NUOVA RASSEGNA DI STUDI PSICHIATRICI

rivista online di psichiatria

Volume 15 - 10 Novembre 2017

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Acculturazione antagonista: il terrorismo fondamentalista tra purismo e ibridazione


Una versione in inglese di questo testo è stata presentata al workshop Pluralism and Polarization: Cultural Dynamics of Extremism and Radicalization, Advanced Study Institute of Community and Family Psychiatry – McGill University (20-22 giugno 2017)

Autori

RIASSUNTO

Le stragi terroristiche islamiste sono eseguite per essere catturate dall’occhio dei mass media ovvero costituiscono l’ingranaggio di una macchina mitologica. Tale dispositivo è capace di produrre narrazioni e immagini che hanno lo scopo di legittimare una forma di dominio alimentata da un’ideologia teocratica decisa ad affermare la propria egemonia incontrastata sul mondo intero. Gli effetti psicopolitici di questa macchina sono amplificati dall’odierna società dello spettacolo, dove il rapporto sociale fra gli individui è mediato dalle immagini. Queste ultime sono soggette a una riproducibilità tecnica senza precedenti tale da soddisfare il bisogno delle masse di impossessarsi degli eventi da una distanza sempre più ravvicinata.

Oggi, la radicalizzazione islamica vuole imporre un ritorno alle origini, utilizzando però le forme della modernità, ufficialmente ripudiate e contrastate. Questo scenario è un esempio eccellente di acculturazione antagonistica, fenomeno sociologico, ideologico, psicologico e tendenzialmente psicopatologico, nel quale individui e gruppi riproducono e utilizzano i mezzi della società aliena che intendono distruggere.

SUMMARY

Islamic terror massacres are carried out in order to be captured by the mass media. They are a gear in a mythological machine that produces narratives and images legitimizing a theocratic ideology determined to assert its hegemony throughout the world. The effects of this machine are amplified by today’s society of the spectacle, where social relationships are mediated by images. These images are subjected to unprecedented technological reproducibility to satisfy the desire of the present-day masses to “get closer” to dramatic events.

Today, Islamic radicalization seeks to impose a return to the origins of the Quranic world by using the means of officially rejected modernity. This scenario is a concrete example of antagonistic acculturation, a sociological and psychological phenomenon in which individuals and groups adopt the means and techniques of a different cultural group that they intend to destroy.


Nella scena contemporanea il terrorismo islamista e i mass media sembrano legati da un tragico rapporto simbiotico: il primo mira a ottenere la massima visibilità con gesti eclatanti che testimoniano la sua presenza nel mondo; i mezzi di comunicazione, dal canto loro, diffondono notizie sconvolgenti per conquistare l’attenzione di un vasto pubblico.

La loro esiziale interazione costituisce l’ingranaggio di una macchina mitologica (1).

In generale una macchina è un dispositivo che amplifica le capacità fisiche e/o mentali dell’uomo per eseguire specifiche operazioni. Il mito è, invece, una narrazione autoritaria, non soggetta a revisione o a critica, che orienta le azioni e i valori di un gruppo sociale. Una macchina mitologica è, di conseguenza, ciò che amplifica la forza mitopoietica di una comunità per produrre narrazioni e immagini al fine di legittimare un’ideologia determinata ad affermare la propria egemonia totalitaria sul mondo (2, 3).

Gli effetti di una tale macchina sono oggi amplificati dalla società dello spettacolo, nella quale le relazioni sociali sono mediate dalle immagini (4). Queste ultime possiedono un grande potere evocativo, simbolico ed emotivo. Possono essere ricombinate e ricontestualizzate in un ambito culturale diverso e in un momento storico differente, diventando un’“arma” da brandire contro gli avversari (5). Sin dal XVI secolo gli sforzi per controllare, sovvertire e ridefinire le icone sono stati significativi nei contatti culturali. È un processo che lo storico francese Gruszinski ha chiamato “guerra delle immagini”, il cui primo esempio si produsse quando i colonizzatori spagnoli conquistarono le popolazioni indigene del Nuovo mondo con l’ausilio delle icone religiose e i colonizzati si appropriarono inaspettatamente dei loro modelli (6).

Nell’era di Internet, i fondamentalisti islamici hanno ingaggiato un’analoga guerra nella dimensione virtuale dell’immaginario collettivo per veicolare messaggi che possano raggiungere, contemporaneamente, amici e nemici in tutto il mondo.

Tuttavia, in questo scontro antagonista per l’egemonia, le immagini vengono sottoposte a processi di riproducibilità tecnologica senza precedenti per soddisfare il desiderio di prossimità agli eventi drammatici espresso dalle masse già a partire dal XX secolo (7, 8). Persino quando i terroristi non si organizzano per filmare le loro gesta, possono fare affidamento sulla “viralità” di quanto catturato in tempo reale dagli smartphone delle loro vittime.

Soprattutto le falangi nere dell’Isis hanno saputo sfruttare in modo astuto e competente le potenzialità delle tecnologie digitali avanzate, girando e diffondendo video cruenti, ma realizzati con cura cinematografica, ispirati a blockbuster hollywoodiani, videogiochi, reality show, documentari, video musicali e programmi televisivi.

Già Al Qaida aveva investito sulla comunicazione per pubblicizzare il jihad. I suoi filmati erano però molto minimalisti, dominati dalla monotonia dell’inquadratura fissa che, nella maggior parte dei casi, mostrava il suo ieratico sceicco annunciare lo sterminio dei miscredenti con parole quasi sempre sovrastate dal rumore del vento.

Oggi, invece, le immagini propalate dai terroristi sono simili a quelle che siamo abituati a vedere nelle sale d’intrattenimento cinematografico, con riprese dall’alto, inquadrature multiprospettiche, effetti insistiti di slow motion, sonoro sdoppiato ecc. La messa in scena è puntualmente grandiosa, enfatica, spettacolare e attenta al risultato estetico secondi canoni occidentali. Per questi motivi risulta così perturbante, ovvero inquietante perché familiare (9).

L’uso disinvolto e sapiente dei più evoluti mezzi tecnologici dell’Occidente da parte di un’organizzazione reazionaria (che vuole allineare il tempo della storia sulle meridiane di un Medioevo trapassato, votandosi alla distruzione del resto del mondo) ha sconcertato molti commentatori. Tuttavia il fenomeno non è nuovo, anzi rappresenta un esempio eccellente di acculturazione antagonista (10).


Quest’ultima è una forma di resistenza all’acculturazione, che si manifesta quando gruppi di individui appartenenti a culture diverse entrano in contatto tra loro.

Per resistenza non si intende un fenomeno manifesto, quale il tradizionalismo, che potrebbe essere più opportunamente classificato come un’inerzia culturale. Si tratta di un evento più complesso di adattamento socioculturale generato dalla crisi vissuta da un gruppo umano invischiato nell’interazione con un altro gruppo. La crisi può essere innescata se gli interessi stabiliti sono minacciati, oppure se falliscono i modi abituali di adattamento alle situazioni problematiche o, ancora, quando le misure prese per risolvere il problema adattivo non fanno che aggravare le difficoltà.

La resistenza – che può distinguersi in resistenza al prestito e/o alla cessione di tratti culturali e verso coloro con i quali si instaurano le dinamiche di scambio – risponde a un’esigenza di distinzione e preservazione dell’integrità culturale.

L’acculturazione è, invece, la modificazione culturale di un individuo o di un gruppo che si adatta a un’altra cultura o ne prende in prestito alcuni elementi.

A volte tali elementi modificano un segmento o l’intera struttura sociale del gruppo ricevente (per esempio, l’introduzione del cavallo nella cultura dei nativi nordamericani delle pianure); talvolta, invece, gli elementi vengono respinti dopo un breve periodo di prova perché inficiano o minacciano di inficiare la struttura sociale (per esempio l’irrigazione nella coltura del riso da parte dei Tanala del Madagascar); talaltra, infine, diventano un corpo estraneo, “incistato” nella struttura sociale. In ogni caso l’acculturazione crea problemi sia per chi acquisisce il prestito sia per chi lo concede.

L’acculturazione antagonista è, perciò, un fenomeno di cambiamento autoplastico, per rispondere alla sfida bilaterale del contatto culturale, e può assumere tre forme principali:

  1. isolamento difensivo, parziale o totale, che consiste nell’abolizione dei contatti sociali (quale si verifica, per esempio, nel baratto silenzioso tra gruppi ostili) e nella soppressione di alcuni items culturali (quale si ha con l’embargo, le barriere doganali o una loro combinazione);
  2. creazione di consuetudini deliberatamente in contrasto o opposte a quelle del gruppo altro (o acculturazione dissociativa che può realizzarsi per: regressione, ossia ritorno a modelli di comportamento in uso prima del contatto; differenziazione, vale a dire creazione di forme di comportamento differenziate; negazione, ovvero produzione di costumi all’opposto di quelli altrui);
  3. adozione dei mezzi e delle tecniche dell’altro per rinforzare fini esistenti, a volte con lo scopo deliberato di resistere all’adozione dei fini del gruppo che concede il prestito. Spesso l’adozione si accompagna, per un certo tempo, a ciò che si potrebbe chiamare una pseudo-diffusione dei fini. In realtà i mezzi sono presi in prestito con l’intenzione di rivolgerli, in ultima analisi, contro coloro che li hanno ceduti.

Il terrorismo islamista è un esempio di acculturazione antagonista del terzo tipo: l’adozione di mezzi senza l’adozione dei corrispondenti obiettivi. Esso appare particolarmente distruttivo perché rompe l’unità logica dello schema mezzi-fini, che è alla base della nostra struttura sociale. Distrarre il mezzo (mass media) dal fine culturale corrispondente (informazione) sembrerà, infatti, una contraddizione a coloro che hanno l’abitudine di considerare il mezzo e il fine come un’unità. Eppure non esiste una connessione logica necessaria tra certi mezzi e certi fini. La storia dell’umanità è piena di esempi di usi “impropri” di alcuni artefatti tecnologici trasformati in strumenti antisociali di distruzione e morte. È l’eterno dramma del rapporto tra l’uomo e la conoscenza, soprattutto quando quest’ultima, in nome di un’ideologia, sembra «[…] depositarsi, crescere, diffondersi nella vita umana come polvere mortale» (11).


Riferimenti

1. Jesi F. Spartaco. La simbologia della rivolta. Torino: Bollati Boringhieri; 2000.

2. Arendt H. Le origini del totalitarismo. Torino: Edizioni di Comunità; 1999.

3. Inglese S. Anche Hitler accarezzava i bambini: lineamenti paranoicali del terrorismo totalitario. In: Inglese S, Cardamone G, eds. Déjà Vu 2. Laboratori di etnopsichiatria critica. Milano: Edizioni Colibrì; 2017: 171-209.

4. Debord G. La società dello spettacolo. Bolsena: Massari; 2002.

5. Warburg A. Opere I. La rinascita del paganesimo antico e altri scritti. Torino: Aragno; 2004.

6. Gruzinski S. La Guerra delle immagini: da Colombo a Blade Runner (1492–2019). Milano: Sugar Co.; 1991.

7. Benjamin W. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e altri scritti sui media. Torino: Einaudi; 2011.

8. Kracauer S. La massa come ornamento. Saggi di Weimar. Napoli: Prismi; 1982.

9. Freud S. Il perturbante. Torino: Bollati Boringhieri; 1991.

10. Devereux G, Loeb EM. Antagonistic Acculturation. American Sociological Review. 1943; vol. 8, n. 2: 133-147.

11. Sciascia L. La scomparsa di Majorana. Milano: Adelphi; 1997: 84.