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Linee adolescenziali. Progetto “Street's rooms”

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Riassunto

Linee spezzate, linee ondulate, linee interrotte, linee ricongiunte. Linee solo accennate. Linee in corto. Il mondo giovanile è oggi, più che mai, un universo variegato, disperso, in cerca di senso. Di adultità.
In cerca di adulti coerenti, testimoni, e non solo profeti, di scelte possibili, valori praticabili, di relazioni coraggiose, che sanno farsi ad un tempo direzione, comprensione, accoglienza, riparo, contenimento.
Non sono giovani senza talento, non sono giovani senza valori, non sono giovani privi della capacità di progettare la propria vita. Sono giovani disorientati.
Questo è un progetto di educativa di strada che attraverso la metodologia del lavoro di rete e la vision delle Città Educative si propone di contenere il disagio giovanile, e gli atti vandalici che ne sono espressione, riqualificando i luoghi pubblici di incontro e favorendo la creazione di reti di relazioni intergenerazionali significative. Un’esperienza di pedagogia di strada per l’attivazione di processi duraturi di benessere di Comunità con e per i giovani.


Summary

Broken lines, wavy lines, interrupted lines, rejoined lines.
Nowadays the youth environment is, more than ever, a varied universe, looking for meaning. For adultness.
They are looking for consistent adults, testimonials, not only prophets, of feasible choices, feasible values, brave relationships, able of being direction, understanding, shelter.
They are not adolescents with no talent, they are not youngsters with no values, they don’t lack the ability to plan their own lives. They are puzzled.
This is a project of street education that, through an approach of network methodology and the vision of educational cities, has as its main aim to harness the youth discomfort and the vandalism it causes through the refurbishment of public meeting areas and promoting the realization of meaningful intergenerational networks.
This is a pedagogical street experience for the activation of long lasting processes of wellbeing of the community with and for the youngsters.


Introduzione

Linee spezzate, linee ondulate, linee interrotte, linee ricongiunte. Linee solo accennate. Linee in corto.

Il mondo giovanile è oggi, più che mai, un universo variegato, disperso, in cerca di senso. Di adultità.

In cerca di adulti coerenti, testimoni, e non solo profeti, di scelte possibili, valori praticabili, di relazioni coraggiose, che sanno farsi ad un tempo direzione, comprensione, accoglienza, riparo e contenimento.

Non sono giovani senza talento, non sono giovani senza valori, non sono giovani privi della capacità di progettare la propria vita. Sono giovani disorientati.

Il termine orientamento è un derivato del verbo orientare che ha la sua radice nel verbo latino orior, un verbo intransitivo che tra i suoi significati annovera alzarsi, sorgere, nascere, provenire da, cominciare, avere inizio. Fare orientamento, pedagogico_educativo, significa, quindi, prima di tutto aiutare ad alzarsi, a ri-nascere, a capire da dove si proviene e che si può dare sempre vita a nuove esperienze, ricostruire un'immagine positiva di sé sviluppando nuove competenze, aprendosi alla possibilità che il cambiamento (ed ogni nuovo inizio) sia davvero fonte di nuove opportunità ed una dimensione di “precarietà direzionata” da non temere, quanto piuttosto da conoscere in profondità e da gestire consapevolmente. Questa è una sfida, che riguarda, prima di tutto, il mondo degli adulti.

Il ciclo evolutivo dell'umanità è stato spesso caratterizzato da eventi e trasformazioni più o meno repentini, che hanno sovente rappresentato delle vere e proprie cesure (grandi o piccole che fossero) storico-sociali, socioeconomiche o socioculturali (raramente vissute e riconosciute consapevolmente dai più come epoche o momenti di trasformazioni radicali ed immutabili ed allo stesso tempo come fonte di nuove opportunità di sviluppo e di crescita individuale e collettiva).

L'umanità sembra quasi aver bisogno di contattare quello stato di anomia, caro a Merton (nota1), prima di riuscire a scegliere di vivere insieme ed intenzionalmente (in una sorta di proattività collettiva) le nuove sfide, gli insuccessi ed il senso di inadeguatezza (se non proprio di abbandono) che anche l'organizzazione della società moderna ci sta riproponendo.

Le nuove sfide della pedagogia (e più che mai della pedagogia di strada) sono, quindi, legate indissolubilmente al cambiamento ed orientare l'altro significa prima di tutto educarsi ed educare al cambiamento: significa aprirsi ad uno sguardo resiliente alla vita, accogliere ogni cambiamento (da quello imprevisto e profondamente doloroso, a quello piacevole e rassicurante, passando dai piccoli cambiamenti cercati, programmati, attesi) come tappa evolutiva della propria storia personale, come opportunità di acquisizione di nuove conoscenze e di sviluppo di nuove abilità e competenze. La relazione che si deve instaurare tra l'educatore, inteso anche nella sua accezione più ampia, nella quale rientra a pieno titolo anche il docente, e il ragazzo/giovane potenziale Drop Out (studente che ha lasciato la scuola prima di completare il corso di studi) o NEET (Not in Education, Employment or Training) deve essere prima di tutto significativa, autentica, indipendentemente dall'approccio teorico di riferimento; l'adulto deve essere credibile, affidabile e capace di esercitare nella propria vita quello stesso approccio resiliente che vuole sviluppare nel suo utente/studente. I giovani oggi hanno bisogno più che mai che gli adulti di riferimento siano capaci di orientarsi per primi in questa dimensione di precarietà che non riguarda soltanto la new economy, ma tutta la progettazione dell’esistenza. L’assenza di punti di riferimento stabili nel tempo (quelli stessi attraverso i quali sono stati educati gli adulti_ trovare un lavoro stabile, costruirsi una famiglia fondata sul matrimonio, ecc_) fa sì che oggi quegli stessi valori siano considerati, e percepiti anche dai giovani, come elementi di un passato prossimo (se non addirittura remoto), che non forniscono più abilità e competenze certe, efficaci, per riuscire a decifrare le richieste che le nuove sfide propongono: la ricerca di un equilibrio statico e la progettazione della propria vita improntata al mantenimento dello stesso (considerando il cambiamento prevalentemente come un insuccesso ed una perdita), oggi non sono più percorribili. Oggi occorre imparare a leggere velocemente i cambiamenti che il contesto relazionale e lavorativo propongono, accettando di progettare la propria storia personale a partire dalla consapevolezza che il cambiamento è vita, è opportunità, è realizzazione, è scelta. Progettare la propria vita, realizzare se stessi, quindi, imparando a stare in un equilibrio dinamico.


Come sono cambiati gli adolescenti in questi ultimi decenni, quali sfide per la scuola e gli adulti?
Il contributo di una Dirigente Scolastica.

“La scuola frequentata dagli adolescenti in questi anni duemila vive in una condizione di contraddizione. Da una parte abbiamo mantenuto praticamente inalterata la struttura di istituzioni scolastiche che erano state pensate per un’istruzione di élite; dall’altra il principio guida delle ultime riforme ministeriali è quello dell’inclusione, di “non uno di meno”. Una scuola elitaria che diventa di massa crea forzatamente degli scompensi, e in questi ultimi anni abbiamo assistito ad una serie di (pseudo) riforme o provvedimenti casuali e saltuari, che però sono privi di una visione di fondo e peccano di consapevolezza del presente e del futuro.

Nella vita quotidiana della scuola ci troviamo davanti ad un bivio: o si abbassano i livelli dell’apprendimento, per non lasciare indietro nessuno, oppure si operano selezioni; entrambe le strade presentano aspetti di criticità: abbassare i livelli significa fare un danno ai singoli e all’intero sistema Paese, se non altro perché viviamo in un mondo globale dove potremo sopravvivere grazie alla qualità della preparazione e alla capacità innovativa dei lavoratori. La seconda strada, che porta poi all’abbandono scolastico, ha invece una ricaduta negativa sull’individuo, e una pesante conseguenza di disagio sociale. Alcuni parleranno di soluzione nell’insegnamento individualizzato: non lo prendo in considerazione perché si tratta di esperienze riuscite per pochi casi; altrimenti è una chimera.

A fronte di questo scenario istituzionale, la sensazione che abbiamo oggi nelle scuole è di essere l’ultima “roccaforte nel deserto”. Il compito non è più quello solamente della preparazione culturale, come era anni fa, ma di formazione a tutto tondo. Pare che la scuola debba ricominciare da capo. Ci troviamo di fronte a ragazzi spesso ignari di elementari norme di educazione, che non costituiscono però una formalità, ma sono la base del rispetto dell’altro. Ci troviamo a confrontarci con famiglie talvolta assenti, che hanno reso liberi i propri figli troppo presto, quasi a volersi liberare di un fardello educativo, che può essere faticoso quando costringe a dire dei “no”. E quindi con fatica imponiamo dei “no” (all’uso del cellulare in classe, a mangiare durante le lezioni, a rispettare l’orario di entrata…). Non basta. Siamo assediati da decine e decine di associazioni che vogliono entrare nella scuola a parlare con i giovani, perché pare che sia l’unico modo per contattarli, e trasmettere dei messaggi educativi. Gli studenti sono sommersi da progetti di “Educazione a…” (stradale, ambientale, contro l’omofobia, contro la violenza di genere, sulla ludopatia, sull’uso dei social network, sugli stupefacenti…). E’ evidente che la scuola è considerata l’ultima agenzia formativa in grado di educare le nuove generazioni.

A fronte di tutto questo, sommersi come sono da notizie negative sul nostro mondo, i ragazzi sono convinti di vivere nel peggiore dei mondi possibile; ecco, questo è un aspetto su cui gli adulti dovrebbero fermarsi a riflettere; intendo riferirmi alla rappresentazione del mondo che noi adulti facciamo ai giovani. I giovani crescono con la consapevolezza di non avere futuro, o almeno che il loro futuro sarà peggiore dell’attuale presente (che è peraltro molto negativo); e una gioventù che non ha speranza è una contraddizione logica. Ecco se dovessi cambiare immediatamente qualcosa, proporrei un’educazione alla positività, che possa contrastare la negatività da cui vengono bombardati i giovani, e penso anche ai messaggi di certe canzoni dei loro cantanti preferiti, o a quanto vedono su internet.

In definitiva, in base alla mia esperienza, se i ragazzi si trovano davanti come interlocutori degli adulti che sanno dare certezze di comportamento, e che sanno instaurare con loro un patto formativo chiaro e coerente, rispondono in maniera positiva. Ma sono gli adulti che ne devono essere consapevoli.”


Quali cambiamenti, allora, per una Città che vuole affrontare il tema del vandalismo e del disagio giovanile, in rete con gli Istituti Scolastici e con gli Enti Locali? E quale tessuto connettivo di relazioni significative, tra pari e intergenerazionali, può, deve, sviluppare, potenziare un progetto di educativa di strada, che si proponga di favorire il benessere giovanile, agganciando le giovani generazioni nei loro luoghi di incontro, di aggregazione? Luoghi spesso non visti, o volutamente evitati, dagli adulti e dalle istituzioni.


IL PROGETTO

Il Progetto di educativa di strada “Street's rooms” nasce da un'esperienza quasi ventennale di educativa territoriale, educativa domiciliare, di coordinamento pedagogico di CIAF (Centri Infanzia, Adolescenza e Famiglie), di CAG (Centri di Aggregazione Giovanile), di servizi per minori e adolescenti in situazione di disagio, e di devianza, e di docenza in istituti professionali della città di Grosseto, e della sua provincia, e dalla convinzione che la strada sia vissuta, e scelta più o meno consapevolmente, da molti giovani come il luogo privilegiato per esprimere le proprie emozioni (più spesso la rabbia, l'insoddisfazione o la noia), per evadere da contesti familiari maltrattanti o disimpegnati, evitanti o iperprotettivi, autoritari o permissivi (nei quali le funzioni e le azioni di controllo e di supporto genitoriale, o degli adulti in genere, sono disequilibrate, presenti solo in nuce, o del tutto assenti).

Lo spazio pubblico diventa, allora, luogo intimo (room) nel quale esprimere vissuti ed agire condotte prive di senso di corresponsabilità e di senso di appartenenza ad una Comunità; la rabbia, il senso di ingiustizia, la noia, appunto, prendono corpo ed espressione in azioni, individuali o di gruppo, autolesionistiche, aggressivo-intimidatorie, vandaliche. Forme immature e dispersive di richiesta di aiuto, di visibilità e riconoscimento da parte dei coetanei, in primis, e delle generazioni adulte, che negano e boicottano ogni altra forma di affermazione assertiva del mondo interiore, di questi giovani e giovanissimi, e di ciò che davvero occorre loro per definire, da protagonisti, i loro progetti di vita.

Gli adulti, anche quando assistono e sono presenti nelle vicinanze, non intervengono, non prendono posizione, non interagiscono con loro. Evitano la relazione. Evitano l'incontro.


Il progetto Street's rooms nasce, allora, dalla forte convinzione che la pedagogia di strada ed il contenimento del disagio giovanile (degli atti vandalici) possano (e debbano) essere occasione per ridefinire la città come luogo di relazioni e di relazioni educative. Dall'iniziale richiesta del Comune, nella persona dell'Assessore alla Cultura ed alle Politiche Sociali, e del COeSO SdS_ Area Grossetana, nella persona della Responsabile dei Servizi sociali, di monitorare e contenere le condotte devianti di molti giovani (e ripeto giovanissimi) la vision del Progetto ha portato le Istituzioni a condividere una missione più radicale (perché davvero radicata nel tessuto connettivo sociale e socioeconomico della Città); accettare un progetto di educativa di strada che intercettasse i giovani e gli adulti di riferimento (potenziali self helper nella metodologia del lavoro di rete) e si facesse depositario di un importante obiettivo a lungo termine: trasformare anche Grosseto in una Città Educativa. In un luogo di relazioni, di incontro, di coprogettazione e di condivisione intergenerazionale, consapevole ed intenzionale, dei luoghi di tutti: i parchi, le piazze, le Mura.


Di seguito un passo dall'introduzione della Carta delle Città Educative (nota 2), a cui si ispira il Progetto:


“Oggi più che mai la città, per piccola o grande che sia, dispone di innumerevoli possibilità educative. Essa racchiude in se stessa, in un modo o nell'altro, gli elementi importanti per una formazione integrale.
(...)
La città educativa è un sistema complesso in evoluzione costante e può esprimersi secondo modalità diverse ma darà sempre una priorità assoluta all'accrescimento culturale e alla formazione permanente dei suoi abitanti.
La città sarà educativa quando riconoscerà, eserciterà e svilupperà, accanto alle sue funzioni tradizionali (economiche, sociali, Politiche e di prestazione di servizi) una funzione educativa ovvero quando assumerà una intenzionalità e uria responsabilità circa la formazione, la promozione e lo sviluppo di tutti i suoi abitanti, a cominciare dai bambini e dai giovani.
(...)
È la grande sfida del XXI secolo: investire nell'educazione affinché ogni persona sia sempre più in grado di esprimere, affermare e sviluppare il proprio potenziale umano fatto di unicità, di costruttività, di creatività e di responsabilità e possa nel contempo sentirsi parte di una comunità, capace quindi di dialogare, di confrontarsi e di cooperare.”


IL PROGETTO “STREET'S ROOMS”

Il Progetto, nel precedente periodo di (2018_2019) ha previsto i seguenti step:

A) Mappatura del territorio della città alla ricerca dei luoghi d'incontro spontanei, semistrutturati strutturati per i giovani nella fascia d'età 11_25 anni.
Ricerca azione sui bisogni dei giovani, sulla percezione che hanno delle loro esigenze e delle risposte, opportunità, possibili e fruibili nella città con somministrazione di questionari a quasi 3000 giovani e circa 500 adulti, tra genitori, docenti e operatori dei servizi, per fare anche una lettura incrociata delle reciproche percezioni tra le diverse generazioni.

B) Conoscenza dei vari gruppi giovanili attraverso la metodologia del lavoro di strada (uscite informali in giorni ed orari diversi) e aggancio di ragazzi e giovani che possano essere disponibili ed interessati a vivere più attivamente il progetto, contribuendo con le loro idee e con i loro vissuti a presentare a tutto tondo la realtà giovanile grossetana.

C), D), E) Creazione di staff intergenerazionale (aperti a giovani, docenti, volontari, operatori dei servizi, esercenti, singoli cittadini) con incontri quindicinali itineranti nei luoghi di vita della Città: dai parchi alle sedi di associazioni, alle librerie, ai bar..per favorire la rete di reti sociali e socioeconomiche, che ha coprogettato numerose e variegate iniziative: jam session, attacchi d’arte, manifestazioni di associazioni, coordinate dal consiglio giovanile comunale, incontri e dibattiti su tematiche sociali attuali.. In linea con l’obbiettivo che ci eravamo proposte, cioè di favorire processi di empowerment di Comunità per attivare processi di empowerment giovanile, individuando anche giovani adulti interessati e disponibili a proporsi loro stessi come self helper per i più piccoli e a coprogettare strategie ed iniziative con il nostro team.


Tra le fasi A, B e C abbiamo un realizzato una ricerca azione (tramite i social e con somministrazione diretta di questionari cartacei), che ha coinvolto tutti gli istituti superiori e le scuole secondarie di primo grado della Città, le associazioni giovanili (sportive, culturali, ricreative, ludiche ecc..), le associazioni di volontariato, le parrocchie e gli esercenti dei luoghi frequentati dai giovani del nostro target, gli studenti universitari e non nella fascia d'età 20_25 anni, con lo scopo di conoscere il fenomeno, i bisogni dei giovani, la percezione che gli stessi hanno della loro generazione, integrandola con la percezione che gli adulti hanno delle giovani generazioni.

Creazione pagina FB e profilo Instagram, sito internet, con i quali divulghiamo le nostre iniziative ed agganciamo, invitiamo i giovani e gli adulti a seguire il Progetto e a partecipare attivamente. Sono stati creati due gruppi Whatsapp; uno mette in rete gli adulti, operatori, docenti, volontari, esercenti, singoli cittadini; l’altro i giovani agganciati ed interessati a far parte dello staff.

Questa metodologia ci ha permesso di coniugare le strategie di intervento attive proprie del lavoro di strada con l'empowered peer education e le strategie di prevenzione e contenimento del disagio giovanile, con particolare attenzione anche al fenomeno dei Drop Out e dei NEET, grazie proprio alla tipologia di composizione dello staff intergenerazionale. La ricerca ci ha permesso di fare una fotografia anche di questo fenomeno, allineandoci alle indicazioni di Lisbona 2010, che hanno prodotto la Strategia Europa 2020, che evidenzia come l'Italia sia ancora lontana dall'aver ridotto la problematica alle percentuali attese e richieste dal Consiglio Europeo.

Ogni azione è, cioè, improntata ed ispirata alla metodologia del lavoro di rete, allo sviluppo di processi di empowerment di gruppo ed alla empowered peer education.

Il modello teorico della Città Educante traccia la direzione, anche nel nostro lavoro di sensibilizzazione degli Enti Locali ad investire nello sviluppo di aree pubbliche di incontro, dedicate alla cittadinanza, con particolare attenzione alle fasce giovanili.

Tra tutti:


LE ATTIVITÀ

1) Organizzazione di attività di animazione di strada nei vari quartieri della città:


2) Educativa di strada:


3) Riunioni dello Staff Intergenerazionale: itineranti e aperte a tutte le persone interessate a progettare iniziative ed eventi.

4) Gestione e potenziamento della comunicazione sui social:

5) Sperimentazione di una “Street peer education”, da proporre agli Istituti superiori in attività di PCTO, cioè giovani che vengono dalla scrivente formati per affiancare il team in alcune uscite di educativa di strada, al fine di attivare processi spontanei di monitoraggio e di cittadinanza attiva tra i giovani della città.


Note

1) Sociologo funzionalista Robert k. Merton
L'anomia mertoniana è perciò la condizione nella quale è presente la dissociazione tra valori finali e valori strumentali, al punto che prevale solamente la valutazione dell'efficacia, anziché quella della legittimità dei mezzi. Ci sono infatti mete e mezzi leciti e mete e mezzi illeciti.

2) http://www.comune.torino.it/citedu/doc/ctd_ita.pdf


Bibliografia

ROBERT KING MERTON “ Teoria e struttura sociale” 1968

CARTA CITTÀ EDUCATIVE Barcellona, 1990

MONICA CROTTI “Riconoscersi sulla soglia. Pensare la vulnerabilità per costruire la relazione educativa” FrancoAngeli, 2013

FOLGHERAITER F. “Non farei agli altri. Il benessere in una società meno ingiusta” Erickson, 2014

FOLGHERAITER F. “Manifesto del metodo Relational Social Work” Erickson, 2017