Vol. 14 - 6 Aprile 2017

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Quando gli psichiatri e gli storici si incontrano. Riflessioni a margine di una ricerca sulla storia della psichiatria in provincia di Grosseto

Autore

Riassunto

Tra gli storici e gli psichiatri esiste un luogo di incontro: la cartella clinica. Entrambi ma da punti di vista differenti usano questo strumento e soprattutto hanno la necessità di evitarne la dispersione. Da questo incontro è nato un progetto che ha salvato l'archivio del CIM-DSM di Grosseto e soprattutto una ricerca che ha delineato gli aspetti più importanti e particolari della storia della psichiatria a Grosseto.


Abstract

There’s a place where historians and psychiatrist meet: the medical record. Though from different point of views, both employ this instrument and, more strikingly, feel the need to prevent its misplacement.
This union gave birth to a project which saved the Grosseto’s CIM-DSM archive and, notably, to a research capable of outlining the key aspects of Grosseto’s psychiatric history.


Introduzione

Cosa hanno in comune gli psichiatri e gli storici della psichiatria?

Lo storico si occupa di vicende umane e nel suo lavoro cerca di ricostruire il complicato intreccio di eventi umani, su un orizzonte fatto dalle variabili del tempo e dello spazio. In maniera del tutto riduttivo, questo può essere considerato il mestiere dello storico. La ricerca storica quindi può aiutare nella comprensione del passato ma può essere utile anche ad aumentare la consapevolezza sul presente.

Lo psichiatra si occupa ugualmente dell'uomo ma ne cura i suoi disturbi alla mente. Anch'egli agisce in una prospettiva storica perché per riuscire a curare il malato ha bisogno di tenere traccia delle proprie azioni ed è per questo che nasce la cartella clinica.

 

Quando Carlo Livi, noto freniatra italiano dell'ottocento, arrivò nel manicomio di San Niccolò a Siena, una delle prime cose che fece fu quella di introdurre l'uso della cartella clinica. Questo strumento medico rappresentava una prima vera e propria rivoluzione nell'approccio medico verso la malattia e il paziente, infatti, permetteva non solo di monitorare la storia e i progressi del malato, ma di avere uno approccio scientifico su un orizzonte senza dubbi di tipo storico.

L'uso della cartella clinica la si fa risalire ad Ippocrate che nei suoi asclepi osservava razionalmente i suoi pazienti annotando i sintomi, deducendo la diagnosi e scrivendo la cura. In effetti per Ippocrate l'esame del malato doveva partire dall'anàmnesis ovvero il passato o il ricordo della malattia; poi individuava la causa del male attraverso la diàgnosis ed infine ipotizzava il decorso grazie alla prògnosis.

Dopo Ippocrate fu il medico Galeno che sentì la necessità di segnarsi la storia clinica dei propri pazienti. Questi infatti, curando i gladiatori annotava la diagnosi e la cura tanto che i suoi risultati pubblicati vengono ancora oggi considerati le prime pubblicazioni mediche.

Ma l'uso sistematico e razionale della cartella clinica è dovuta essenzialmente al medico francese Pierre Cabais che alla fine del '700 sistematizzò l'uso della pratica della cartella clinica.

 

La cartella clinica quindi è uno strumento indispensabile per il medico che la usa per tenere traccia del percorso di guarigione del proprio malato ma è altrettanto importante per lo storico che la usa come fonte storiografica.

Ecco quindi svelato il luogo di incontro tra lo storico e lo psichiatra.

Entrambi, infatti, usano questo strumento con approcci e scopi totalmente diversi ma entrambi, nello stesso modo, hanno la necessità di mantenere e di conservare questo importante documento. Esiste però una sostanziale e drastica differenza da questi due usi perché lo psichiatra, usa la cartella clinica nel momento in cui cura il proprio paziente per avere testimonianza di come la malattia evolve; il medico è nello stesso tempo testimone e protagonista nella scrittura di quel documento. Lo storico invece usa la cartella, successivamente, quando cioè questa ha terminato il proprio uso ed è ormai uno strumento chiuso, finito, ormai cristallizzato in documento storico. I due ruoli sono diversi ma in questa prospettiva complementari.

La cartella clinica rappresenta uno strumento che sia lo psichiatra che lo storico hanno la necessità di conservare. Entrambi infatti, secondo gli usi che ne fanno hanno la volontà di non disperdere le carte e di mantenere viva quella memoria.

Da questo incontro tra gli psichiatri e gli storici, negli ultimi anni sono nate esperienze interessanti che hanno portato a salvare dalla dispersione o dall'oblio importanti giacimenti archivistici inerenti alla storia della psichiatria. Sono stati salvati e inventariati molti archivi dei più importanti Ospedali Psichiatrici d'Italia e nello stesso tempo è nata la necessità di non disperdere le carte delle strutture non ausiliari che si occupavano della prevenzione e della cura delle malattie mentali sul territorio.


Il caso grossetano.

Questo è il caso di Grosseto dove è stato possibile salvare dall'oblio e dalla dispersione l'archivio storico del CIM e del DSM. Il progetto ormai risale a molti anni fa e ha visto collaborare la locale USL di Grosseto, il DSM, il Coeso e soprattutto l'ISGREC (Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell'Età Contemporanea).

Le carte raccontano la storia della psichiatria in una piccola provincia toscana. Un caso, quello di Grosseto, assai anomalo e molto interessante. Nell'Archivio storico, custodito nei locali dell'ISGREC, vi sono le carte del CIM (Centro di Igiene Mentale) e del DSM ed è grazie a questo importante giacimento archivistico che è stato possibile ricostruire questa storia.

Se è vero che il primo passo per mantenere viva la memoria è il non disperdere le carte occorre poi leggerle e interpretarle per far emergere le informazioni e raccontare quelle storie. È qui che entra in scena il ruolo dello storico per leggere le carte con gli strumenti tipici della ricerca storiografica. È da molti anni che l'ISGREC lavora su queste tematiche. È del 2012 il fondamentale libro di Matteo Fiorani “Follia senza manicomio. Assistenza e cura ai malati di mente nell'Italia del secondo novecento” che racconta la peculiarità del caso grossetano fino alla legge 180; oggi si è continuato a studiare la situazione di Grosseto andando oltre la legge Basaglia e osservandone gli sviluppi nella prosecuzione dei servizi territoriali.

Perché il caso grossetano è così interessante?

Per tutto il periodo della storia asiliare, a Grosseto non verrà mai costruito un Ospedale Psichiatrico; la provincia senza manicomio invia i propri malati prima nel manicomio di Volterra e poi, a partire dai primi del novecento, nell'Ospedale Psichiatrico San Niccolò di Siena. A Grosseto l'amministrazione provinciale, deputata per legge alla gestione della salute mentale, tenterà intorno al 1968 la costruzione di un ospedale psichiatrico sul territorio ma si accorgerà dell'anacronismo della realizzazione grazie soprattutto alle proteste degli operatori e di alcuni politici locali sensibili.

Questa mancanza non provoca però un arretramento culturale nelle pratiche psichiatriche ma anzi riesce a dare una spinta verso la sperimentazione di nuove forme di assistenza psichiatrica. Dagli anni '50 a Grosseto, grazie al Professor Mazzanti (allievo del direttore della Clinica psichiatrica dell'università di Pisa, Pietro Sarteschi), viene aperto un primo ambulatorio di profilassi, che diventa nel 1965 il CIM (Centro di igiene mentale) e che passa alla direzione della Dottoressa Marri nel 1969. Una esperienza originale e alternativa nel panorama psichiatrico. Infatti, gli operatori del dispensario operavano sul territorio grazie ad alcuni ambulatori occupandosi dei propri malati, creando di fatto una prima struttura territoriale. Nel 1965 il dispensario si trasferisce all'interno dell'ospedale di Grosseto e dal 1968 la dottoressa Marri prenderà in mano la gestione del servizio dopo che il Dott. Mazzanti scelse di occuparsi esclusivamente della direzione del reparto neurologico dell'ospedale grossetano.

Molti anni dopo la Dottoressa Marri, scrivendo al presidente dell'USL di Grosseto nel 1981, ricorda quegli anni, facendone un breve bilancio: “in provincia di Grosseto vi è stato un notevole ritardo nella realizzazione dei servizi. Questo è, in gran parte, da ascrivere al fatto che l'assistenza psichiatrica era gestita per interposta struttura, l'O.P. di Siena, opera pia tradizionalmente chiusa ed impermeabile a qualsiasi mutazione” (Marri, ISGREC/DSM, 69,1). Sempre la Marri racconta che il CIM dal 1965 fino al 1969 aveva “un nucleo ridottissimo, senza una sua strutturazione, con controllo prevalentemente sui dimessi dell'O.P.” (Marri, ISGREC/DSM, 69,1). Il vero e proprio servizio territoriale prende forma quindi solo tra il 1969 e il 1979, anni in cui in Italia si diffondono le idee di Basaglia e diventano modelli da seguire le esperienze di Trieste e di altri centri psichiatrici che cercano di andare oltre il paradigma manicomiale. L'obbiettivo della Marri era quello di costruire un vero e proprio servizio territoriale ma soprattutto quello di iniziare un programma di deistituzionalizzazione dei malati degenti nel San Niccolò. Fu così che, in pochi anni, i malati grossetani del manicomio di Siena diminuirono notevolmente, così è la stessa Marri che chiosa dicendo:

“di fatto è stato comodo e vantaggioso veder ridurre i ricoveri e di conseguenza il pagamento per rette di degenza, ma non ci si è preoccupati di riconvertire la spesa in servizi. Comunque il CIM, con il suo intervento, effettuò quell'opera di deistituzionalizzazione che portò la provincia di Grosseto, fin dal 1974, ad avere il più basso indice di ricoverati in regione toscana” (Marri, ISGREC/DSM, 69,1).

Il problema della dismissione si intrecciava con il problema del reinserimento degli ex OP nelle famiglie e nelle comunità di provenienza. Anche in questo senso il caso grossetano è emblematico perché dal 1977 in poi vennero costruite le prime case famiglie e vennero fatte convenzioni con le case di riposo di Grosseto e di Roccastrada e Sorano tentando di risolvere il problema.

Il lavoro del CIM sotto la direzione della Marri, in sostanza, cercò di trovare nuove modalità di intervento psichiatrico in contrapposizione con il paradigma manicomiale stesso; tuttavia come scrive la stessa Marri nel 1982 “in un territorio come il nostro non toccato dall'esperienza di superamento dell'OP e dove il CIM, che pur ha effettuato un grosso intervento di deistituzionalizzazione, non è riuscito se non marginalmente a creare un movimento culturale e politico che incidesse nel processo di rinnovamento dell'assistenza psichiatrica” (Relazione 1982, ISGREC/DSM, 69,1). Un commento tutto sommato davvero rassegnato all'idea che la società grossetana, dopo anni di intervento psichiatrico e culturale sul territorio, non avesse ancora cambiato il proprio preconcetto sulla malattia mentale e sul malato stesso.

Il dopo 180 è una storia in fase di scrittura; le carte raccontano le difficoltà, l'arretramento culturale e la difficile transizione di questa legge.

Interrogando le carte, possiamo comprendere la complessità del passato in una prospettiva di lungo periodo. Guardando al caso grossetano, si evidenziano alcune linee tematiche che aiutano ad avere una prima periodizzazione del problema per una più profonda comprensione della questione.

A livello locale gli anni '50 sono stati anni pioneristici, durante i quali è stato creato il nucleo originale dei servizi sul territorio. La prima vera svolta avviene, come abbiamo visto, nel momento in cui l'Amministrazione provinciale decide di non costruire il manicomio a Grosseto. La psichiatria di quegli anni aveva al centro della propria prevenzione e cura il manicomio. Erano gli anni in cui prevaleva il paradigma manicomiale. Caduto il sogno di un manicomio a Grosseto rimaneva un problema: come gestire la salute mentale sul territorio? Le scelte furono difficili ma andarono verso una territorializzazione del servizio attraverso la costruzione di nuovi ambulatori in provincia. Questo avrebbe permesso e, in effetti permise di monitorare e curare la malattia mentale sul territorio senza ricorrere all'ospedalizzazione nell'OP di Siena. Grazie a questa politica, come sappiamo, le ospedalizzazioni calarono notevolmente e a partire dalla Legge Mariotti addirittura iniziarono alcuni progetti di deistituzionalizzazione. In questo contesto, qualche anno prima della 180/78, alcuni pazienti grossetani dell'OP di Siena venivano dimessi ed inseriti in un programma riabilitativo anche grazie la costruzione di alcune case famiglie.

Grosseto con il suo servizio psichiatrico ci appare all'avanguardia. È vero che gli anni '70 sono gli anni del movimento antipsichiatrico, del movimento basagliano che porterà alla chiusura dei manicomi, ma Grosseto sembra rimanere fuori da questa ondata di rinnovamento e sembra anzi che le aspirazioni di cambiamento avvengano in maniera del tutto indipendente e autonomo rispetto all'esterno.

Dopo la 180/78 la psichiatria grossetana dovrà calibrare la propria organizzazione; il servizio da unico si frantuma, e nascono varie storie e vari servizi autonomi sul territorio. Solo apparentemente autonomi perché il carisma e la competenza della dottoressa Marri ne faranno una figura aggregante di tutto il servizio. La lunga transizione degli anni '80 porta alla definizione dei servizi sul territorio ma in questo contesto rimangono in secondo piano gli internati dell'Op di Siena. I residui manicomiali torneranno di attualità e centrali solo negli anni '90, una volta costruite e definite alcune residenze che dovettero accogliere gli istituzionalizzati e quelli che non avevano più una famiglia. Ma gli anni '90 oltre ad avere al centro dell'azione psichiatrica gli ex pazienti dell'OP, furono gli anni in cui la sanità pubblica iniziò a scricchiolare sotto le spinte di una gestione sempre più aziendalistica e produttivistica.

 

La storia ancora da scrivere ripercorre questo percorso per evidenziare non solo le peculiarità del caso grossetano ma anche per capire come è cambiato l'approccio verso il malato di mente e per analizzare le dinamiche sociali e politiche tra società e malattia.

I malati di mente sono sempre stati considerati “alienati”, diversi, esclusi. Anche dopo la 180/78, spesso lo stigma è difficile da estirpare. Oltretutto la psichiatria è una disciplina medica relativamente giovane, considerata soprattutto l'ultima ruota del carro nella complessa macchina della sanità pubblica.

La valorizzazione degli archivi di questo genere la divulgazione delle conoscenze storiche acquisite ha anche un valore del tutto sociale e civile. È grazie a questo aspetto che la storia diventa magistra vitae e lo storico può aiutare con le proprie competenze ad educare all'integrazione e all'educazione della salute mentale. L'Isgrec da anni cerca di fare il proprio lavoro anche in questo, collaborando con il DSM continua a organizzare laboratori didattici, giornate di studi, presentazioni di libri e ad andare nelle scuole per parlare di psichiatria e di salute mentale.


Bibliografia

Fiorani M. Follia senza manicomio. Assistenza e cura ai malati di mente nell'Italia del secondo novecento. Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane; 2012.

Lettera della Marri al presidente della USL di Grosseto, 1981, ISGREC/DSM, 69,1.

Relazione attività svolta dal servizio psichiatrico territoriale nell'anno 1982, ISGREC/DSM, 69,1.

Fiorino V. La cartella clinica: un’utile fonte storiografica? In Alberico F. et al. Identità e rappresentazioni di genere in Italia tra Otto e Novecento. Genova: Dismec; 2010.

Guarnieri P. La storia della psichiatria: un secolo di studi in Italia. Firenze: Olschki; 1991.

Terzian H. La formazione di un archivio dell’emarginazione e della follia. Prospettive di ricerca e riflessioni. In TERZIAN H. L’archivio della follia. Il manicomio di San Servolo e la nascita di una Fondazione. Venezia: Marsilio; 1980.