano inevitabilmente ad affliggere i cittadini, dai tumori alle malattie cardiovascolari, dai problemi di salute mentale alle conseguenze più o meno gravi di imprevisti incidenti.

Non tutto è andato bene, non tutto va bene. In Gran Bretagna si è stimato che la mortalità per i tumori rischia di aumentare notevolmente a causa dell’estrema focalizzazione del sistema sanitario sull’emergenza. E, a mano a mano che ci allontaniamo dai paesi europei, i problemi diventano sempre più gravi: in Africa, ad esempio, l’emergenza rallenterà varie campagne di vaccinazione per i bambini del continente, con le conseguenze che possiamo immaginare. Però nelle scelte e nelle azioni dei decisori si è incarnato il principio che il sistema sanitario nazionale è un irrinunciabile cardine del welfare, e così un cardine della vita stessa della nazione. I cittadini possono contare sul sistema sanitario nazionale e sul welfare quali elementi basilari per la difesa e la valorizzazione delle loro vite, nonostante tutto quello che ancora non va e che deve essere di gran lunga migliorato. Stacchiamoci un po’ dall’immediato presente: se pensiamo a quanto è accaduto in un passato nemmeno troppo remoto, possiamo davvero trovare slanci per affrontare i conflitti futuri, contro ogni subdolo tentativo di depotenziamento del sistema sanitario nazionale e del welfare in generale.

Una questione cruciale, un’emergenza nell’emergenza, è quella della particolare vulnerabilità degli anziani rispetto alla malattia. Non sempre sono l’unica categoria a rischio particolare, ma è indubbio che fra le vittime le classi delle età più avanzate sono sovrarappresentate.

Sicuramente, ci sono stati casi drammatici in cui il pericolo per gli anziani è stato del tutto sottovalutato, se non ignorato (vedi quello che è successo in molte case di riposo, in Italia, e poi anche in Spagna, in Svezia, e altrove). E sicuramente, all’apice delle situazioni critiche in certi ospedali, l’inadeguatezza delle condizioni ha impedito il salvataggio di anziani con patologie pregresse. Però, in linea di principio il sistema sanitario si è mobilitato anche e soprattutto per proteggere le classi di età più elevate, evitando che la loro vulnerabilità sconfinasse in strage indiscriminata. E, fortunatamente, il problema è emerso, insieme alla discussione delle difficili situazioni di altri classi a rischio: disabili, svantaggiati sociali, e anche chi per patologie e cure pregresse possedeva al momento un sistema immunitario non all’altezza. Mille, cinquecento, cent’anni fa, tutto questo non era possibile, forse nemmeno concepibile: i più deboli nei confronti della pandemia erano spazzati via, e la pandemia stessa veniva inquadrata nel quadro delle catastrofi naturali.

Ora, l’ambiguità e la drammaticità di tanti eventi di questi giorni apre, a ben riflettere, una strada che porta ad esplorare gli strati profondi della condizione e dell’evoluzione umana, passata e presente.

In maniera più spinta nei paesi occidentali, ma in genere in tutto il mondo, le migliori condizioni di vita degli ultimi due secoli hanno avuto come esito un aumento della durata media della vita umana rapido e pronunciato. Per di più, anche la qualità media della vita in età avanzata è aumentata notevolmente, fatto salvo l’inevitabile impatto delle malattie tipiche appunto dell’età avanzata (che prima avevano minori occasioni per manifestarsi). Questa visione qualitativa può essere resa più precisa, con una stima semiquantitativa rivelatrice. Ipotizziamo dunque di calcolare approssimativamente gli anni complessivi di vita vissuti da tutti gli individui ominidi sommati insieme, comprendendo nel calcolo non solo i membri della nostra specie ma anche i membri delle specie ancestrali della nostra famiglia, a partire da quattro milioni di anni or sono fino ai nostri giorni. Evidentemente questo calcolo, per quanto approssimativo, è un’indicazione affidabile di quanto le esperienze umane complessive si siano dilatate nel corso del tempo. Intuiamo che il maggiore contributo al risultato finale provenga dagli ultimi due secoli, quando la popolazione umana ha avuto la massima esplosione demografica della sua storia e, come abbiamo detto, un notevole aumento della durata media di vita. Tuttavia il risultato ci sorprende e ci intriga, quando scopriamo che negli ultimi due secoli è stato vissuto circa un quinto degli anni di vita complessivi degli individui umani/ominidi: una proporzione molto considerevole rispetto a un periodo infinitesimo! Per di più, nonostante l’intervento di molti fattori distruttivi e regressivi, la qualità media della vita umana non è certo diminuita. E sicuramente le interazioni sociali fra gli umani che sono di più e che vivono di più sono diventate ancora più fitte, in corrispondenza degli sviluppi della mobilità fisica, delle comunicazioni a distanza, e delle tante modalità con cui questi sviluppi si intrecciano insieme.

Un aspetto decisivo di quello che oggi consideriamo il picco della globalizzazione è quindi una dilatazione impressionante delle esperienze complessive della nostra specie, che ha una forte ricaduta sia sulle nostre capacità cognitive collettive sia sulla nostra stessa identità umana. Una storia complessiva della reti sociali e culturali prodotte dalle molteplici interazioni fra gli individui della nostra specie è ancora tutta da scrivere. Tuttavia, questa storia è caratterizzata sia dall’infittirsi e dall’espandersi di molteplici reti locali sia dalla progressiva interconnessione di queste reti in un’unica, enorme rete globale. Il momento presente è segnato sia dalla massima ricchezza di innumerevoli reti locali, sia da forti capacità di retroazione della rete globale sulle reti locali e sugli individui stessi. Questo è uno sguardo importante per accostarsi alla globalizzazione dei nostri giorni perché, a prescindere delle varie fasi della storia umana, oggi l’intero pianeta è avvolto dalla rete globale, intessuta di contatti fisici, comunicativi e immaginali di tutti gli abitanti del pianeta. In ogni momento e in ogni luogo, gli accadimenti sono accompagnati da un’aura di informazioni e di narrazioni, disperdendosi così in molteplici direzioni, superando i vincoli della geografia, trasformando aspettative, convinzioni e prospettive di innumerevoli persone.

In ogni momento fra gli esseri umani si producono relazioni nuove, che in precedenza non esistevano e che non potevano essere predeterminate e nemmeno rigidamente incanalate. E le nuove relazioni che ogni individuo genera e intrattiene con tanti altri individui non sono accessorie rispetto a presunte identità “dure” degli individui, rispetto a un “nucleo ancestrale identitario” staticamente definito. In linea di principio ogni nuova relazione altera l’identità stessa degli individui che di questa relazione partecipano, e che conseguentemente si evolvono. E ogni individuo è ridefinito costantemente dall’intreccio delle sue relazioni e dalla sua capacità di intesserle attivamente. Ogni nuova relazione emergente retroagisce sui soggetti delle relazioni, ridefinendo la loro consapevolezza, le loro narrazioni, i loro stessi spazi di possibilità. Il futuro retroagisce sul passato, e il passato assume sempre nuovi sensi alla luce del futuro. Stephen J. Gould aveva opportunamente osservato che nessuno di noi può mai sapere fin dove si spinga, nel mondo, il raggio d’azione di questa o di quella persona.

Sicuramente una delle idee cardine del pensiero degli ultimi decenni è la visione della mente collettiva quale è stata espressa da Gregory Bateson, sulla base della constatazione illuminante che il cervello trova i suoi confini nella scatola cranica, e la mente no. Che la mente sia i sistemi di relazione in cui ogni persona è immersa (o, almeno, che co-evolva entro e con questi sistemi di relazione) è oggi una presupposizione feconda di molteplici interventi e discorsi terapeutici nell’ambito della salute psichica. Qui vogliamo ribadire che i confini delle molteplici menti collettive sono fluidi, porosi, sovrapposti. E che oggi condividono l’emergenza di una mente planetaria, che in ogni momento viene trasformata dalle visioni e dalle azioni di innumerevoli persone e nello stesso tempo le plasma e le vincola.

Per mostrare la complessità degli intrecci fra menti collettive, indichiamo un altro aspetto a torto sottovalutato: l’impatto degli oggetti materiali su queste menti. La constatazione immediata che le relazioni fra persone e oggetti materiali sono importanti per le condizioni psichiche di ogni persona è stata arricchita da un interessante ramo scientifico oggi in fase di sviluppo, la cosiddetta archeologia cognitiva. Lo spunto originario è sorto dall’osservazione che, nelle civiltà antiche, non tutte le grandi opere seguivano lo schema abituale espresso nella costruzione delle piramidi egizie: frutto di un’autorità politica forte, spesso tirannica, che aveva le risorse adeguate per alimentare le opere “dall’alto in basso”, ricorrendo ai progettisti di suo gradimento e a una forza lavoro a bassissimo o a nullo costo. In realtà, ad esempio nella preistoria europea, esistono molte opere di notevole impatto – menhir, dolmen, cerchi di pietre, fino alla grande scena di Stonehenge – che non si conformano a questo schema, dato che ogni autorità politica, seppur esisteva, era debole e decentrata.. L’ipotesi, allora, è che – qualunque funzione rituale, spirituale, astronomica, cognitiva queste strutture potessero avere – l’edificazione e la fruizione dell’opera servisse per dare ai cittadini il senso della comunità e della condivisione, per radicare e per rafforzare una mente collettiva che li teneva uniti.

In questa importantissima funzione sociale sta la preistoria e la storia di quelli che nelle città storiche e contemporanee sono gli innumerevoli spazi pubblici, gli spazi intermedi dove individui e collettività si incontrano, interagiscono, scambiano, cambiano e creano, in maniera del tutto dipendente e coordinata con le caratteristiche materiali ed estetiche del luogo. A prescindere dalle diverse funzioni pratiche di volta in volta prevalenti, la storia di questi spazi è un lungo percorso nella storia della socialità e degli immaginari umani: dalle agorà, i fori, i templi del mondo antico, alle piazze, alle chiese, ai mercati, alle fiere del medioevo, fino ai parchi, alle stazioni, ai musei, ai caffé della città moderna. Ed oggi abbiamo a che fare anche con bar, ristoranti, centri commerciali, innumerevoli negozi delle più diverse merci che solo superficialmente sono luoghi avventizi dell’esistenza, puramente funzionali o puramente deputati al consumo: sono anch’essi una tappa e un’articolazione originale della perenne co-evoluzione fra gli uomini e le cose.

Alla luce del tessuto profondo delle identità individuali e collettive, appaiono veramente assurde talune contrapposizioni oggi proposte per puro esercizio retorico fine a se stesso, oppure per nascondere interessi egoistici e a breve raggio: così le contrapposizioni fra salute ed economia, fra salute e socialità, fra economia e socialità. Senza reti fitte, porose ed evolutive di relazioni umane, di relazioni fra gli umani nei luoghi, di relazioni fra gli umani e gli oggetti – cioè la socialità nel senso più ampio possibile – non esisterebbe creatività e innovazione, e il motore dell’economia stessa sarebbe spento. E ugualmente, ogni ferita alla salute psicofisica delle collettività umane riduce drammaticamente il contesto basilare da cui l’economia trae nutrimento. L’attuale contingenza deve essere interpretata nella maniera totalmente opposta di queste contrapposizioni di comodo, che purtroppo sono sfruttate dalle ambizioni di qualche politico irresponsabile, come il mai troppo esecrato Bolsonaro. L’emergenza attuale è un grande esperimento ideale per mostrare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la totale interpenetrazione di salute, socialità ed economia. O consideriamo la loro articolazione, di momento in momento, come parte integrante di un unico progetto umano, oppure iniziamo ad allontanarci, inconsapevolmente o consapevolmente, dagli aspetti definitori della stessa identità umana e delle stesse identità umane.

Nell’attuale momento storico e a maggior ragione in un momento di emergenza come la pandemia, si allargano le responsabilità di chi esercita o ambisce ad esercitare funzioni di leadership nella nostra società, e si allargano anche le categorie di persone a cui tocca il compito di esercitare funzioni di leadership. La responsabilità nei confronti degli altri non tocca infatti soltanto problemi di organizzazione e di gestione ma anche, e soprattutto, questioni di orientamento, di motivazione e di sollecitazione delle menti collettive. In molti sensi, un leader è inevitabilmente un operatore di cura e di salute mentale, anche se a livello collettivo e non individualizzato: ed è chiaro che oggi il raggio di azione, almeno di un leader politico, si amplia sempre di più perché non influisce solo sulla tradizionali reti nazionali ma anche sulle reti globali. E, su scala più limitata, operatori di cura e di salute mentale diventano inevitabilmente anche tutti coloro che si dedicano a un discorso pubblico rivolto a un’udienza allargata: quindi gli esperti dell’attuale crisi medico-sanitaria e gli esperti nelle più diverse discipline che riflettono sugli impatti più generali dell’emergenza. Vi sono poi questioni di leadership e di responsabilità più “di nicchia”, ma nell’attuale situazione altrettanto critiche: ad esempio la categoria dei professori e degli insegnanti nei confronti dei giovani e degli adolescenti, che sono evidentemente alcuni fra coloro che più sono colpiti sul piano psicofisico.

Le precondizioni per esercitare una leadership efficace in situazioni di emergenza, al di là di ogni inevitabile differenza di stile e di opinione, sono almeno due. In primo luogo, è irrinunciabile sentire proprie le preoccupazioni e le sofferenze condivise dai cittadini, vivendo con loro relazioni empatiche effettive, non finte e non calcolate. Dall’altro, si tratta di allargare il quadro delle possibilità e dei pensieri possibili, mostrando ai cittadini che esiste un vasto spettro di risorse fisiche e ideali per delineare un futuro vivibile e, al meglio, fiorente. Non c’è nulla di nuovo in tutto ciò. Anzi, sarebbe il caso di tenere presenti un paio di casi storici paradigmatici: la funzione esemplare di leadership che hanno esercitato, in momenti molto critici della storia delle loro nazioni, Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill. Il loro ruolo è stato fondamentale nei lunghi anni della seconda guerra mondiale, ma Churchill ha vissuto il suo momento topico negli eventi estremamente critici del 1940 e Roosevelt ancor prima, nei confronti degli americani devastati dalla Grande Crisi economica degli anni trenta. Sarebbe veramente impietoso paragonare questi casi esemplari con i comportamenti oscillanti e al limite dell’irresponsabilità di Boris Johnson e, ancora di più, di Donald Trump. Tuttavia il problema va al di là degli scenari politici. Bisognerebbe chiedersi, nella cacofonia degli esperti, degli accademici e degli aspiranti vati dei nostri giorni, quanti di loro siano davvero consapevoli della loro responsabilità nei confronti delle mente collettive che vorrebbero influenzare. Non sempre è così: vi sono troppi messaggi autoreferenziali o vagamente apocalittici, segnati dal rifiuto delle proprie responsabilità o, al contrario, di un’eccessiva e non dovuta autodenigrazione delle esperienze umane sul pianeta Ripeto ancora una volta, vi sono molti esempi di qualità, in controtendenza. Ma la sensazione di una grave crisi di leadership permane.

Fondamentalmente sia i politici sia molti operatori mediatici che hanno a che fare con le scienze umane e con la filosofia si comportano mettendo fra parentesi, se non proprio rifiutando, la storia umana, vicina e lontana: una storia che consentirebbe di valutare con un certo distacco (che non significa disimpegno) il peso dell’attuale crisi. Non a caso, al di là del suo ruolo politico specifico, la migliore prova di leadership nella situazione presente l’ha forse data Angela Merkel, perché la sua vita si è intrecciata con la Storia con la S maiuscola: è cresciuta in una dittatura in declino, ha vissuto gli inevitabili compromessi che questa dittatura imponeva e poi è stata attratta dalla politica in occasione una delle maggiori Svolte del ventesimo secolo. E dobbiamo ancora sottolineare la presenza fisica, prima ancora che l’autorità morale, della Regina Elisabetta: diciamo fisica perché lei, i drammatici eventi del 1940, li ha vissuti in prima persona e in piena consapevolezza, e ha saputo costruire un legame diretto con uno dei momenti più critici del recente passato (non solo della Gran Bretagna, ma del mondo intero).

Non è allora inutile, in questi tempi di confusione e di oblio, riferirsi ancora una volta alla prova di leadership di Winston Churchill nel 1940, di per sé irripetibile sia per i caratteri e la vicenda personale della figura in gioco sia per la drammaticità della situazione bellica e del peso che questa imponeva al suo ruolo. Al di là del fine talento retorico di cui dava prova nei suoi discorsi al parlamento e alla nazione (costruiti peraltro con un impegno e un’attenzione fuori dal comune), Churchill mostrò allora un’insospettata capacità di sintonizzarsi con le preoccupazioni immediate dei cittadini inglesi, che da parte loro gli risposero con una lealtà e una fiducia insospettabili. Questa vicinanza, almeno in parte, si spiega con la biografia della persona che, aristocratico e irritante quanto si vuole, aveva subito in gioventù episodi di bullismo da parte dei compagni e dei professori, era stato completamente trascurato dal padre e dalla madre che privilegiavano tutt’altre occupazioni e viveva, per così dire, una sorta di depressione esistenziale dovuta ai limiti che il mondo poneva alla sua personalità debordante. Per di più, Churchill detestava i nemici, Hitler e il nazismo, con una sensazione di disgusto del tutto pre-politica, “di pancia”, pienamente corporea: condivideva con i suoi concittadini la sensazione che era in gioco non tanto la lealtà a un regime, a un governo, a uno stato, ma la loro stessa sopravvivenza culturale, sociale, identitaria.

Ma quello che soprattutto ci insegna ancor oggi l’esperienza di Winston Churchill è che egli seppe coniugare in tutti gli istanti, nel corso della guerra, la necessità di pesanti sacrifici reali (“lacrime e sangue”) e ipotetici (“combatteremo sulle spiagge”, se il nemico dovesse sbarcare) con un lucido piano per il futuro a lungo termine. Laddove tutti attorno a lui non riuscivano a vedere oltre la sopravvivenza immediata, e in buona parte erano anche disposti a compromessi più o meno accettabili con il nemico, Churchill ripeteva costantemente che l’unico obiettivo a lungo termine, da perseguire con tutti i mezzi, era la distruzione completa del nemico nazista e dell’inquinamento ideale che significava. Distruzione del nazismo, attenzione, e non dei tedeschi, perché Churchill vide con preveggenza che l’unica via di uscita dalla catastrofe per la Germania, per la Francia per le altre nazioni europee era l’adozione di forme originali di cooperazione e di integrazione sovranazionale (sì, Churchill è anche annoverato a ragione fra i “padri fondatori” dell’Unione Europea). E il suo piano a lungo termine non era un’ambizione massimalista, né viveva solo nel regno di ciò che appariva desiderabile sul piano puramente astratto. Al contrario era supportato da un calcolo molto razionale, che poi si rivelò vincente ma che al momento non era nemmeno facile scorgere. Se la Gran Bretagna resiste, gli Stati Uniti poi entreranno in guerra (e anche l’Unione Sovietica probabilmente ne sarà coinvolta): E con gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica al proprio fianco, gli equilibri della guerra saranno rovesciati. Ma anche qui nulla era garantito: e infatti ci vorrà un duro, incessante, lavoro per spingere gli Stati Uniti a fare il passo decisivo (certo, poi Churchill fu favorito anche dalla sorte, e dalla temerarietà dei giapponesi: ma, si sa, la fortuna aiuta gli audaci).

Dunque che cosa possiamo sperare oggi a medio e a lungo termine, per dare un senso alle le “lacrime e sangue” dei nostri giorni? Sicuramente, una serie di apprendimenti decisivi sulla condizione umana, e un incitamento a muovere i primi passi per rendere più vivibile questa condizione. Sicuramente, una migliore focalizzazione su talune relazioni profonde fra la crisi pandemica e la crisi, certo di maggiore portata, del riscaldamento globale.

Di questo tema se ne parla molto, ma non sempre nel modo più opportuno. A parere di chi scrive, le due crisi sono sostanzialmente due aspetti di una medesima realtà. Ma dobbiamo andare oltre alla banalizzazione secondo la quale cui attuale pandemia sarebbe un prodotto diretto di sconsiderati interventi recenti della specie umana. Molti interventi del genere ci sono stati e ci sono, e sono stati e sono dannosi e suicidi. Ora, però, non si tratta di tracciare rapporti di causalità prossimali fra la pandemia e il degrado ambientale, e alla fine la ricerca della causa immediata non è la cosa più importante in gioco. La questione è più ampia, ed è situata, ancora una volta, a livello dell’intera storia e dell’intera identità umana.

Senza entrare nei dettagli, la storia della nostra specie, e prima ancora la storia dei nostri antenati, è segnata da una condizione di fragilità essenziale, che si può spostare ma non dissolvere. Sulla scala dei milioni di anni, i nostri antenati componevano piccole popolazioni di primati dispersi nella savana, poco adattati al loro ambiente di vita, con una cronica carenza di risorse, esposti al caos climatico e agli assalti di temibili predatori, costantemente sull’orlo dell’estinzione. Non possiamo ora raccontare come da questa fragilità remota siano nate le molteplici ragioni della nostra forza. Notiamo solo che, nel corso dei milioni di anni, questo disadattamento ancestrale è stato compensato da strumenti quali la socialità, il linguaggio, la cultura, la tecnologia che si sono rivelati meravigliosi strumenti adattativi a una gamma vastissima ed eterogenea di ecosistemi planetari, ben oltre i ristretti ecosistemi dell’origine.

Sicuramente, delle tante rivoluzioni tecnologiche che hanno avuto luogo dal paleolitico ad oggi, la rivoluzione agricola è stata la più intensa e la più gravida di conseguenze. La rivoluzione agricola ha innescato l’esplosione demografica che ha condotto gli umani a popolare i più remoti angoli del pianeta; ha fatto nascere le città, la divisione del lavoro, la politica, la scrittura, le religioni codificate “dal libro”, con tutte le conseguenze ambivalenti che ancora esperiamo ai nostri giorni. È stata la rivoluzione agricola che, progressivamente, ci ha dato l’idea di non dipendere più strettamente da una natura ostile: prima, per il primo centinaio di migliaia di anni della nostra specie, gli umani hanno vissuto in un mondo immerso nel clima dell’età glaciale, in condizioni ben più precarie delle attuali. Ed è stata la rivoluzione agricola che ha reso l’impatto umano sempre più invadente e sempre più incline a provocare alterazioni negli ecosistemi del pianeta. Certo, l’intensità di queste alterazioni è stata maggiore negli ultimi duecento anni, ma tante catastrofi ambientali più o meno localizzate, dovute al disboscamento, all’eccessivo sfruttamento dei terreni coltivazione, alla caccia sfrenata di questa o quella specie animale sono molto più antiche. E l’influenza umana sul clima globale era visibile già prima della rivoluzione industriale. Anzi, vi è una tesi, controversa ma ben argomentata, che questa influenza sia stata all’inizio più positiva che negativa: è possibile che senza l’apporto antropico ai gas serra, di origine agricola, il mondo sarebbe già ripiombato nei rigori dell’età glaciale.

Così, la storia delle difficili relazioni fra gli umani e i microrganismi della biosfera è una parte integrante di una storia ben più vasta. Anzi, le relazioni non sono diventate critiche solo con il sorgere della rivoluzione agricola: prima di allora, anche gli ecosistemi tropicali dell’origine della nostra specie erano inclini a malattie infettive. Ed è possibile che una delle ragioni per cui gruppi considerevoli di umani si siano allontanati dai tropici è stata per allontanarsi dalle rovinose malattie endemiche qui correnti. Evidentemente, però, l’esplosione demografica e il diretto contatto con le specie animali domesticate e allevate ne hanno fatte sorgere molte altre, altrettanto minacciose.

In un certo senso, gli ultimi diecimila anni sono state un periodo di tregua relativa, nelle lunghe vicende delle relazioni fra natura e ominidi. Il clima è stato molto più favorevole della gran parte del milione di anni antecedente, e questa relativa mitezza e stabilità del clima è stata una precondizione di fondo per la possibilità stessa della rivoluzione agricola. Né ci sono stati eruzioni di supervulcani particolarmente disastrose, dopo l’eruzione del vulcano Toba, 74.000 anni fa, che aveva decimato i nostri antenati. Anche gli impatti extraterrestri, che sono una minaccia costante sulla biosfera, sono stati del tutto marginali, o almeno hanno colpito soltanto zone spopolate. Ma non dobbiamo pensare che queste condizioni favorevoli per la specie umana siano scontate e permanenti. Una prova di maturità si impone: dobbiamo sapere affrontare i molteplici rischi che ancora correremo nella nostra relazione con una natura che non è né benigna né malevola, ma semplicemente indifferente ai nostri bisogni.

Quello che può cambiare, fondamentalmente, è il nostro atteggiamento nei confronti delle esistenze collettive. Non possiamo separare i due momenti dell’emergenza, da un lato, e della vita routinaria e inconsapevole, dall’altro: la struttura fine delle esistenze collettive è molto più articolata. Edgar Morin ha proposto, rispetto alle esistenze individuali, un’immagine stimolante. Ha paragonato la vita di ogni persona a una valle piatta circondata da due pendii molto scoscesi che toccano in sorte ad ogni umano: la nascita e la morte. E molti umani, quando si trovano in mezzo alla valle, vivono quasi senza consapevolezza dell’esistenza dei due pendii, salvo essere ridestati bruscamente da eventi più o meno drammatici che li coinvolgono. Proprio piatta, però, la valle non è: procedendo nei percorsi di vita individuali i più sono in grado di rendersi conto degli alti e dei bassi, delle colline e degli avvallamenti, delle crisi e delle opportunità. E quindi, nei vari percorsi individuali, si elabora una consapevolezza di una topologia della propria esistenza ben più complessa. A maggior ragione, qualcosa di simile vale anche per quell’esistenza collettiva che è la storia umana. Non vi sono solo il piatto vivere alla giornata, e le catastrofi irrimediabili della guerra e della natura. Vi sono crisi e sfide a tutti i livelli di intensità. Ed ognuna di queste è un’occasione di nuovi apprendimenti e di nuovi consapevolezze.

In questi anni, dunque, ci è arrivato in sorte un duplice risveglio all’ingannevole illusione che il nostro ambiente sia per sempre stabile, favorevole e propizio, senza alcun nostro merito e alcuna nostra strategia. Ed è dunque il momento di mettere mano a strategie basate su circoli virtuosi fra locale e globale: sicuramente le strategie globali di governance di questi problemi devono fare un salto di qualità decisivo (sul riscaldamento ambientale siamo davvero molto indietro), ma questo non deve impedire, nel frattempo, di innescare una miriade di azioni locali nei contesti in cui ognuno di noi si trova a vivere.

Fra i molteplici scenari della vita associata, io seleziono (certo, sulla base delle mie competenze e della mia storia intellettuale) due scenari oggi particolarmente bisognosi di questi circoli virtuosi: il futuro del lavoro e il futuro delle città. Il lavoro e le città sono stati fortemente toccati dalla presente crisi, che può essere una grande occasione per trasformazioni più a misura d’uomo e più a misura d’ambiente. In questi cambi, veramente, i rischi sono molteplici: che, passata la crisi, tutto venga riassorbito e si impantani negli abituali vicoli ciechi, ma anche che la crisi sia un’occasione per tentare di far passare visioni regressive e illiberali. Ora, per poter realizzare un tessuto fecondo di azioni locali costruttive – rispetto alle quali, a dire il vero, le proposte valide non mancano – bisogna porsi una serie di domande un po’ visionarie. Quella che segue è solo una serie di domande molto soggettive, che mi sono posto in una sorta di “diario dei mesi della crisi”. Sono molto parziali, e forzatamente generiche. E tuttavia: a ciascuno la sua agenda.

L’attuale crisi non potrebbe aiutarci a liberare gli uffici dalle loro rigidità, e a dissolvere quelle mura spazio-temporali che negli uffici ingabbiano la creatività umana? Non dobbiamo però, correlativamente, rifiutare ogni soluzione puramente sostitutiva, che renderebbe le abitazioni luoghi altrettanto rigidi, confinati da altrettante mura spazio-temporali? Invece di parlare di smart working non sarebbe più opportuno parlare di lavoro disseminato, in uno scenario ove i momenti e i luoghi di contatto fisico e i momenti e i luoghi di lavoro a distanza si alternino e si moltiplichino, a seconda delle esigenze delle persone, dei progetti, delle innovazioni? Non abbiamo forse una grande occasione per deburocratizzare il lavoro? Per incentivare, in tutti gli ambiti, il lavoro creativo e diminuire l’impatto del lavoro routinario e delle riunioni inutili? E le riunioni, invece che formali e ritualizzate, non potrebbero essere più informali e sostanziali? E in quale prospettiva ripensare l’automazione e l’intelligenza artificiale? Non in modalità sostitutive al lavoro umano, ma per assorbire quella ripetitività e quegli automatismi che dovrebbero essere sottratte al lavoro umano, per renderlo più desiderabile e creativo.

E ancora. Le città possono essere liberate dalla schiavitù degli orari di punta? Possono essere liberate dal dogma fordista/industrialista della tripartizione e della separazione funzionale fra lavoro, abitazione, tempo libero? E non potrebbero diventare una grande cornice per ospitare le nuove esigenze del lavoro disseminato? E non potrebbero intensificare il loro ruolo di laboratorio per l’innovazione e la creatività umane, ove la qualità dei contatti umani formali e soprattutto informali trovino un diretto supporto in una nuova qualità dei luoghi? In nuove relazioni fra l’urbanesimo e la natura? Si riuscirà a comprendere che la progettazione degli spazi pubblici e dei luoghi di lavoro e di studio non è una questione accessoria di pura estetica, ma è una precondizione necessaria per stimolare la creatività dei cittadini? E chi ha detto che i trasporti pubblici debbano per sempre rimanere una sorta di offerta per cittadini di seconda serie, pigiati e affannati? La crisi attuale non potrebbe renderli più appetibili, con progettazioni e offerte adeguati ai contatti sociali ripristinati, e tuttavia non così inadeguati se si ponessero nuovi occasioni di ripiegamenti pandemici? Che fare dell’auto, ora che si è rivelata dal tutto inadeguata quale mezzo di trasporto urbano? Non potrebbe essere possibile trovarle una nuova nicchia, forse più ristretta ma meno dannosa, come mezzo turistico, di esplorazione, di relazioni familiari e sociali, di uso promiscuo di persone e di cose? Forse le auto (elettriche, e non urbane) del futuro saranno mezzi più multifunzionali, e più simili a piccoli camper? Ora che la funzione dell’alta velocità è passata dalle auto ai treni, non sarebbe possibile coniugare le auto alla lentezza, al gusto della sosta e alla riscoperta del territorio? E che ne è della nuova divisione del lavoro tra treni e aerei, sollecitata dalla presente crisi? Che cosa significa parlare di ridondanza e di ecologia dei trasporti urbani?

Cerchiamo, con le nostre domande, soggettive e tendenziose, di alimentare qualche utopia concreta. E tante utopie concrete possono col tempo convergere, e porre le basi per una vera “politica di civiltà”.