Volume 19 - 21 Gennaio 2020

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La cooperativa riuscita sociale

Autore


Riassunto

Del Casino presenta due momenti della sua esperienza coi malati di mente: uno in un paese della Sardegna in cui i malati non vengono internati in manicomi ma vengono condivisi dalla collettività ed un altro a Siena in una cooperativa sociale dove attraverso la ceramica vengono sottolineati sia il valore terapeutico dello stare insieme che le capacità artistiche di alcuni malati particolarmente creativi.


Summary

Del Casino presents two moments of his experience with mentally ill patients: one in a small Sardinian village where mentally ill patients are not locked up in psychiatric hospitals but taken in charge by the community and another in a social cooperative in Siena where, through the art of ceramics, the therapeutic value of being together and the artistic abilities of some particularly creative patients are highlighted.


Il mio non sarà un intervento specialistico come quelli che mi hanno preceduto. Del resto io sono un insegnante di educazione artistica ma con “i matti” (uso questo termine per intenderci) ho avuto a che fare per molto tempo ma mai come specialista. I “matti” veri istituzionalizzati li ho conosciuti al manicomio di Siena. Nel 1992-93, quando sono arrivato a Siena dalla Sardegna, l’Ospedale Psichiatrico era ancora attivo ed ospitava tra le 200 e le 300 persone, che erano lì da anni e anni.

Come dicevo, appena diplomato sono andato ad insegnare a Orgosolo, un piccolo paese di pastori molto amato da fotografi e antropologi e che io, ancora prima di andarci, avevo conosciuto attraverso un film di De Seta “Banditi a Orgosolo”.

Non mi sarei mai aspettato di trovarmi in un paese dove non si usava il manicomio, non si era mai usato. C’erano i matti in giro, più gravi, meno gravi, ce n’erano tanti in paese, ma non s’era mai usata l’istituzione manicomiale. Mi ricordo che appena arrivato, era il 1965, ero alla ricerca di un albergo che si chiamava Hotel Sopramonte secondo la guida del Touring. Risultò invece che questo albergo aveva chiuso da ben due anni e io non sapevo proprio dove andare a sbattere. Allora chiesi in giro e mi dissero di andare dal barbiere, che faceva un po’ da affittacamere.

Notai un ragazzo strano che mi venne dietro, venne con me dal barbiere, poi mi seguì fino alla casa dove poi sarei andato ad abitare. Mi rimase impresso perché era vestito di velluto, come tutti gli uomini del paese, un velluto molto sdrucito con tante toppe di velluti diversi e di tutte le dimensioni, sembrava una specie di arlecchino. Questo incontro lo ebbi il primo giorno, il secondo giorno mi accorsi che nella via centrale del paese c’erano almeno 5 o 6 di questi ragazzi, avevano pressa poco la mia età. Uno si chiamava Pietro, uno Nicola, Pasquale ecc. circolavano liberamente per il paese entrando e uscendo liberamente nelle case, che ,allora, avevano sempre le porte aperte. Pietro, o Perdu, fu il primo che conobbi e poi diventò un mio grande amico e lo è tuttora. Lui portava le bombole del gas in giro per il paese, le sistemava per bene a regola d’arte e le portava tutte a spalla perché il padrone delle bombole, che era piuttosto grosso e appesantito, andava solo dove arrivava con la moto carrozzella. Altri facevano dei piccoli servizi, come andare a prendere l’acqua alla fontana, o altri lavoretti simili. Questi ragazzi sapevano vita morte e miracoli delle persone che abitavano in paese. Se moriva qualcuno erano i primi a saperlo e informavano tutti dell’accaduto. In un’altra parte del paese ce n’erano altri 4 e 5 di questi ragazzi “diversi” che stazionavano in giro per le vie. C’erano poi dei casi ancora più gravi, di persone che rimanevano più isolati e avevano un raggio di azione molto limitato. I ragazzi di scuola mi dissero di non andare in certi luoghi dove passeggiava C. F. perché lui girava sempre con la pistola in tasca. Questo poveretto aveva fatto 12 anni di galera, innocente, sicuramente innocente, poi era partito di testa e l’avevano liberato. Un caso davvero incredibile era quello di zia Cucchedda che era una donna che viveva nella parte bassa del paese e viveva insieme a 5 o 6 cani, aveva i vestiti tutti stracciati e praticamente erano i vicini che le davano da mangiare. Qualche volta usciva dalla sua stamberga e, come una furia, con i capelli bianchi al vento seguita dai suoi cani si precipitava inveendo al centro del paese, si fermava davanti alla casa della famiglia M., la più potente di Orgosolo e a volte tirava anche delle pietre contro la porta di questa casa. Questa famiglia era in quel periodo importante, sia economicamente che intellettualmente perché aveva due maestre, un dottore, un avvocato che poi era diventato senatore. Loro non hanno mai fatto niente contro questa donna: lasciavano che si sfogasse, facesse questa sceneggiata, ricordasse la colpa di uno dei rampolli della famiglia: l’aveva messa incinta, poi aveva perso la figlia e da lì era diventata pazza. Ma nessuno si era mai messo in testa di farla internare, eppure i manicomi esistevano a Cagliari e a Sassari. Probabilmente nella comunità la malattia mentale veniva percepita come diversa dalle altre malattie: era una malattia che non si curava con le erbe o con le medicine che cominciavano a circolare. E quindi era come una disgrazia, una cosa grave per cui a un certo punto se ne doveva far carico non la famiglia ma la comunità. E questo modo di considerare la malattia mentale è andata avanti fino ad ora, fino alla legge Basaglia. Una controprova dell’efficacia della comunità è che per esempio Perdu e suo fratello Zizzu persero il padre e la madre, rimasero praticamente soli perché il fratello maggiore era a Milano, e quindi li mandarono per circa due anni a Sassari al manicomio. Quando tornarono in paese i due ragazzi erano rovinati dagli psicofarmaci, totalmente rincoglioniti, e Perdu, che era quello più coraggioso perché era quello che parlava di più, dopo un annetto circa, cominciò ad affacciarsi alla via principale e quando lo salutavi ti diceva “Buongiorno” e parlava l’italiano, non parlava più il sardo. Poi chiedeva se era Buongiorno o Buonasera perché evidentemente a Sassari gli avevano inculcato che il buongiorno è fino a mezzogiorno e buonasera è dopo. Questa è stata la mia prima esperienza in questo strano paese.

Poi nel 1992 sono tornato a Siena. All’epoca ero interessato ad imparare a fare ceramica e non sapevo dove andare. La fabbrica Santa Caterina era un po’ troppo tradizionalista. Una collega, una delle fondatrici della Cooperativa Riuscita Sociale che si trovava all’interno del S.Niccolo, mi disse “Vai alla Riuscita sociale perché quello è un posto dove hanno tutto e dove puoi imparare”. Quindi in un primo tempo la mia scelta non era per fare volontariato o per lavorare coi malati di mente. Questa collega veramente mi dette anche un altro consiglio “Vai lì, impara, ma non entrare nel consiglio di amministrazione perché ti metti nei casini”. Infatti in quel momento c’era un po’ di tensione. Quindi per la prima volta nel manicomio sono entrato nel 1992. La situazione era molto interessante perché c’erano degli spazi molto ariosi, c’era tutto il materiale per poter lavorare, per fare ceramica. In quell’occasione conobbi il Civitelli, il babbo di Francesco Burroni e altre persone che erano fra i fondatori della Cooperativa e poi dopo tre ore di chiacchierata, io avevo già fatto la domanda per diventare socio e dal giorno dopo cominciai ad andarci regolarmente. La cooperativa in quel momento era un laboratorio ceramico, dove si lavorava senza un progetto ben preciso. Mi sembra che l’indirizzo di alcuni dirigenti fosse quello di fare “ART TERAPY” o cose simili. Il Civitelli nel suo ultimo libro parla di un incontro che lui e forse anche altri ebbero con Sebastian Matta che era un grande pittore cileno e a Tarquinia faceva un esperimento di lavoro e di cooperazione fra lui e degli artigiani della ceramica. Forse per lui questo era l’obiettivo che si sarebbe dovuto dare alla cooperativa ma quello che faceva Matta a Tarquinia era una cosa molto diversa da quello che si faceva nella Cooperativa Riuscita sociale, nel senso che si trattava della collaborazione tra un grande artista e dei grandi artigiani e quindi tutto era orientato alla produzione di oggetti originali possibilmente di grande valore artistico, un po’ come precedentemente aveva fatto Picasso a Valleuris. Credo che la Cooperativa Riuscita sociale avesse come obiettivo principale quello di dare un senso alla vita di queste persone cosiddette disabili, se poi i prodotti ceramici che venivano fuori erano originali e avevano qualche valore artistico meglio ancora.. niente di più.. Fra i fondatori della Cooperativa c’erano alcuni assistenti sociali, alcuni infermieri e 4 o 5 ex degenti dell’ospedale, per esempio Doblè Giannetti, e credo anche Paris Morgiani che erano quelli che avevano più capacità artistiche autonome. Successivamente, attraverso un cambio di dirigenza, c’è stato un po’ di rimescolamento e la cooperativa si è un po’ trasformata. Infatti da una cooperativa che cercava di fare cose attraverso la manipolazione della terra e l’uso dei colori senza porsi nessun fine commerciale, si passò gradatamente alla costruzione di una vera e propria bottega artigiana che aveva anche un piano produttivo e commerciale. In questo ambiente tutti lavoravano secondo le proprie capacità per cui c’era l’artista che veniva a collaborare e a portare anche innovazioni, ma c’erano alcuni come Marzio che è un ragazzo down (ormai ha una certa età), che è abbastanza autonomo nella sua produzione e produce oggetti originali frutto della sua fantasia. Altri invece sono mandati dei servizi sociali e non hanno più niente a che fare col manicomio. Succede però che alcune di queste persone hanno capacità manuali molto scadenti, qualcuno a malapena riesce a tenere il pennello in mano per cui si è cominciato ad organizzare la cooperativa con una produzione a vari livelli dove tutti potessero dare il proprio apporto a livelli diversi. E questo è stato importante perché la cooperativa si è resa autonoma dall’ASL. Io mi ricordo che il primo giorno che sono entrato in cooperativa c’erano 5 infermieri, di cui 2 lavoravano , facevano un po’ di cose, ma gli altri non ho capito mai che cosa facessero. In Cooperativa non si pagava la luce, non si pagava l’acqua, non si pagava il riscaldamento. Erano tutti vantaggi, infatti quando siamo entrati e c’era Ceccherini (che è stato presidente per lungo tempo ed era un metalmeccanico che poi ebbe un incidente e diventò paraplegico), si passò in quattro e quattr’otto da una cooperativa in profondo rosso dal punto di vista economico ad una struttura in attivo perché non essendoci praticamente spese (c’era solo la spesa della terra e dei colori, e di dipendente ce n’era uno solo) era molto facile andare avanti e inoltre si cominciò ad incrementare in modo sistematico il sistema delle vendite perché anche questo era importante e oggi lo è ancora di più perché la Cooperativa piano piano si è inserita nel mercato e quindi è stata costretta a fare un certo tipo di produzione, qualche volta anche su ordinazione, e ciò crea a volte dei problemi ma è necessario. Oggi non si può andare avanti se non c’è un prodotto che si possa anche vendere. Logicamente siamo stati criticati per questa tendenza un po’ produttivistica ma non credo che sia stato uno sbaglio, è stato un tentativo di rispondere al cambiamento in atto nell’organizzazione della “salute mentale” e ci ha permesso di far vivere la Cooperativa fino ad oggi.

Sulla sensibilità artistica dei “matti”, o delle persone un po’ strane, posso raccontare qualche episodio. Siccome avevo un po’ di esperienza di muralismo, si cominciò a dipingere anche le pareti della cooperativa. C’era poi un locale tra la cooperativa e il bar, un grande locale con dei soffitti altissimi dove gli ex. degenti dell’O.P. passavano le loro giornate tra un caffè e una sigaretta. Con alcuni ex degenti (quasi nessuno usciva fuori, al massimo arrivavano al bar), si decise di fare dei grandi murales e furono scelti come soggetti principali, dei dipinti di Savinio e di De Chirico, di tipo surrealista. Man mano che si lavorava, c’era tanta gente interessata che veniva a guardare: furono fatti anche dei ritratti, per esempio c’era un ritratto di Doblè, il ritratto di “Paperino”, e di persone che circolavano abitualmente da quelle parti, uno di questi mi toccò anche pagarlo, 5000 lire, perché gli avevo fatto il ritratto. La cosa interessante è che c’era una persona che non parlava mai e quando si cominciò a dipingere queste opere, passava e mi diceva: “Quella è una colonna romana” perché c’era un pezzo di De Chirico rappresentante un tempio greco, poi tornava e mi diceva “Quello è Giove”. quindi riconosceva e non si scandalizzava della forma un po’ strana, del modo di dipingere in modo surreale. La cosa più buffa era che i dottori e anche gli infermieri, guardavano da lontano, non capivano, però non s’azzardavano a chiedere. Io venivo a sapere da altri che alcuni avevano chiesto: “Ma diglielo a quello lì. Ma che cavolo è, perché quella nave vola?” oppure perché quella costruzione è fatta tutta con le squadre, con le righe. I “matti” non erano prevenuti verso l’arte moderna mentre coloro che avevano una cultura “media” avevano difficoltà ad accettare tutto ciò che era innovativo.

L’altra questione per me importantissima è che le idee non vengono mai a senso unico. Non è mai l’operatore o l’esperto che dà le idee e le nozioni e l’altro non dà niente. C’è sempre qualche cosa di reciproco. Per esempio, io, che ho velleità artistiche e faccio ceramiche, posso dire che forse le cose più originali che ho fatto nella mia produzione, le ho fatte grazie a dei disegni di Marzio o di Doblè che faceva delle figure femminili partendo da delle bottiglie o da dei vasi. Marzio quando fa una donna col bambino in braccio, la fa come se fosse dentro la pancia della donna e io ho spesso utilizzato questo modo di rappresentazione traforando il vaso da cui partivo e giocando sui pieni e i vuoti. Naturalmente io ci ho messo del mio, della mia cultura pittorica di ispirazione picassiana, ma l’dea prima me l’ha data Marzio e questo la dice lunga sulla importanza di questo scambio di idee e questo è una cosa bellissima. L’altra questione: un ambiente misto come quello della Cooperativa, normali e diversi diciamo così, favorisce e consente ad alcune persone che hanno avuto problematiche gravi, di recuperare il loro passato. Alla Cooperativa, per esempio, c’è una donna Antonietta, che ha vissuto per 15 anni in manicomio e successivamente in una casa famiglia; veniva da un paesino in provincia di Potenza, poi la internarono, giovanissima al S.Niccolò, non si è capito bene cosa avesse, non è stato possibile avere neanche le cartelle cliniche. Questa donna, quando è venuta da noi, non parlava per niente, sembrava una deficiente totale; con lei a malapena si era riusciti a insegnarle a fare un vaso. Per questa poverina, l’unica grande soddisfazione era di stare un po’ con noi che la trattavamo bene e non la mandavamo a fare intasca come succedeva con le sue colleghe con cui abitava, e il pomeriggio andava a dare da mangiare ai tanti gatti che vivevano all’interno del manicomio. Ora, alloggiata in una struttura nuova, ha ripreso a parlare e ricorda un sacco di cose della sua vita e le vuole raccontare. Cose della sua vita che per tanto tempo erano state tabù e tenute nascoste ora vengono raccontate con sempre più particolari. Tutto ciò, sarà anche una piccola cosa ma a me sembra una cosa importante e sicuramente non sarebbe stato possibile senza la legge 180.

Nonostante tutti i problemi cha ha creato la 180, un po’ improvvisata e fatta in fretta e furia, credo che se ben applicata, sia la soluzione migliore per affrontare la malattia mentale.